I brutti con i brutti,
i poeti con i poeti,
le puttane con le puttane,
le troie con i cani,
le vecchie troie con la morte:
questo è il mondo ordinato
in cui mi è stato dato di vivere.
Lode al Signore!
*
I brutti con i brutti,
i poeti con i poeti,
le puttane con le puttane,
le troie con i cani,
le vecchie troie con la morte:
questo è il mondo ordinato
in cui mi è stato dato di vivere.
Lode al Signore!
*
Bisogna ricominciare dall’inizio.
Dal coraggio
Dal bambino disperato
Dalla famiglia offesa
Dai ripiegamenti di fiorellino
Dalle tribù di tristezze portate con tristezza
Dall’avventura spietata
Dal furto nel giardino incustodito
Dalle solitudini in cui tutti mancano;
E il premio è una lacrima azzurra
privilegiata di fronte al tramonto.
Ricominciare dai giorni rimasti a dondolare nel passato
Dalla pietà che chiedeva sempre più pietà
Dalle sere accaparrate dagli altri
Dal piagnisteo mascherato dalla disperazione
con il cuore ritirato dal gioco dei cuori più audaci,
Con i primi scambi d’amore paralizzati da tristi gelosie.
*
scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
*
Fino all’ultima sillaba dei giorni di Francesco Marotta (alla cara memoria di un Poeta)
trentadue successi
Elvis per sempre
da un re all’altro
tutti gli abitanti qui ballano un po’
Ascolto solo con un orecchio
la voce del re del rock ‘n’ roll
stasera
la porta della mia stanza
è stata aperta
ha chiesto
Chi è
ed è la tua voce che mi ha risposto
sono io
Ho chiesto
chi è io
e hai mormorato il tuo nome
Non ci credo
solo tu puoi farlo
prendere treni notturni attraverso la pianura
giaci con i tuoi stivali tra montagne di domande
il mio stalker, la mia ricamatrice
solo tu puoi farlo
entra in una casa addormentata dove nessuno ti aspetta
alle sei del mattino
e scivola nuda contro di me
lascia che le mie mani ti accarezzino
le mie mani che non possono credere
Sento solo da un orecchio la voce del re che hai detronizzato
Tu sei la regina, la regina dei cuori
solo tu puoi farlo
la vita è così rock’n’roll.
*
Ti ho detto nella lettera
che mettere insieme quattro versi
non è stato ottenere un passaporto per la felicità
timbrato in tasca,
e altre cose più o meno serie,
come farti sapere
che sono da tempo tua complice
quando di notte scendi negli arsenali
e metti tutta la tua anima
e il tuo respiro
perfettamente sotto controllo,
per far andare avanti le tue ribellioni,
le tue milizie segrete
a costo di quel tempo perso
a mangiarti le unghie, a tenere
a freno le tue palpitazioni,
a batterti il petto per i
brutti sogni,
e non so quante altre cose
che, sinceramente, ti logorano la salute
quando in fondo
sai che sono con te
anche se non ti vedo
o non faccio colazione alla tua tavola
o la mia testa si sveglia sul tuo petto
come un bambino infreddolito,
e questo
non ha bisogno di essere scritto.
*
Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.
Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.
Ne avevo sette, allora:
anche adesso ne ho sette perché i bambini morti non
diventano grandi.
Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.
Un pugno di cenere, quella sono io
poi il vento ha disperso anche la cenere.
Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.
Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.
*
Le mani di mia madre
sapevano di farina
e di sole,
d’inverno.
Sapevano di rami spezzati
e di pianto in silenzio,
dietro la finestra.
Sapevano di panni stesi
e di notti senza ritorno.
Ma sempre,
quando mi toccavano,
era la vita.
*
E qui preparo questa poesia.
Ero fiore, sono diventato radice,
buia e pesante la terra su di me,
la mia sorte è compiuta,
una sega piange sulla mia testa,
e la mia linfa si ritira,
non mi muovo più,
non mi muovo più.
*
Ascolta,
ascolta cosa dice la questione/non distrarti/stai fermo/
parlale.
Non arrenderti.
Pensare.
Immagina di essere solo una fermata del treno.
A.
Una stazione di passaggio.
Quindi:
ama/ ridi e piangi/ dormi/ sogna/ bacia con passione
fermati/ guarda/ ascolta/ fermati e lascia che le dita argentate
della folata di vento ti tocchino/ e le dita dorate dei fuochi freddi/
la mia scrittura sulla pagina dorme in attesa del lento ruggito del risveglio/
mangiando ciò che le lingue voraci lasciano dietro di sé/ respirando le
lacrime degli sconfitti/ seminando occhi ovunque/
l’obbligo è leggere/ e rileggere/ e prestare attenzione/ anche se siamo solo
sangue/ e ossa/ e sogno/ in questa lunga/ lunga e lenta palude.
