“In un libro di poesie“, di Rosa Cozzi

“In un libro di poesie“, di Rosa Cozzi

Buongiorno!

Ecco cosa scrivevo  il 24/05/2016

“In un libro di poesie “

Parole mai svelate

tutto mi appartiene,

ti custodisco nel cuore

e resti ignaro della mia passione.

Ti cullo, e ti nutro del mio amore,

ti amo con occhi innocenti

e ti sazio con baci

 ardenti,

ti porto con me nei miei sogni.

Siamo due, ma uniti nella fantasia

in ogni momento mi fai compagnia,

e continuo ad amarti in silenzio

sei la mia droga come l’assenzio.

Passa il tempo inesorabile

impedisce di urlare la mia pena,

e svanisci dolce tortura

effimera visione di un’attimo. . .

Rosa Cozzi

DL. 1941/633

CONTINUA L’ESTATE AL MAGGIORE: UN MONDO CHE DANZA. Della FONDAZIONE EGRI per la DANZA

CONTINUA L’ESTATE AL MAGGIORE

secondo appuntamento DOMENICA 3 LUGLIO nella Sala Teatrale del Maggiore con

lo spettacolo GRAN GALÀ DELLA DANZA 

UN MONDO CHE DANZA

Della FONDAZIONE EGRI per la DANZA

Diretta da Susanna Egri e Raphael Bianco 

Biglietti disponibili al link https://toptix1.mioticket.it/fondazioneilmaggiore/

Continua l’ESTATE AL MAGGIORE: un ricco cartellone di eventi che spaziano dalla musica classica a quella contemporanea, passando per la danza e la prosa, ospitati al TEATRO MAGGIORE, nella sua ARENA ESTERNA, il cui palco è stato acquistato grazie al progetto Culturagility, finanziato da Fondazione Cariplo, e nella recentemente riaperta al pubblico VILLA SIMONETTA.

Dopo la Mav Symphony Orchestra, che ha ufficialmente dato il via alla stagione, DOMENICA 3 LUGLIO il palco del Maggiore ospiterà la grande danza: appuntamento quindi con il GRAN GALÀ DELLA DANZA – UN MONDO CHE DANZA della FONDAZIONE EGRI per la DANZA diretta da Susanna Egri e Raphael Bianco

Si rinnova così, anche quest’anno, l’appuntamento estivo del Gala della Danza con uno spettacolo che porta in scena un ampio programma a rappresentare il mondo della danza con le sue molteplici sfaccettature, i suoi stili e le sue innumerevoli dimensioni (sociale, formativa, professionale e folkloristica); una serata pensata non solo per gli appassionati ma anche per avvicinare nuovi pubblici a questa straordinaria arte performativa.

“Celebriamo la danza in tutte le sue forme per coinvolgere ed emozionare sempre nuovi spettatori. Incontriamo il territorio ed i giovani anche grazie allo stage estivo che precede questo Gala e soprattutto, lavoriamo con loro per condividere un momento performativo in scena con la suite dal Don Chisciotte rimasta sospesa causa pandemia – commenta Raphael Bianco sulla serata a Verbania – Per la prima volta ho voluto dare un titolo: Un mondo che danza. Per celebrare in questo spettacolo l’armonia fra i popoli in un momento di forte inquietudine internazionale. La danza assimila, metabolizza e sintetizza stili differenti, linguaggi teatrali, artistici e si fa veicolo di emozioni e riflessioni profonde”.

In apertura di serata, per dare risalto all’importanza formativa della danza, saranno presentati estratti del balletto DON CHISCIOTTE, interpretato e realizzato dai giovani delle scuole di danza del territorio, sotto la guida artistica e coreografica di Raphael Bianco

Per la danza moderna e contemporanea, nella sua dimensione ludica e gioiosa, sarà sul palco la Compagnia EgriBiancoDanza, emanazione teatrale della Fondazione Egri e parte attiva nella vita culturale di Verbania, che presenterà alcuni fra i più importanti lavori coreografici che negli ultimi anni sono stati inseriti nei cartelloni di festival e rassegne nazionali e internazionali. 

In programma nella serata BEYOND WATER BORDERS, un gioioso inno alla pace tra i popoli, che trascende ogni confine e ogni limite etnico su opere di grandi compositori su cui spicca il genio incontrastato di W.A. Mozart, AMOR DI MUNDO, una danza dedicata alla gioia della vita e alla speranza di una nuova era felice, su musiche di Cesaria Evora, artista di Capo Verde che attraverso il canto ha parlato di speranza, amore e di un futuro migliore.

