Tempo verrà in cui, con esultanza, saluterai te stesso arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio, e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia. Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io. Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato per un altro che ti sa a memoria. Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate, sbuccia via dallo specchio la tua immagine. Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
un corpo che sta dentro un corpo che va un qualcuno solo a metà
guadare il fiume del senza senso il venir meno quotidiano di pezzi di “sé’”: il sé dalle gambe dalle braccia dalla pelle, dal cuore infine dalla parola
come una perdita di rime
apparire solo sparendo, allucinazione e verità, non sono nulla di ciò che mi circonda
un resoconto sotto l’epidermide della stranezza: essere qualcuno solo a metà
può un inizio essere bugiardo? il mio lo fu come nacque in me l’idea? che m’ assedia quanto la scheggia di una bomba scoppiata in un’ altra testa
II
in me nascevano le idee poi le distruggevo come fanno gli uomini con le città c’era qualcuno che si toccava e non aveva scelta nei suoi occhi ma aveva una sorella che guardava e contava fino a dieci e poi ricominciava
saltava l’oggi numerava l’altro ieri che era cambiato il mese saltava l’oggi numerava un dopodomani che sarebbe cambiata la stagione
saltava il qui era sempre là e poi un poco più in là saltava il qui perché non lo cercava e non lo trovava ed era senza tempo e senza spazio sempre in penombra
era sì era. ma non sono sicura che ci fosse era ma forse non c’era
tutto l’universo non era abbastanza grande da accogliere il suo non esserci
III
saltava il padre che le mancava non aveva mai amato le paternità dell’ultimo minuto
Inquietudine di gesti assemblati nel vuoto e questa casa
piena di cose non fatte di cibi non digeriti di lacrime non accadute e ormai secche di parole pagliacce di carezze in cammino verso un altro destino di baci ululanti desiderio e nostalgia non era un’allegoria:
passeggia frenetica sul lungomare di una psicotica fretta e accade che ancora mi cerchi
l’indirizzo su una scheggia di carta o una pagina di vetro mi ha abitato come un’omissione
Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per un pezzo di pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976
il colore delle nostre vesti l’arancio aggredito dal rosso ciliegio quel lieve sentore di bugia l’emozione sgualcita a pezzi nel tappeto le fusa del gatto un gesto: l’ adagiarsi del corpo il suono della porta sul più bello
IL POETA é PADRE E INSIEME MADRE DI FIGLI NON NATI
Il poeta è padre e insieme madre di figli non nati . La sua amante e la sognante inventata parola. Con lei ha rapporti sessuali come con sua moglie, fatta di carne e ossa, non solo a casa, nel letto, ma anche nel bosco lussureggiante, su uno scoglio al mare e nel mare, nella landa, illuminata dal sole, in qualche buio corridoio… Nella fredda chiesa deserta e al cinema, pieno di corpi sudati … Per la sua immacolata concezione i loro peccati è punito con una perenne gravidanza. In lui cresce
il vuoto che vuole trascendere l’infinito vuoto che lo circonda… il poeta è padre e insieme madre di figli non nati… Ed è contento delle proprie doglie
vorrei… vorrei avere occhi di cristallo trasparenti e fulminanti mani che tolgono la polvere anche ai sogni orecchie che avvertono i punti morti nel cammino odori col profumo di maree che lanciano speranze sulla riva
tu che mi accarezzi
e invece… … solo malintesi: una formica ci passeggia sopra
il mondo, quel vecchio usuraio, come sempre, continua a prestare e a esigere interessi non dovuti
Ormai da giorni rimugino sul mio resoconto del lavoro svolto con i profughi non ce la faccio proprio a metterlo sulla carta quell’odore odore di gente di creature umane quell’odore dolciastro un misto di urina di vomito di sangue mestruale di sangue di feci di sudore di gente spaventata
ormai da giorni rumino questo resoconto nei sogni è il resoconto a ruminare me mi perseguita insomma come dire
«Per loro tutto può andar bene!» il sudicio pavimento di cemento i vestiti fradici le interminabili attese in fila esattamente in una fila 2000 persone in un’unica fila una dietro l’altra per ore e ore per 2 pezzi di pane pesce in scatola una mela e mezzo litro di latte per l’acqua per mezzo litro d’acqua
ormai da giorni rumino questo rapporto già da giorni mi tormento come comporlo insomma come raccontare che la gente mi faceva segno sono affamato sono affamata siamo affamati dimagriti stanchi sporchi rassegnati
come raccontare che li sorvegliavamo come i peggiori e i più pericolosi nemici avvertendo la gente del luogo di non lasciar passare i loro animali dove erano passati loro potrebbero contrarre malattie terribili la tubercolosi, il colera, la scabbia, i pidocchi
«Neanche per sogno! Non sperate davvero che io vada a pulire le tende finché c’è anche uno solo di quella marmaglia infernale!» sbraitava una signora anziana mandata dai servizi sociali «Non voglio avere a che fare con loro, che tornino là da dove sono venuti!» strillava a notte fonda durante una delle notti più serene nel campo svegliandosi di soprassalto dal placido sonno dei giusti
come raccontare come descrivere la scena iniziale quando son giunta per la prima volta alla fabbrica Beti la mattina presto prima dell’alba
nei campi vicini silenzio nebbia in lontananza invece fasci di luce dei fari elicotteri suono insistente di sirene veicoli della polizia esercito con i loro furgoni e camionette armati fino ai denti agenti specializzati con passamontagna nero sul viso e il casco in testa muniti di giubbotti antiproiettile mitragliatrici rivoltelle sfollagente scudi e volti mascherati perfino i membri del servizio umanitario con guanti e maschere da naso e bocca
eppure dappertutto quell’odore quell’odore intenso e dolciastro odore umano
Parla anche tu, parla per ultimo, di’ ciò che hai da dire.