*
Scrivo per te, mia amata. Io ti scrivo
dal futuro che non abbiamo avuto,
guardo il mare, la tua torre, il tempo,
l’isolotto, i monti che a raggiera
calano nelle acque con le loro
molli gobbe preistoriche
e nulla è cambiato, è tutto fermo lì,
ogni scaglia di quel drago silente
brilla e si staglia al vento netta in cielo,
ma la strapazza il mare, ed ogni pietra
ne trae sollievo prima di affrontare
una giornata asciutta e disperata.
Ah, se sapessi scrivere l’assenza
io piccolo e sfrontato ti darei
nuovamente la vita per toccarti
un poco con la punta delle dita.
*
Nessuno che sappia decifrare viaggi o avventure nelle mani
o nei fondi di caffè.
Il gioco consiste nel parlare senza ripetere l’angolo o l’ippopotamo,
in modo che nulla si apra improvvisamente e non rovini la colazione
nel bel mezzo del pomeriggio.
Una maledizione che solo una limetta per unghie, disposta a croce,
può annullare.
Ogni giorno dormiamo un po’ meno.
Una mano sul muro, l’altra in tasca,
un’ancora simmetrica per non perdere la strada,
lo zucchero
o l’insonnia
che lentamente ci rende invincibili.
*
Non c’è altra vita, il suicida prega due volte,
un solo tratto scritto per ogni nome
una lettiera sul fondo dello zaino
una lavagna per scheggiare le unghie
.
Scrivo i loro nomi
come Natalia, Isabel o Paula,
chiamata stupida anche tra i suoi simili
o Bruno e Renato, buoi
tra le bestie della scrivania
traballante tra gli scribi
.
Quanti ne voglio nella sinossi
di un dialetto o di un altro;
solo il suono delle chiglie
contro i graffiti nei suoi quaderni
quando i rivetti stavano già germogliando
le suture delle femmine
e abbiamo preparato il gesso
disegnare uno specchio in cui tagliarti
i segni della fronte
e quindi conoscere il colpo scritto
per ogni nome
*
Con il ricordo dei fiori e del rumore
il tuo sguardo si muove nell’acqua.
Quella musica è il movimento dei tuoi occhi,
questi silenzi sono i pensieri
che nascono dal profondo
pronti a renderti felice.
Quando osservi l’acqua, sai
cosa c’è stato e cosa manca,
pensi a ciò che muove
i corpi e provoca le tempeste.
Il tuo sguardo si illumina sotto il
soffitto luminoso dell’acqua che attraversa i pori,
le cellule, il chiarore del cielo.
E tu ridi.
*
Il film è finito male.
Nella stanza buia,
perfino i titoli di coda
emanano un senso
di ingiustizia.
Non è facile
riunire quattro sconosciuti
e, nel giro di pochi giorni,
farli comportare
come una famiglia.
Ci
abbiamo provato per tutta la vita.
*
Io sentivo la sera venire.
Ho sentito tutto.
La meraviglia della vita
la felicità anche delle stanze vuote
e forse della mia famiglia.
Ho amato tutto,
quello che c’era da amare l’ho amato tutto.
Fino in fondo ho amato nella sera
nelle stanze e fuori dalle stanze
e quando finiva la sera,
nasceva il pianto.
M’ero di menticato che la poesia
tenta di uccidermi.
*
(da Nel rovescio del perdono, Marco Saya Editore)
vado a dormire:
il mio urlo scorticato
e senza vestito sonnecchia con un
occhio solo
come quando i fiori
perdono
i loro petali
e il loro colore si imbroglia
tutto ciò che ora riposa in me
urla:
tutto in me è il riposo
di un urlo

Anch’io canto l’America.
Sono il fratello più scuro.
Mi mandano a mangiare in cucina
quando arriva gente,
ma io rido,
mangio bene,
e divento forte.
Domani
sarò anch’io a tavola
quando arriva gente.
Nessuno oserà
dirmi allora:
“Mangia in cucina.”
Inoltre
vedranno quanto sono bello
e ne avranno vergogna.
Anch’io sono America.
*
Nel tentativo di vederti
i miei occhi si fanno più
confusi
non è il tuo viso
che cercano
le dita fra i tuoi spazi
come creatura affamata
persino adesso
non voglio
fare una poesia
voglio farti
comporti e scomporti
da me stessa.
