Lucia Triolo: la luna nel pozzo

Oh il bagliore di quegli occhi!

La luna nel pozzo
ci rimase a lungo
come una pallida commozione
come il tramonto di una fronte
come un istante lontano che 
nega di esserci mai stato.
Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore.
Nessuno la cercava lì

Sorella che fai?
No, no  attenta
ti sbagli, ti sbagli
noooo ahhhh!

Desiderò essere di luce e 
si lavò il viso nella luna.
La pozzanghera 
la inzaccherò tutta.

È nell’indole degli dei mettere a segno
colpi blasfemi.

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Cristina Annino

La Casa del folle

Entro piano nella casa del folle; 
non apro le persiane, non tolgo la polvere. 
Arrivo alla sua camera che ancora dorme 
nel mattino troppa aria per occhi 
di dolente marrone pallido. Guardo 
la nuca rigida e il corpo che non sente 
neppure il pigiama. 
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto 
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese, 
dal peso della gente. 
Cerco di non affollarlo di niente; 
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni 
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore. 
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo 
al piede del suo letto coma a una pianta 
ed entra dentro di me, dal folle, quasi 
fune elettrica, una bianca, stanca, 
atroce vitalità.

da “Anatomie in fuga”

lucia triolo: sul selciato

Imprevisto:

mi lascio per strada,
gettata lì sul selciato
rotta da luci sfolgoranti e false
nulla in me si china a raccogliermi
i pezzi non combaciano

lo so:

abbraccio uno sparire
di antica data
fatto con zucchero filato
la lingua poco a poco arriva
al bastoncino appiccicoso
come a un sogno scaduto
andato a male

ho disegnato maschere sui muri:

profanando l’ultima speranza
che stava tra abiti e polvere
mi trattava da prediletta
con il belletto per la mia coscienza
mentre arava il mio sogno

ora solo ferocia

Lucia Triolo: una domenica di poesia

Enis Batur

Imago mundi

Ecco, leggo sul mio corpo le impronte
pian piano: il tatuaggio irato sulla spalla sinistra
è del secolo in cui erravo in una nave genovese,
mercante ambulante. Più giù, sulla coscia
l’ombra del pugnale. Le macchie che talvolta trascorrono
sul mio indecifrabile viso sono ricordo
di una malaria indiana. I miei occhi?
I miei occhi sono senza luce, sono senza storia:
pietrificati a Pompei dallo sgomento, cavati a Ninive
da una statua di gatto in oro massiccio,
forse caduti da un affresco,
sono due valori vani,
volati via forse con le loro espressioni complesse
da un’icona il cui volto
il tempo in fretta rode.

da Imago Mundi.

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

Simone Cattaneo

Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.

ora in Peace & Love

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