In evidenza, il balletto neoclassico JEUX – (les jeux des sports, les jeux de l’amour) ideato da Susanna Egri e che la Compagnia EgriBiancoDanza presenta a 40 anni dalla sua creazione.

La danzatrice e coreografa, che ha dato il nome alla Fondazione, rappresenta sicuramente una delle personalità più rilevanti e singolari del balletto italiano del Novecento. 

La creazione della Egri, quest’anno sarà in programma anche nel prestigioso Festival Internazionale di Bolzano Danza. JEUX si ispira alla trama ideata dal grande maestro Vaslav Nijinsky, è totalmente originale e utilizza la tecnica del balletto sulle punte per dar vita a un divertente triangolo amoroso. 

Per celebrare la danza non potrà infine mancare il grande repertorio classico con ospiti d’eccezioneElisa Cipriani e Luca Condello, danzatori storici dell’Arena di Verona, figure di rilievo nel panorama coreutico italiano, che presenteranno due balletti su musiche di Tchaikovsky: un pas de deux da LO SCHIACCIANOCI e rivisitato da Luca Condello e lo struggente assolo della MORTE DEL CIGNO nella sua versione originale. 

Significativa è la scelta di portare in scena la coreografia della Morte del Cigno firmata Fokine, tema che è stato quest’anno il centro nevralgico di studio e di attenzione di numerose programmazioni, e fra queste il progetto Swans never die, progetto di Lavanderia a Vapore – Centro di Residenza per la Danza di Collegno a cui anche la Compagnia EgriBiancoDanza ha preso parte.

A completare la serata, per valorizzare anche gli aspetti etnici e sociali della danza, un altro nome di spicco del panorama internazionale è quello di Serge Antounkouou Some, danzatore del Balletto Nazionale del Burkina e oggi esponente di spicco del panorama coreutico italiano per il lavoro di diffusione della danza afro tradizionale del Burkina Faso.

Programma:

Beyond Water Border

Coreografia: Raphael Bianco

Musica: Mozart

Danzano: Compagnia EgriBiancoDanza

La Morte del Cigno

Coreografia: Fokine

Musica: Camille Saint-Saëns

Danza: Elisa Cipriani (solista dell’Arena di Verona)

Jeux – (les jeux des sports, les jeux de l’amour)

Coreografia: Susanna Egri

Musica: Debussy

Danzano: Compagnia EgriBiancoDanza

Pas de deux da “Lo Schiaccianoci”

Coreografia: Luca Condello

Musica: Pëtr Il’ič Čajkovskij

Danzano: Elisa Cipriani e Luca Condello

Liberté

Coreografia: Serge Antounkouou Some

Musica: musica popolare africana

Danza: Serge Antounkouou Some

Amor di Mundo

Coreografia Raphael Bianco

Musica: Cesaria Evora

Danzano: Compagnia EgriBiancoDanza 

Biglietti disponibili al link: https://toptix1.mioticket.it/fondazioneilmaggiore/

Per ulteriori informazioni consultare il sito www.ilmaggioreverbania.it

www.facebook.com/ilMaggioreVerbania

www.instagram.com/il_maggiore_verbania/

ILLUSIONE, di Horion Enky

Horion Enky

ILLUSIONE

Tu sei solo un’illusione 

e, come ogni illusione,

non vivi di vita propria,

ma vivi solo della luce altrui.

L’illusione è come una droga 

che, nei tuoi momenti di debolezza, ti rapisce il cuore

ma, come svaniscono gli effetti,

ti trovi solo e con il tuo dolore.

L’illusione nasce alla notte e muore alle prime luci del sole,

perché, come la verità, la luce del sole la fa morire.

L’illusione è la strega 

che si traveste da principessa per circuire il tuo cuore,

ma una strega rimarrà solo e sempre tale, facendoti solo del male.

L’illusione non cammina con gambe proprie per vivere, 

perché non ha una sua vita, 

essendo un parassita che ha bisogno degli altri

che la osannino per sentirsi glorificata.

L’illusione ha solo brevi e piccoli spazi nella tua vita

e, quando ti svegli e apri gli occhi, ti accorgi 

che era solo un’illusione.

Horion Enky

Racconti: “L’INTRUSA”, di Rosa Cozzi

Photo by Nathan Cowley on Pexels.com

Racconti: “L’INTRUSA”, di Rosa Cozzi

Qualche stralcio delle storie che ho scritto, in attesa di pubblicazione : Amerei leggere qualche commento, sia di critica che di elogio.

