ho incollato
una bocca alla mia solitudine
e lei mi ha detto:
non puoi tergiversare
subito
fui presa dalla mia
immagine
Mi assassinava
senza lasciare impronte

ho incollato
una bocca alla mia solitudine
e lei mi ha detto:
non puoi tergiversare
subito
fui presa dalla mia
immagine
Mi assassinava
senza lasciare impronte

Quella vita che non è mia e mi circonda,
il mistero della morte, ciò che chiamiamo morte
e il mistero della vita sempre aperta,
ciò che chiamiamo vita
nell’albero, nelle nuvole e nell’acqua,
e nel vento e nel mondo che è ciò che è senza essere umano,
e nell’immensa trasparenza che non è detta, si mostra
in ciò che ho cercato tanto e che ora trovo di ritorno:
l’infanzia, forse, l’infanzia, la nostra fine sicura,
il nostro racconto, il nostro canto, la nostra coscienza magica:
la totalità della vita infinita e aperta.
*
Una notte su una strada sotto la pioggia in alto sopra la città buia
con il rumore in lontananza
è certo che sospirerà
Sospirerò
tenendomi per mano a lungo dentro il boschetto
i suoi occhi limpidi come una cometa
il suo viso che viene dal mare i suoi occhi nel cielo la mia voce dentro la sua voce
la sua bocca a forma di mela i suoi capelli a forma di sogno
uno sguardo mai visto prima in ogni pupilla
le sue ciglia a forma di luce un torrente di fuoco
tutto sarà mio facendo balzi di gioia
Le taglierò una mano per ogni suo sospiro
Le caverò un occhio per ogni suo sorriso
Morirò una volta due volte tre volte quattro volte mille volte
finché non morirò sulle sue labbra
Mi taglierò le costole per darle il mio cuore
con un ago Tirerò fuori la mia anima migliore per farle una sorpresa
il venerdì pomeriggio
con l’aria della notte cantando una canzone Ho intenzione di vivere trecento
anni
in sua bella compagnia.
*
È una storia familiare,
amici,
la ricordiamo tutti.
Il vento del villaggio si è perso nel villaggio,
ma non è ancora finita.
C’era una volta un uomo tra noi,
gioioso, illuminato,
che amava e viveva, cantava anche nella morte,
libero come gli uccelli.
Quanto sarebbe bello! Nacque, scrisse,
morì indifeso.
Le sue poesie vengono studiate, viene citato,
e questo è tutto per ora, ragazzi.
Ma il suo nome vive, continua,
come noi, in attesa
del giorno in cui questa questione, e molte altre,
saranno considerate concluse.
Quanto sarebbe bello! Nacque, scrisse,
morì indifeso.
*
giravo di notte per casa
cambiavo posto agli oggetti
alle parti del mio corpo
davo nomi sgranati
Semplicemente siamo,
dove si sperava
una luce
non c’è nome
che non sia di polvere
il divano applaude poco
convinto
ai “si tira avanti”
non ha ancora capito
se sono un segreto
un amuleto
o solo ciò
che è superstite.
quel che è rimasto continua a
respirare
il respiro dell’altro.

Tra due poli, il mondo si estende
come la pelle di un asino.
La vita, tra due cose:
il pane e le rose.
Il mondo si sente, i tamburi risuonano.
Per piccole cose, una grande guerra.
Vincitore e sconfitto tornano a casa.
Quanto è lontana, quanto è lontana casa?
Due dadi, due parole meravigliose,
sulla tromba della storia: pane e rose.
Suonate ancora sul tamburo rovesciato,
agitando violentemente la tromba tra le mani.
Sulla pelle d’asino del tamburo di guerra,
per il nostro amore, ci attendono fame e morte.
*
Non sono più la stessa di un attimo fa.
Sparita come il vestito rosso di Marilyn,
gesti di dolore, sospesa a un sorriso perfetto.
Non so come mi sia abbandonata
all’oscurità di questa casa.
Marilyn ritorna in un vortice rosso,
niente da mostrare nell’anima,
niente sotto il vestito.
Inciampo sulle parole,
sconcertata dalla sua figura,
incerta su cosa fare della sua assenza.
È vero, Marilyn, che i morti possono vederci?
