“Tu sei lì; ma il luogo è così vasto che l’essere uno accanto all’altro è essere già così lontani da non riuscire né a vederci né a sentirci” E. Jabès Il libro delle interrogazioni (Diario di Sarah)
Questa distanza della nostra intimità: tu dall’altra parte della parola dove il cuore ha vele per salpare prima del respiro che il tuo sesso incalza
Chi digerisce una vita evasiva scritta su muri che non hanno preso appunti?
Ho chiamato a raccolta calze bucate al calcagno per separare le visioni dagli equivoci l’intesa dalla resa pezzetti di sussurri da vicini rumorosi dimenticanze incalzanti da torrenziali irrequietezze incongruenze e peccati da incoscienze.
Guardavo te e la mia vita seduti al bar vicino a una toilette maleodorante
sei riuscito a staccarti da te stesso o sei rimasto incollato? hai misurato le distanze intorno alle tue ombre, a tutti quegli avvizziti chiaroscuri? Cosa volevi, cosa speravi?
…
Oggi ho morso il mio cane e avvelenato la vipera che sono in casa nella stanza accanto quella dove non entro mai per paura là ci sono solo i miei sogni
…
metto adesso in vetrina una giornata che mi ha provocata.
Nella città vive un’ attesa liquida e la conosco. Anche la città è liquida: si perde in trasparenze tra rami spogli. Gocce si posano sulle labbra socchiuse da lì nascono alberi e case.
Mai stati uomini,
solo un’attesa a stellarsi in speranza a modularsi in memoria Finestrelle di abbandono nel muoversi delle mani che ha la gente.
Spiragli di risvegli nel roteare degli occhi. negli sguardi socchiusi indagatori Pensieri a perdersi nelle parole regalate e nei silenzi quando si accaniscono tra i denti. Tutto è sospeso nell’istante!
E quest’attesa non è balorda, non ha rubato le chiavi del cancello dell’orto Non mangia a sbafo. Fa il pelo e il contropelo a prudenze imbroglione e calcolati rischi
E’ attesa vera, come vera è la polvere di quel mucchietto d’ore che tenevo lì sul cassettone
Il ponte sul nulla ora è in abito da sera crespo l’ignavia sta a guardare una donna violentata tenere in pugno i suoi ragli di asina scuoiata mentre la parola diventa macigno urlante dentro il suo occhio
“Chi cavalca così tardi nella notte e nel vento” Goethe, il re degli Elfi
Questa è la vicenda di un dolore impossibile consumato al galoppo nei campi a distesa di un cuore arso come stoppia tra file d’ alberi nudi e crepe di fantasmi che si concedono a una boscaglia dopo l’altra a voler disarcionare dalle tue ciglia lacrime che non scendono ma salgono Una storia che non c’è -non c’è mai stata e mai ci sarà- una stregoneria che passa attraverso parole che trafiggono veloci il tempo che abbiamo e solo quello (era un inquisitore quel pettine che mi baciò la spalla e mi lasciò il suo marchio?) e che vendiamo a poco prezzo a una sorte d’accatto -che tutto si piglia nei luoghi comuni-. Mi hanno beccata calva e spettinata a contare le dita di una mano tagliata poi dell’altra e a sbagliare, a sbagliare a contare perché non arrivavo a 10 e le mie dita invece le avevano le chiome degli alberi. E anche il cielo non c’era più
Mi è rimasto un solo divertimento: le dita in bocca e fischiare allegro. Si è diffusa la cattiva nomea che sono un tipo volgare e un attaccabrighe.
Ah, che stupida perdita! Nella vita ci sono tante stupide perdite. Mi vergogno perché credevo in Dio, provo amarezza perché non credo più.
Dorate, lontane lontananze! Tutto brucia la vita quotidiana! E io mi comportavo da maiale e davo scandalo perché bruciasse più forte.
Il dono del poeta è accarezzare e tagliare. Un marchio fatale è dentro di lui. Una rosa bianca con un rospo nero avrei voluto sulla terra far sposare.
Eppure non si sono avverati, non si sono realizzati questi propositi dei giorni dorati. Ma siccome i diavoli hanno fatto il nido significa che gli angeli vivevano nell’animo mio.
E allora per queste allegre torpidezze, partendo insieme verso un altro paese, voglio all’ultimo minuto chiedere a quelli che saranno con me
per tutti i miei terribili peccati, per la sfiducia nella bontà divina che mi mettano vestito di una camicia russa a morire sotto le icone.
La vita è un sogno. Sogna il re il suo stesso regno, e vivendo in questo inganno, regna, dispone e governa; ed il plauso che è fugace riceve, lo scrive al vento e la morte-sorge ingrata! – in cenere lo trasforma. E chi vorrà più regnare sapendo che si risveglia già nel sonno della morte? sogna il ricco, la ricchezza, che tanti affanni gli reca; sogna il povero la propria tribolazione e miseria; sogna chi accresce i suoi beni, sogna chi cerca e s’appena; sogna chi opprime ed offende; e nel mondo, in conclusione, tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende.
Sono partito per incontrare l’Uomo – o un dio? per incontrare Dio e un uomo. Ma questo non posso discuterlo con te elegante anziano signore al caffè dove bevo il mio te al latte verso sera. Perché arrivo da un paese dove si ascolta la rigida tempesta dell’inverno e il deserto dietro la tempia. E parlo una lingua in cui dio significa uomo e uomo dio E in questa lingua è scritta la poesia da questa dipende il suo destino