“L’INTRUSA”

Renzo ci rise su, però ripetette di non sbagliarsi. Mi parve strana quella frase, non

pensavo che Renzo fosse al corrente degli spostamenti di Anna, erano una coppia molto aperta, dove ognuno agiva per conto proprio.

Non ci pensai più e mi preparai ad attendere mio marito per avere un chiarimento.

Erano quasi le ventitré, ma nessun messaggio o telefonata da Daniele per dirmi che stava arrivando. Incominciai a tremare dalla rabbia, sapevo che era con lei, ma almeno un poco di considerazione nei miei riguardi me lo aspettavo, anche per salvare le apparenze.

Attesi per molte ore il suo ritorno, lo maledicevo per la sua sfacciataggine, il suo ritardo, per l’ansia che mi causava il suo silenzio, avrebbe almeno potuto avvertire, ma lui non arrivò, né quella sera né mai. Invece fu un poliziotto che suonò al campanello della porta. Quando lo vidi ebbi un colpo al cuore, pensai all’ennesimo incidente che Daniele aveva avuto.

In silenzio pregavo al che non avesse avuto molti danni e ferite. Ma la notizia della sua morte fu tremenda. Ero vedova!

Tornando dall’incontro, una macchina aveva urtato la moto, loro avevano avuto la peggio, si erano schiantati contro il guardrail dell’autostrada, i soccorsi furono lenti ad arrivare, tutti e due erano rimasti feriti gravemente, lei spirò quasi subito, mentre il mio amore dopo ore di agonia.

Mi resta solo un’amara soddisfazione, lui mi aveva invocato per ore, chiedeva di me a tutti quelli che gli furono vicini e in un ultimo rantolo pregò un dottore di trasmettermi le sue ultime parole: “perdonami amore mio”.

A chi era rivolta questa sua richiesta di perdono? Forse in un ultimo sussulto si rivolgeva a me? O a Anna?

Resta un mistero, ma amo pensare e illudermi che queste ultime parole fossero rivolte a me. Ci furono i funerali di Anna ma non ci andai, con un senso di colpa per la mia assenza lasciai che Renzo elaborasse da solo la sua morte. Ai funerali di Daniele non lasciai trapelare nulla della sua infedeltà.

Mi comportai degnamente.

Sono passati molti mesi dalla tragedia,

mi sto leccando le ferite del cuore e dell’anima, è dura da sopportare questa solitudine, perdere qualcuno a cui si è voluto bene è come strapparsi il proprio cuore, ma domani è un altro giorno, si vedrà! Ricominciare a vivere con il cuore in frantumi, è difficile ma non impossibile.

Per ogni persona che muore resta il rimpianto di non avergli detto “ti amo”, ma per chi rimane resta il silenzio nei muri di casa, non si può rimediare.

Lo si può urlare, ma si perderà l’eco nel dolore. Il tempo lenisce il dolore della perdita, anche se dovrei dimenticare, ricominciare a vivere.

Sei mesi dopo la tragedia ricevetti un piccolo pacchetto,

lo aprii curiosa di vedere cosa contenesse e perché mi arrivasse dal compagno della mia ex amica, che subito dopo l’incidente si

era trasferito in Australia e di cui non avevo avuto più notizie.

Un corto messaggio mi diceva con parole sibilline che stava bene e che sapeva di aver fatto la cosa giusta e null’altro.

Ma la busta conteneva anche, cosa bizzarra! un bullone avvolto in una carta stagnola!…

dalla mia biografia:

“PROFUMO DI PEPERONCINO, BASILICO E UVA FRAGOLA”“

QUELL’ESTATE PASSÒ VELOCEMENTE “

Arrivò settembre e mi ritrovai con una strana malattia, per la quale il dottor Lanza, visto che non mi lamentavo, cercava indicazioni battendo due dita sul pancino dolorante e mi chiedeva se avessi un fico d’india (per via delle spine che pungono) sul punto che toccava. Appurato che si trattava sicuramente di un’occlusione intestinale, fui costretta ad ingurgitare migliaia di cucchiaiate di olio di ricino! A prescindere dall’esito, arrivò il 1° ottobre e mi ritrovai in terza elementare, con la maestra Michelina sempre più esile, con sempre più fili grigi nei capelli e sempre più illibata.

L’inverno fu particolarmente rigido, ci fu una grande moria di animali, vidi mio padre preparare bracieri improvvisati muniti di manici per appenderli al soffitto per scaldare la stalla. E io che seguivo alla lettera tutto ciò che faceva, pensai di fabbricarne uno, visto che a scuola si moriva di freddo.