Riesci a vedermi ora piangere per i miei cari?
Riesci a vederli turbinare nei loro abiti incolori?
Hanno ancora il mio sorriso appeso sui loro volti?
Tornerebbero alla fluidità dei fiumi?
Lo faresti tu?
Potrei io?
Lì dove la casa crolla,
sapendo che casa è qualcosa di più,
vedo i volti di tutti i miei morti.
Il loro volto stanco
indugia più a lungo nel vuoto.
Dove un tempo c’erano le parole,
c’è una poesia che non so scrivere.
Marilyn, riesci a vedere il mio vortice rosso che si curva verso il cielo,
alla ricerca di mio padre?
*
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
*
A Juan Marsé
Definitivamente
sembra confermato che il prossimo
inverno sarà duro.
Son cominciate in anticipo
le piogge, e il Governo
riunito in Consiglio dei ministri,
non si sa se a quest’ora esamina
il sussidio di disoccupazione
o il diritto a licenziare,
o soltanto si limita ad attendere,
isolato in un oceano, che l’uragano passi
e arrivi il giorno, il giorno, infine, che
le cose non vadano più male.
Nella sera d’ottobre,
mentre sfoglio il giornale,
mi son fermato ad ascoltare il respiro
del silenzio nella mia stanza, le conversazioni
dei vicini che vanno a coricarsi,
tutti quei rumori
che repentinamente riacquistano una vita
ed un significato proprio, misterioso.
E ho pensato alle migliaia di esseri umani,
uomini e donne che in questo stesso istante,
con il primo brivido,
tornano a chiedersi il perché dei loro crucci,
della fatica precoce,
dell’ansietà per quest’inverno,
mentre fuori piove…..
*
A te, che non sospetti ch’io esista –
A te, cui resterò sempre nascosta –
dalla mia ultima boa,
già immersa in freddi sorsi di campana,
aspettando il linciaggio
d’azzurri squali
a faccia in giù nell’onda –
invio di me quest’unico messaggio:
Con tutto il nulla t’amo
che intercorse tra noi – tutto l’immenso
che poteva intercorrere! Ma c’era
un universo in mezzo!
A te, sull’altra sponda
ignaro, approderà col fiato mozzo
questo tremante ramo
di me, scampato al viaggio.
*
il sonno, come vischio, impasta
chili di ciglia: e già, lamina, un’ansia
insinua tra le palpebre uno stecco:
non si può chiudere né aprire l’occhio,
l’occhio che esulta, che si occulta quieto,
che assorbe senza respingerli i crack dello specchio
e fa da schermo tra la mente e i pezzi
che si mettono a premere dall’esterno
*
C’è una pace profonda al mattino,
si sente il suono dei miei tacchi
ma anch’esso si spegne lentamente
come il leggero fruscio delle ali.
Soffi a un venticello impercettibile,
mille brividi percorrono le foglie,
con gli alberi giocano a nascondino
i remoti e i timidi raggi del sole.
*
Scopriranno secoli dopo,
quando rimarranno solo gli involucri
di una società
che si è consumata,
i resti
di un piccolo faraone
dentro un frigorifero rotto,
sepolto
sotto piramidi di spazzatura.
*
Svegliati, amico!
Se tutta la vita non farai altro che ruminare
nel sonno, sarai un cretino anche dopo la morte.
Cosa credi che ci sia lì, su quel confine?
Ciò che vedi o non vedi, adesso.
Non sarà forse disdicevole, se tormenterai
i tuoi pronipoti con argomenti: quel porco
a una riunione mi ha ridotto lo stipendio,
mentre il giovane corpo, fiutando il profumo
dei fiori, griderà al miracolo? Di più: l’ottava
parte del fiore non potrà nemmeno effondere
profumo proprio a causa delle tue
elucubrazioni di fallito. Pensaci sopra.
Dice Shalamun: «Bando agli scherzi e
imitami come fossi Dio. È meglio essere
la terza scimmia nel regno
dei beati e dei saggi che qualche misero
roto freno dell’universo, idiota!».
*
Abbiamo scattato quella fotografia
tre anni dopo la fine della guerra.
È il giardino, o meglio, il
cortile trascurato di casa.
Nessuno sorride.
