Ci sono storie che cominciano e finiscono mentre io non riesco a vivere la mia, dov’ è finita la mia fionda? Adesso è il momento di mirare a quel Golia che mi incenerisce dentro. Sto con l’animo come sospeso in quest’ora,
Si sentiva stanca, pensò alle sue parole a ciò che non riusciva a vedere di esse perché lei, le sue parole le vedeva le voleva vedere dovevano essere parole acconce: uovo sodo si doveva quasi assaggiare non era d’accordo su questo con Alejandra, il bianco, il rosso dovevano essere già sapore in bocca
Si sentiva stanca, non le andavano i logorroici ma nemmeno che qualcosa rimanesse oscuro latitante ambiguo era in gioco il filo del discorso, quello strano destino quando le parole incontrano le cose
Pensò alla sua mancanza di energia forse era per questo, si chiese se anche gli altri… se capitava loro come a lei poi pensò ai muti a ciò che non riuscivano a vedere delle parole
“Tu sei lì; ma il luogo è così vasto che l’essere uno accanto all’altro è essere già così lontani da non riuscire né a vederci né a sentirci” E. Jabès Il libro delle interrogazioni (Diario di Sarah)
Questa distanza della nostra intimità: tu dall’altra parte della parola dove il cuore ha vele per salpare prima del respiro che il tuo sesso incalza
Chi digerisce una vita evasiva scritta su muri che non hanno preso appunti?
Ho chiamato a raccolta calze bucate al calcagno per separare le visioni dagli equivoci l’intesa dalla resa pezzetti di sussurri da vicini rumorosi dimenticanze incalzanti da torrenziali irrequietezze incongruenze e peccati da incoscienze.
Guardavo te e la mia vita seduti al bar vicino a una toilette maleodorante
sei riuscito a staccarti da te stesso o sei rimasto incollato? hai misurato le distanze intorno alle tue ombre, a tutti quegli avvizziti chiaroscuri? Cosa volevi, cosa speravi?
…
Oggi ho morso il mio cane e avvelenato la vipera che sono in casa nella stanza accanto quella dove non entro mai per paura là ci sono solo i miei sogni
…
metto adesso in vetrina una giornata che mi ha provocata.
Nella città vive un’ attesa liquida e la conosco. Anche la città è liquida: si perde in trasparenze tra rami spogli. Gocce si posano sulle labbra socchiuse da lì nascono alberi e case.
Mai stati uomini,
solo un’attesa a stellarsi in speranza a modularsi in memoria Finestrelle di abbandono nel muoversi delle mani che ha la gente.
Spiragli di risvegli nel roteare degli occhi. negli sguardi socchiusi indagatori Pensieri a perdersi nelle parole regalate e nei silenzi quando si accaniscono tra i denti. Tutto è sospeso nell’istante!
E quest’attesa non è balorda, non ha rubato le chiavi del cancello dell’orto Non mangia a sbafo. Fa il pelo e il contropelo a prudenze imbroglione e calcolati rischi
E’ attesa vera, come vera è la polvere di quel mucchietto d’ore che tenevo lì sul cassettone
Il ponte sul nulla ora è in abito da sera crespo l’ignavia sta a guardare una donna violentata tenere in pugno i suoi ragli di asina scuoiata mentre la parola diventa macigno urlante dentro il suo occhio
“Chi cavalca così tardi nella notte e nel vento” Goethe, il re degli Elfi
Questa è la vicenda di un dolore impossibile consumato al galoppo nei campi a distesa di un cuore arso come stoppia tra file d’ alberi nudi e crepe di fantasmi che si concedono a una boscaglia dopo l’altra a voler disarcionare dalle tue ciglia lacrime che non scendono ma salgono Una storia che non c’è -non c’è mai stata e mai ci sarà- una stregoneria che passa attraverso parole che trafiggono veloci il tempo che abbiamo e solo quello (era un inquisitore quel pettine che mi baciò la spalla e mi lasciò il suo marchio?) e che vendiamo a poco prezzo a una sorte d’accatto -che tutto si piglia nei luoghi comuni-. Mi hanno beccata calva e spettinata a contare le dita di una mano tagliata poi dell’altra e a sbagliare, a sbagliare a contare perché non arrivavo a 10 e le mie dita invece le avevano le chiome degli alberi. E anche il cielo non c’era più