Ripetendo i suoi gesti, cercai prima un grosso barattolo di latta, trovai un grosso chiodo e con una pietra feci due buchi opposti, infilai del filo di ferro a mo’ di manico e orgogliosa del mio operato, la mattina seguente prima di andare a scuola, depositai tre tizzoni ardenti nel braciere improvvisato, li coprii con della cenere come avevo visto fare tante volte a mia madre e partii, arrivata a scuola depositai il mio scaldino sotto il banco. Il tepore che emanava era piacevole.

Quasi un’ora dopo un olezzo di pomodoro bruciato incominciò a espandersi nell’aula! Io ignara che quell’odore provenisse dal mio scaldino improvvisato

non ci detti importanza. Vidi la maestra Michelina alzarsi in piedi e come un razzo si fiondò vicino al mio banco, facendo un cenno verso il barattolo mi interrogò chiedendo: Cosa sarebbe questo?”; Io ingenuamente le risposi

: Ho portato il caldo per tutte le mie amiche, fa così freddo! Apriti cielo, con velocità supersonica mi confiscò il corpo del reato portandolo fuori in cortile, torno indietro e prendendomi per mano mi portò per direttissima dal preside. Dopo aver confabulato tra loro, visto che incominciavo ad avere problemi di udito, non capii molto dei loro discorsi, ma seppi dopo essere tornata in classe che avrei dovuto scrivere per punizione cento volte “” Non si porta il fuoco in classe, è pericoloso per te e per gli altri “. Fine dell’avventura!

da ” Storie d’amori, di delitti e di risate”

” NON ERA LA DONNA GIUSTA PER TE “

Non era la donna per te.

Lei era di un altro, più adulta. Raffinata, dolce, sensuale.

Un sentimento mai provato che la rendeva bella .

Tu giovane , bello, virile, maschio saturo del tuo fascino.

Ti crogiolavi vanesio nel piacere di essere desiderato.

Incontri clandestini nei pomeriggi afosi dell’estate.

Due corpi amanti avvolti nel sudore.

L’intesa di due corpi che si cercano e si trovano.

Ormai da mesi insieme e poi, a me il tuo migliore amico racconti che la vuoi lasciare, che vuoi troncare, che non é la donna giusta per te !

Si…!! Magari non era la donna della tua vita, ma ti amava…

e ogni volta che pensava a te le batteva il cuore.

Se poi ti faceva sentire la sua passione, dicevi che era una donna femmina al fulmicotone.

Tu le dicevi che era un uragano, che c’era solo lei che sapeva dirti quelle parole che fanno tremare le gambe e ti dava una sferzata di piacere.

E poi magari non era la donna per te… ma con i suoi sussurri e i suoi sospiri ti pregava di amarla e ti faceva sentire un re. Ma per te era solo un gioco e le dicevi: dai giochiamo, non prendiamo la vita troppo sul serio.

E non ti accorgevi che ogni volta che pronunciavi quelle parole le toglievi un battito dal cuore e a poco a poco non ha avuto più battiti e il suo cuore si è spento. . .

Lei ha rinunciato a sorridere e non aveva più le stelle che brillavano nei suoi occhi, quando ti guardava come in preghiera muta che dicesse : resta con me.

Lei se né andò, ti liberò dalle catene invisibili.

Però continui a parlarmi di Lei con insistenza, é sempre nei nostri discorsi. Ogni giorno é tra noi, non riesci a dimenticarla.

Magari era la donna giusta per te. . .

di Rosa Cozzi

da “Storie d’amore, delitti e di risate “

L’occasione perduta, di Patrizia Caffiero

l’occasione perduta, di Patrizia Caffiero

[l’occasione perduta]

Andò come andò

l’amore, che si era nascosto

in un angolo da un’ora

non si presentò

la piccola oca che riposava

fragrante fra l’erba

non si svegliò

nessuna bomba scoppiò

la folla non scese per strada

per festeggiare

l’unione fra due cuori che si somigliano

andò come andò

il termometro che misurava la paura

di sbagliare

di precipitare

annunciò un’onda terribile

di parole non dette, di abbracci risparmiati

allons – y, si parte

per la prossima vita 

croce sul petto

scarpe nuove 

occhi tristi, sorriso incerto 

nel tascapane un grammo di sollievo 

pesante come una montagna.