Parla – ma non separare il no dal sì. Dai anche senso a ciò che dici: dagli l’ombra.
Dagli ombra che basti, dagliene tanta quanta sai sparsa intorno a te fra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.
Guardati in giro:
lo vedi, che il vivo è dappertutto – Prossimo alla morte, ma vivo! Dice il vero, chi dice ombra.
Ma ora si stringe il luogo dove stai: e adesso dove andrai, rivelatore d’ombre, dove? Sali. Innalzati a tentoni. Più sottile diventi, più irriconoscibile, più fine! Più fine: un filo, lungo il quale vuole scendere la stella: per nuotare nel basso, giù in basso dove vede se stessa luccicare: nella risacca di erranti parole.
Da “La Rosa di Nessuno”
55 anni fa’, nella notte tra il 19 e il 20 Aprile 1970, Paul Celan andava incontro alla Senna. Al suo genio e a Lui il mio commosso omaggio
Ascolta bene, figlio mio: le bombe cadevano su Città del Messico ma nessuno se ne rendeva conto. L’aria portò il veleno per le strade e dentro le finestre aperte. Tu avevi appena mangiato e guardavi alla tele i cartoni animati. Io leggevo nella stanza accanto quando capii che stavamo per morire. Nonostante le vertigini e la nausea, mi trascinai nella sala da pranzo e ti trovai sul pavimento. Ci abbracciamo. Mi hai chiesto cosa stava succedendo e io non dissi che eravamo nel programma della morte, ma che stavamo per iniziare un viaggio, un altro, insieme, e che non dovevi avere paura. Quando se ne andò, la morte nemmeno ci chiuse gli occhi. Che cosa siamo?, mi domandasti una settimana o un anno dopo, formiche, api, cifre sbagliate nella grande zuppa marcia del caso? Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli, eroi pubblici e segreti.
Siete pronti a venir cancellati raschiati via, soppressi ridotti a nulla?
Siete pronti ad essere ridotti a nulla, ad essere immersi nell’oblio?
Se no, non cambierete mai davvero.
La fenice rinnova la sua giovinezza soltanto quando è arsa, arsa viva arsa fino ad essere calda, fioccosa cenere. Allora il piccolo agitarsi di un nuovo piccolo nato nel nido con fili di lanugine come cenere fluttuante mostra che lei sta rinnovando la sua giovinezza come fa l’aquila, alato immortale
Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano. Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai. Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso una apparenza invincibile. E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo. Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.
Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata, la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira- ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro, l’animale impazzito. L’imene deflagrato.
Il dopo
Sentire quelle mani sempre scavare la pelle
il dolore nell’anima
camminare soli guardare oltre
sperare nel vuoto desiderare non sentire più quel fragore che insanguina
dimmi tu – dimmi ci sarà un giorno il bianco velo della resurrezione?
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Quello che è stato è stato il male è indietro
la vita ha vinto sulla vita dall’interno la luce ha dipinto di sole la cicatrice
nessuno ha potuto offuscare l’amore quell’amore che cresce nel mio grembo e che ha il volto meraviglioso del bene.
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Ancora mi chiedo cosa farò da grande mentre conto le rughe che sorridono sul mio viso
mi ostino a non tingere i capelli come se quel bianco fosse il velo della prima comunione
cerco un abbraccio lo cerco nello sguardo di chi non ho ancora incontrato
poi mi specchio negli occhi di mio figlio e ritrovo l’amore di mio padre forse sono loro la ragione il senso della vita
e questa parola che a volte mi esce insanguinata.
Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio ed. La vita Felice, 2022.
Con la leggerezza di una freccia, ho sfiorato la tua immagine disegnando un arco nella solitudine.
Non era una solitudine qualunque. C’ero nata dentro, era la verità.
aveva attraversato la pelle sciogliendosi nella carne dondolandosi nel sangue. aveva accarezzato i sorrisi gli sguardi prolungati i desideri le domande.
Aveva intercettato anche i timori. con la trama ariosa della curiosità.
ora sospesa e timida si rivolgeva a te. era una solitudine elegante