La paura permea gli
abiti strappati e rattoppati tante volte,
proprio come le famiglie.
Guardiamo l’obiettivo: mia madre
con la sua acconciatura alta, uscita da un film
della Francia occupata, e mia nonna
che torce un fazzoletto tra le mani
per uno dei suoi figli, ancora in prigione.
Ricordo a malapena l’altra donna:
mia zia, indebolita dal dolore,
morì di infarto pochi mesi dopo.
Noi tre, in bicicletta, seri
come può essere un adult a quattro anni.
Quanto poco rimane
conservato nella piccola stanza dei ricordi
che si affaccia su quel giardino secco di un autunno
con fantasmi di rose.
Il giardino della mia infanzia: il cortile della paura.
*
Il sole sorge dall’atrio celeste, gremito di cadaveri.
Non sono gli immortali ad essere lì,
ma coloro che sono caduti in battaglia, sentiamo.
E lo splendore non si cura del decadimento. La nostra divinità,
la Storia, ci ha preparato una tomba
dalla quale non c’è resurrezione.
*
Qui sopra c’è la vena,
la vede, signor ingegnere?
A quest’ora sembra sempre
una vipera che dorme.
Così come lei la vede,
anche lei la sta guardando.
E anche se la distrugge tutta
colpo su colpo con il trapano,
più la si fa a pezzi
più la sua coda continua a crescere,
perché giù in fondo è già viva
al livello 300.
Qui sopra c’è la vena,
avvicini la sua lanterna,
che nel tentativo di ucciderla
restiamo dentro, uno a uno.
Qui sopra c’è la vena,
la vede, signor ingegnere?
*
Forse l’eterno è in questo dormiveglia
di calce mista a biacca senza bagliore,
che elude in inganno ogni virile aspettazione.
.
Piè Veloce non agguanta la sua tartaruga
né noi il tratto esiguo d’una giornata.
.
Vorrei questi versi riversi come un cane
che si abbandona all’agonia.
*
Come due vecchi mobili, uno proveniente dalla spiaggia sottostante:
una casa abbandonata
all’accumulo di detriti (carta, ricoperti, pula, terra)
e sprofondata tra le erbacce che si arrampicano sulle sue rocce;
diceva – come due vecchi mobili, uno proveniente dal basso,
che non abbiamo mai più spazzato,
giurando che l’oblio non avrebbe accumulato sporcizia.
*
La mia vita è un foglio bianco senza valore.
Il verde mi ha dato crescita,
il rosso passione,
il giallo mi ha insegnato lealtà e rettitudine,
il blu purezza,
il rosa speranza,
il grigio chiaro tristezza.
Per completare questo acquerello,
il nero mi imporrà la morte.
Da allora,
adoro la mia vita,
perché adoro i suoi colori.
*
Un borghese vestito da prete attraversa.
Un pompiere vestito da muratore attraversa.
Sento una terra molto umana.
Un fabbro vestito da barbiere attraversa.
Mangio un pezzo di pane
e prendo un sorso d’acqua.
*
La sera un austriaco, brillo, mi racconta della notte scorsa:
avevano due lingue loro e la terza in comune, ma straniera.
Perciò quando quello che giaceva sul lenzuolo,
per un attimo si è irrigidito, cercando la parola,
e ha chiesto a quello che giaceva su di lui:
wouldn’t you like to immerse in me?
Quello che giaceva su quello che giaceva sul lenzuolo
è uscito da se stesso
e, stando a parte, guardando quei due, che giacevano,
pensava alla parola immerse
e a quell’altro in cui davvero avrebbe voluto immergersi:
alla corrente fredda, che lecca le rive, altrove,
dunque ha detto: no, thanks, perhaps another time – ed è uscito.
*
Improvvisamente, mentre la manifestazione avanzava, piovvero punti esclamativi,
dadi, bulloni, chiodi, chiavi della macchina.
Una fontana di simboli spezzati. E l’esplosione
stessa: un asterisco sulla mappa. Questa linea separata da trattini,
Una raffica di fuoco rapido…
Stavo cercando di completare una frase nella mia testa,
ma continuavo a balbettare,
Tutti i vicoli e le strade laterali bloccati
da punti e virgola.