(Patrizia Caffiero)

Immagine di Ricardo Bessa

Quante cose fa la mamma! Forse troppe. Il visionario Rodari e le mamme lavoratrici

Quante cose fa la mamma! Forse troppe. Il visionario Rodari e le mamme lavoratrici

In una fase storica in cui rimanere a casa con i propri figli è oggetto di inedite e imprevedibili riflessioni e ponderazioni, la pagina de  Il Libro dei Perché dedicata alle mamme lavoratrici non smette di essere uno degli esempi migliori della visionarietà di Gianni Rodari. Il quale, negli anni Cinquanta, prova a spiegare ai bambini che l’impegno professionale fuori casa della mamma può anche non essere visto esclusivamente come fastidiosa privazione di una figura tuttofare.

Ecco perché, a due anni di distanza dal centenario del maestro, gli abbiamo dedicato una pubblicazione speciale, in versione illustrata e cartonata che non può mancare nelle collezioni dei piccoli lettori.

Perché la mia mamma deve andare a lavorare tutti i giorni, invece di restare a casa come piacerebbe a me e ai miei fratellini?

di Gianni Rodari / illustrato da Chiara Carrer / da 6 anni / 40 pp. / 14,90 € / in libreria dall’8 marzo 2022 / Emme Edizioni

L’album, uscito l’8 marzo 2022 in libreria, emoziona particolarmente perché rivela il pensiero libero, aperto, non allineato e lungimirante del suo autore. Il brano fa parte della raccolta delle risposte che Rodari dava alle domande dei bambini che gli scrivevano e che venivano pubblicate in due rubriche sul quotidiano «l’Unità» dal 1955 al 1958. Ed è un messaggio che restituisce bellezza, forza e dignità alle donne che lavorano, e in particolare alle mamme, all’interno di una società che le preferirebbe a casa, nei panni di angeli del focolare, e che le giudica come madri di serie B.

Poche parole e illustrazioni geniali contro i pregiudizi

In meno di 800 caratteri Gianni Rodari è in grado di polverizzare alla sua maniera leggiadra e inappuntabile questo pregiudizio – e con esso millenni di pensiero patriarcale – rivolgendosi a lettori di 6 anni: una sorta di miracolo, tanto più se si pensa che il testo fu scritto negli gli anni ’50, che diventa oggi un album, genialmente interpretato da una delle migliori illustratrici italiane di rilievo internazionale, la grande Chiara Carrer.

Ho un po’ idea che ti piacerebbe tanto se la mamma restasse sempre a casa a fare la domestica a te e ai tuoi fratellini, a lucidare le vostre scarpine, a lavare i vostri fazzolettini, e tanti altri eccetera, ecceterini. Non so che lavoro faccia la tua mamma ma sarà certo un lavoro utile: utile a voi (per i soldi che può guadagnare) e utile a tutta la società. E voi dovreste ammirarla ancora di piú, non soltanto perché è la vostra mamma, ma perché è una donna che lavora: una donna importante, e brava. Le scarpe le potete lucidare da soli, i fazzoletti li potete dare alla lavandaia, poi vi potete mettere alla finestra ad aspettare che la mamma torni per domandarle: «Che cos’hai fatto oggi? Parlaci del tuo lavoro e insegnaci a diventare bravi come te».

E la mamma lavoratrice di Rodari è anche una mostra

Dal 18 marzo al 18 aprile
Mostra delle tavole di Chiara Carrer tratte dall’album di Gianni Rodari Perché la mia mamma deve andare a lavorare tutti i giorni, invece di restare a casa come piacerebbe a me e ai miei fratellini?
Libreria delle donne di Bologna – Via S. Felice, 16
Orari di apertura: Lunedì 15.30 – 19; dal martedì al sabato 10-13 e 15.30 – 19; domenica chiuso
Rassegna BOOM! Crescere nei libri (Comune di Bologna e Associazione Hamelin)

https://100giannirodari.com/gianni-rodari-perche-la-mamma-deve-lavorare/

Filastrocca del pelo di gatto, di Gianni Rodari

Gianni Rodani foto wikipedia

Filastrocca del pelo di gatto, di Gianni Rodari

Filastrocca del pelo di gatto,

chi non la canta ha poco tatto,

peli di gatto ci sono in cantina,

sul materasso, nella cucina,

nel caffelatte della mattina,

peli di gatto nel minestrone,

peli di gatto sulle poltrone,

peli di gatto stanno sul letto,

sopra ai vestiti, dentro al cassetto,

peli di gatto nel frigorifero,

sotto il comò, sul calorifero,

peli di gatto nell’insalata

e su ogni persona invitata,

peli di gatto in bocca e negli occhi,

peli di gatto ovunque tu tocchi,

in tavola, in terra sulla tivvù,

dentro la pasta con il ragù,

nel tramezzino con il prosciutto:

peli di gatto ci son dappertutto!