*
Nella scuola elementare ebraica guardavamo ogni anno
lo stesso film sui campi di concentramento nazisti .
quella in cui i cadaveri vivi scavano la fossa
e poi vi gettano dentro le ossa dei loro morti.
e poi sono ancora costretti
a spingersi fino al suicidio da altri
che sparano loro, così che cadono leggeri
senza mangiare né bere nulla.
Non lo so, ma ancora oggi, quando un tassista dice
qualcosa sugli ebrei, io resto in silenzio
per paura che, guardando nello specchietto retrovisore, scopra
che anch’io sono sull’orlo di quella fossa.
Ecco perché non ho un’opinione, ecco perché mi nascondo
dietro la prima persona.
*
Non l’ho mai detto a nessuno degli analisti di Tamara Kamenszain
Naturalmente non ho
il diritto di morire,
nemmeno nei solitari pomeriggi della domenica.
D’altro canto, bisogna comprendere che la morte
è un’ipotesi inutile
e che i suicidi
sono sempre stati mortalmente pigri
nel soffrire.
Inoltre, devo pagare
la bolletta della luce…
*
Il sole vorrebbe sanguinare senza sosta
Mi taglia il corpo con lunghi aghi
Ma nascerà l’alba di qui me ne andrò
Un giorno non lontano ci riconosceremo
La tua voce in libertà attraversa le mie grate
I tuoi capelli danzano ancora le tue canzoni
Vorrei dire tanto e non dico niente
Perché la notte è fredda dove brilli senza fine
Zitta ascolto in me l’eco dei tuoi passi
Il sole vorrebbe sanguinare senza sosta di Albertine Sarrazin (traduzione di Emilio Capaccio)
Hugo Mujica
Da “E tutto nomina”
tutto fu come sempre:
aprii le mani e c’eri
e tutto fu come sempre
per una sola volta

Quando sei vestita,
nessuno può immaginare
i mondi che nascondi
sotto i tuoi abiti.
(Come di giorno,
non conosciamo
le stelle che brillano
nel cielo profondo.
Ma la notte si spoglia,
e nudi nella notte
palpitano i tuoi mondi
e i mondi della notte.
Brillano le tue ginocchia , brilla
il tuo ombelico , brilla
tutta la tua
lira addominale.
I tuoi piccoli seni,
come due piccoli frutti
nella rigidità flessibile
del tronco robusto, brillano.)
Ah, i tuoi seni!
I tuoi capezzoli duri!
Il tuo torso! I tuoi fianchi!
Ah, le tue spalle!
Con la nudità,
anche i tuoi occhi sono nudi;
Il tuo sguardo è più diffuso,
più lento, più fluido.
Quindi, in essi,
galleggio, nuoto, salto,
mi tuffo
perpendicolarmente!
Scendo nella parte più profonda
del tuo essere, dove
la tua anima mi sorride,
nuda, nuda, nuda.
*
Credo sia stata solo fortuna,
anche se la situazione non è sembrata così
quando ho lasciato la strada
e mi sono fermato su una banchina innevata
per sgranchirmi le gambe.
La volpe bianca
è arrivata silenziosamente da lontano,
in rotta verso l’estate, ciocche rosse
e marroni nella
pelliccia argentata, il muso
indifferente, quando mi ha guardato
e mi ha osservato per un minuto
– studiando il mio odore,
testandomi –
anche se solo, ho pensato,
per cortesia,
senza traccia di sorpresa,
abituata,
a differenza mia,
alla legge della tundra,
la logica selvaggia secondo cui,
laddove sembra che non accada
mai nulla,
ciò che accade è l’opportunità
che qualcosa accada.
*
Questa raccolta di poesie è un atto di testimonianza e di resistenza. Le poesie, scritte da autori palestinesi contemporanei e tradotte con cura, raccontano l’assedio, la perdita, la fame e la forza di chi continua a vivere e a scrivere sotto le bombe. La voce dei poeti diventa un grido capace di trasformare la cronaca in arte e la ferita in parola. Le immagini sono concrete: case ridotte in macerie, madri che cullano i corpi dei figli, ulivi che bruciano, bambini che imparano troppo presto la parola “morte”. Eppure, accanto all’orrore, c’è la tenace volontà di affermare la propria umanità, un amore per la terra e la cultura che nessuna occupazione può cancellare. La raccolta è anche un invito a non chiudere gli occhi: ogni verso è un appello, ogni metafora una richiesta di ascolto. Lo stile è asciutto, senza orpelli, ma di una bellezza cruda che non concede tregua. Un libro necessario, che restituisce a Gaza la sua voce e ci ricorda che la poesia è, forse, l’unico spazio in cui la giustizia e la memoria possono ancora parlare. Il libro ha un prezzo di copertina di 12 Euro, di cui cinque saranno devoluti a Emergency.