Conosco così bene questo labirinto: Balaclava, Raglan, Inkerman, Odessa Street.
Perché non riesco a scappare? Ogni mossa ha la sua punteggiatura. Crimea Street.
Di nuovo nessuna via d’uscita.
Armi, recinzioni. Maschere antisommossa. Walkie-talkie.
Come mi chiamo? Da dove vengo? Dove sto andando?
Una raffica di punti interrogativi
*
Per Marta Valdés
Su una mappa puoi disegnare tutte le linee
Orizzontali, rette, diagonali
Dal meridiano di Greenwich al Golfo del Messico
Che più o meno
Appartengono alla nostra idiosincrasia
Ci sono anche mappe grandi, grandi, grandi
Nell’immaginazione
E infiniti globi terrestri
Marta
Ma oggi sospetto che su una piccola mappa
Minima
Disegnata su un foglio di quaderno di scuola
Tutta la storia può stare
*
I.
.
Ti sei fatta
spazio
tra i suoi capelli.
Li hai ordinati, giusti
dietro l’orecchio.
Hai riunito tre dita
Tutto da sola.
Dentro un cranio buio
neppure il nome
a seppellire la sete.
*
II.
.
Quel pezzo di voce
il senso/
sbieco alle parole
è l’urlo
che piega la colonna
come neve
può.
*
III.
.
Ho sognato
la criniera di mia madre
il pettine spezzato
la sua camicia rosa
ancora feconda del seme di mio padre,
una religione stanca
che quando si rivela/
è debito di pelle.
Ho sognato
lo sfinirsi dello specchio
della stoffa, ed è proprio cosi
a volte non basta
il vagito della pioggia
a bagnare la parola
e andare
via dal dolore.
*
IV.
.
Le hai restituito gli occhi
con il volto tra le mani,
il coraggio dei lupi
il profumo del ciliegio
.
un lampo di luce.
.
**
Gisella Canzian è nata a Valdobbiadene (TV) il due ottobre 1968, risiede in provincia di Belluno dove lavora come insegnante di scuola primaria. Ama leggere e fotografare. Ha pubblicato due raccolte di poesia “2 Ottobre” e “Il mio passo si fa strada”.
.
L’orizzonte è pieno di lampade
Teatro limpido
la danza
la stella in fondo al filo
il peso troppo forte
lungo il sentiero corre la tempesta
Si esce
Si dorme
La paura scivola attraverso lo scenario
La notte sospira e muore
Contro lo specchio in fondo al letto
La luna mi guarda e ride
Il cielo nero si fa più piccolo
Le ali sfiorano il soffitto
Il vento si è fermato sotto
Tuttavia, niente è stato fatto
Niente è stato detto
Le tende si sono chiuse di nuovo
Le palpebre distendono le loro rughe
Ed ecco l’ape del sonno
In fondo all’ombrellone
*
Il terribile è il bordo, non l’abisso.
Sul bordo
c’è un angelo di luce alla sinistra,
un lungo fiume oscuro alla destra
e un fragore di treni che abbandonano i binari
e vanno verso il silenzio.
Tutto
ciò che trema sul bordo è nascita.
E solo dal bordo si vede la prima luce,
il bianco-bianco
che ci cresce nel petto.
Non siamo mai più uomini
che quando il bordo brucia le nostre piante nude.
Non siamo mai più soli.
Non siamo mai più orfani.
*
XXI
Sotto il Mediterraneo c’è un’altra Alessandria:
strade dai nomi sbiaditi, urne nel suo letto.
Resti d’acqua nella parola pioggia.
Sotto il Mediterraneo, cala la notte.
Altre acque che ci abbandonano per sempre.
XXVIII
Un altro deserto Un’altra riva
Questa pioggia non conosce né brillantezza né calma
Scende verso il cuore
Dimentica i confini.
*
Rinascerò senza cuore,
sempre nello stesso cosmo,
sempre con la stessa testa,
le stesse mani,
forse di colori diversi,
ma questo non sarà di consolazione.
Sarò crudele e solitario,
e mangerò serpenti
e insetti crudi.
Non parlerò a nessuno
se non con parole di insetti
o serpenti nudi,
con parole che vivranno e rideranno nonostante me.
*