quando tra questi momenti c’erano gli inizi da imbacuccare e le attese lucide dei passi su cui si riversava l’errore in punta di bacio saliva il desiderio si rotolava tra le mani attraversava il guado tutte le stagioni volevano vederlo
vado alla ricerca di me stessa senza trovarmi mai chi mi ha nascosto?
guardo il mio bacio seduto all’angolo dove ferma il tram aspetta i tuoi calzoni scendere alla fermata.
Ora che ogni illusione è uno sberleffo: storie in maschera appoggiate a tele di ragno raccontate al sarcasmo alcune tracce del nostro presente scempio:
Signora Cazzafuoco gentile signora venga si accomodi in questo trivio di aureole posso offrirLe La prego un the allaSolitudine un suicidio collettivo con biscottini di Sterminio?
ora che sono nella psiche-covo dall’altra parte del senso?
-disperazione-
campanelli d’allarme continuate a suonare prima l’uno poi l’altro poi tutti insieme
confusa penso alla mia ignoranza: falce ansimante sospesa sul cuore feroce come fuoco sui miei istanti indecisi E questo “non so” non è un vuoto ma un pieno di nulla
giù in fondo dorme incomprensibile il mondo un angelo vaga dai morti verso i vivi e sempre sempre porta loro qualcosa comunica trabocchi
Chi puo’ guardare due volte le scarpe di una creatura qualunque senza mettersi a piangere? Dio, col suo sguardo infinitamente abbattuto che non si stacca mai dalle scarpe degli uomini.
Ascolterò gli angeli che provengono dai miei amici morti silenziosi come la neve evidenti come la neve Vedrò la neve sciogliersi e diventare acqua La vedrò scomparire e tornare, come aquile Vedrò le aquile arrivare Scomparire e sentirò la musica nel movimento che creiamo e che ci crea, così evidenti, nel buio
una panchina vuota sbadiglia ai quattro venti, felice che nessun vivente le sia seduto sopra
solo semi di zucca e bucce ma la carrozza di Cenerentola è ormai passata in un’altra favola
i viventi sono senza zucca -pensa- per questo il numero dei viventi è vuoto il loro impossibile singulto è contro l’assenza della fata: “brutta strega”!
l’assenza (s)colpisce ritratti io smetto di essere me
A scrivere ho imparato dagli amici, ma senza di loro. Tu m’hai insegnato a amare, ma senza di te. La vita con il suo dolore m’insegna a vivere, ma quasi senza vita, e a lavorare, ma sempre senza lavoro. Allora, allora io ho imparato a piangere, ma senza lacrime, a sognare, ma non vedo in sogno che figure inumane. Non ha più limite la mia pazienza. Non ho pazienza più per niente, niente più rimane della nostra fortuna. Anche a odiare ho dovuto imparare e dagli amici e da te e dalla intera.
da “Cuore (Cieli celesti)” ora in “I begli occhi del ladro”
Una parola bussa ancora alle mie labbra Vuole ch’io la pronunci. Faccio resistenza.
Frammenti di oscurità vengono a galla da immense profondità appena percepite. Lei insiste tenace. Faccio resistenza. Non occorre più ch’io parli Altri l’hanno già detta.
Non c’è più parola per un pensiero nato troppo presto e apparso tardi, ma l’intimità del silenzio non basta più.
L’unica cosa che voglio dire è stata già detta. E… non me lo perdona
Tindari, mite ti so Fra larghi colli pensile sull’acque Delle isole dolci del dio, oggi m’assali e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi, assorto al vento dei pini, e la brigata che lieve m’accompagna s’allontana nell’aria, onda di suoni e amore, e tu mi prendi da cui male mi trassi e paure d’ombre e di silenzi, rifugi di dolcezze un tempo assidue e morte d’anima
A te ignota è la terra Ove ogni giorno affondo E segrete sillabe nutro: altra luce ti sfoglia sopra i vetri nella veste notturna, e gioia non mia riposa sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio, e la ricerca che chiudevo in te d’armonia oggi si muta in ansia precoce di morire; e ogni amore è schermo alla tristezza, tacito passo al buio dove mi hai posto amaro pane a rompere.
Tindari serena torna; soave amico mi desta che mi sporga nel cielo da una rupe e io fingo timore a chi non sa del vento che m’ha cercato l’anima.
conclusione del capitolo Il canto del nottambulo, § 12, di Così parlò Zarathustra:
Oh uomo! Stai attento! Cosa dice la profonda mezzanotte? “Dormivo, dormivo –, Da un sonno profondo mi sono svegliata: – Il mondo è profondo, E più profondo di quanto abbia pensato il giorno. Profondo è il suo dolore –, Piacere – ancor più profondo del dolore: Il dolore dice: Passa! Ma ogni piacere vuole eternità –, – vuole profonda, profonda eternità!”
Viviamo un tempo che ci corre innanzi accendiamo falò lungo il cammino la notte è gravida di noi si ode solo il fruscio del cuore e non abbiamo mai saputo di quanti cuori altrui abbiamo bisogno perché il nostro batta.
Il tempo ci attende.
Non fuggo più dovevo sapere adesso so: il corpo disegna un’ orbita eterna
La luna nel pozzo ci rimase a lungo come una pallida commozione come il tramonto di una fronte come un istante lontano che nega di esserci mai stato. Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore. Nessuno la cercava lì
Sorella che fai? No, no attenta ti sbagli, ti sbagli noooo ahhhh!
Desiderò essere di luce e si lavò il viso nella luna. La pozzanghera la inzaccherò tutta.
È nell’indole degli dei mettere a segno colpi blasfemi.
(…) E ho conosciuto tutti gli occhi, li ho conosciuti tutti… gli occhi che ti fissano in una frase formulata, e quando sono formulato, schiacciato sotto l’ago, quando infilzato mi contorco contro il muro, allora come potrei cominciare a sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e modi? E come potrei presumere?
Con gioia ed emozione ho tra le mani il mio ultimo testo fresco di stampa. Il mio grazie più vivo a Cinzia Marulli che lo ha ospitato tra le sue “Gemme” e alla casa editrice Edizioni Progetto Cultura. Ho il piacere di trasmettere a tutti voi questa notizia che mi rende particolarmente felice
Entro piano nella casa del folle; non apro le persiane, non tolgo la polvere. Arrivo alla sua camera che ancora dorme nel mattino troppa aria per occhi di dolente marrone pallido. Guardo la nuca rigida e il corpo che non sente neppure il pigiama. Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese, dal peso della gente. Cerco di non affollarlo di niente; il suo corpo vuoto è una stanza: sogni vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore. La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo al piede del suo letto coma a una pianta ed entra dentro di me, dal folle, quasi fune elettrica, una bianca, stanca, atroce vitalità.