Un estratto:
Yousef Elqedra
Posso scrivere una poesia
con il sangue che sgorga,
con le lacrime, con la polvere nel mio petto,
con i denti della ruspa, con le membra smembrate,
con le macerie dell’edificio, con il sudore della protezione civile,
con le urla delle donne e dei bambini,
con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo,
con tutti questi volti che cercano i loro dispersi,
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice: “Sono ancora vivo”,
con i corpi senza lineamenti,
con l’attesa, l’attesa, e ancora l’attesa!
Posso scrivere una poesia con il fragore del tradimento,
con il silenzio nudo,
con la neutralità viscosa, con l’impotenza svelata,
con il servilismo verso l’America.
Cosa può una poesia?
*
Letture amArgine: Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza (Fazi 2025)
Morirò a Buenos Aires, accadrà all’alba,
guarderò dolcemente le cose della vita,
la mia piccola poesia di addii e di pallottole,
il mio tabacco, il mio tango, la mia manciata di spleen.
Mi metterò sulle spalle, come cappotto, tutta l’alba,
il mio penultimo whisky resterà non bevuto,
arriverà, tangamente, la mia morte innamorata,
io sarò morto quando saranno le sei, in punto.
Oggi che Dio smette di sognarmi,
verso il mio oblio andrò per Santa Fe,
so che al nostro angolo già ci sei tu,
vestita di tristezza, fino ai piedi.
Abbracciami forte che dentro
sento morti, vecchie morti,
che aggrediscono ciò che ho amato.
anima mia, andiamo,
viene il giorno, non piangere.
Morirò a Buenos Aires, accadrà all’alba,
che è il tempo in cui muoiono quelli che sanno morire.
Romperà il mio silenzio l’aroma profumato
di quel verso che non ho mai saputo dirti.
Camminerò per tanti isolati e là in Plaza Francia,
come ombre fuggite da uno stanco balletto,
ripetendo il tuo nome lungo una strada bianca,
se ne andranno i miei ricordi in punta di piedi.
Morirò a Buenos Aires, accadrà all’alba,
guarderò dolcemente le cose della vita,
la mia piccola poesia di addii e di pallottole,
il mio tabacco, il mio tango, la mia manciata di spleen.
Mi metterò sulle spalle, come cappotto, tutta l’alba,
il mio penultimo whisky resterà non bevuto,
arriverà, tangamente, la mia morte innamorata,
io sarò morto quando saranno le sei, in punto,
quando saranno le sei, quando saranno le sei!
*
Passiamo attraverso i muri
e vediamo sott’acqua,
parliamo con esseri di altre epoche
e prevediamo il futuro,
troviamo un ago in un pagliaio
e lo perdiamo, oh dio.
*
Denise Levertov
Il segreto
Due ragazze scoprono
il segreto della vita
in un verso improvviso di
poesia.
Io che non conosco il
segreto ho scritto
quel verso. Mi hanno
detto
(tramite una terza persona)
di averlo trovato
ma non quale fosse
e neppure
quale fosse il verso. Senza dubbio
adesso, più di una settimana
dopo, avranno dimenticato
il segreto,
il verso, il nome della
poesia. Le amo
per aver trovato quello
che io non riesco a trovare,
e per avermi amato
per il verso che ho scritto,
e per averlo dimenticato
così che
mille volte ancora, finché la morte
non le trovi, possano
scoprirlo nuovamente, in altri
versi
in altri
accadimenti. E per
averlo voluto conoscere,
per
aver pensato che tale
segreto esista, sì,
per questo
soprattutto.
Testi ripresi da: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/denise-levertov-dodici-poesie/

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.
*
Io
Perché cercare gloria, stupide regole del galateo
o pubblicare versi su riviste assurde?
I versi che un tempo la mia mente lasciava fluire
saranno acquistati gratuitamente dai librai di seconda mano
e le mie dediche voleranno via come uno stormo di studenti con borsa di studio.
Ma almeno un po’ di carta sarà utile
a un bambino per costruire delle piccole barchette fragili , o a una coppia di innamorati per leggere una mia poesia comprata in saldo
prima di andare in albergo .
*