(Gianni Rodari) 

Abissi, di Rita Frasca Odorizzi

Photo by Marek Piwnicki on Pexels.com

Abissi, di Rita Frasca Odorizzi

Abissi

Ci abbandoniamo al fato,

offesi nella dignità

di essere persone,

ammalate di un futuro

con le metastasi,

in una tempesta di ricordi:

Lotta, vertigini, visioni,

lunghi deliri..

E siamo solo scheletri:

Ma siamo vivi..

Io sarò lì, dove ci attende

il nuovo latte di luna,

sangue di buco nero,

sapore di infinito,

nella biforcazione tra i rami

che l’albero di carne dirama

solo, muto, crudo,

che si lascerà tradire

dalle emozioni nude,

nel languore e vastità

degli attimi stremati

sulla riva della com-passione,

con il tempo 

che arde in noi, visionari

senza confini.

Ritafrascaodorizzi

Sognami, di Frida La Loka

Sognami

Sogna; io sogno ad occhi aperti che mi sogni.
Sogna, ad occhi chiusi, mentre il sipario cala fragile, delicatamente.

Non sognarmi; in condizioni impossibili, astratte o surreali, dove il contesto è un dipinto di Dalí.

Il forziere onirico potrà essere pieno, ma mai saranno reali, basta deciderlo, decidersi...

Carne e ossa sono cosa ben diversa, sogni...?

Schierarsi mai fu cosa semplice, peggio ancora quando di anima e corpo, si parla.

Centauro, guaritore ferito, le pulsazioni animalesche lottano con la saggezza della mente del uomo.


Tua.
13 giugno,  2022.
Da wordpress.

E siamo soltanto a martedì, di Frida La Loka

E siamo soltanto a martedì.

Arrivare a mercoledì per me e tutto un traguardo, con tanto di medaglia. Finire la settimana è ben altro discorso, ogni stramaledetto venerdì, mi accingo mentalmente ad ascoltare ‘Chariots of Fire’ e là, lontano, vedo il mio di nastro. Non è semplice fare come se la mia vita fosse ‘normale’ perché semplicemente non lo è. Ma come Frida, vado avanti, come posso.

By fridalaloka.com 

In ogni suo singolo scatto, quello che colpisce di più non è il suo aspetto ( per tanti canoni), trascurato, soppraciglie folte, baffi ben allineati.


Almeno per quanto mi riguarda, proprio il suo sguardo, gagliardo, sicuro, diritto alla lente, senza ripensamenti, con un bagaglio d’accettazione che io non possiedo, uno sguardo decisamente di sfida.
Il mento in su, sventolando veste di colori variopinti e importanti orecchini d’ogni genere, pure un paio che raffigurano delle mani, regalatole da Picasso,  quando si son conosciuti in una delle tante tertulie occasionali chissà, a parlare di politica e forse d’arte.

By fridalaloka.com 

Se guardo addietro, vedo in me quella gagliardia che oggi credo di aver perso, mentre che paradossalmente proprio dopo i suoi peggiori anni della vita, Frida ha saputo risollevarsi, da sola. Lei con al suo fianco la sua inseparabile ombra, fedele, forse l’unica.

By fridalaloka.com 

Tua.
31 maggio, 2022

Le cose belle da ricordare, di Frida La Loka

Le cose belle da ricordare

Come previsto, Palazzo Roverella ci aspettava con la mostra di Kandinskij. Emozioni travolgenti, quantità di lavori, dalle pitture, ai libri, alla musica, già, perché, questo magnifico pittore ci ha lasciato una eredità immensa!

Intreccio di una radice molto stretta che lo lega fortemente alla sua terra d’origine. Dicevo intreccio di capolavori che senza l’approfondimento sulla metafisica, matematica, musica, non sarebbe possibile riprodurre graficamente. 

By fridalaloka.com 

SUL PASSO D’UN DINOSAURO, di Silvia De Angelis

SUL PASSO D’UN DINOSAURO

Non più filtri

nè impatti nebbiosi

sull’appiglio d’un cosmo incisivo.

Dalle viscere umanoidi aggressivi

lacerano la logica del palcoscenico

arida scia di spettrali consumi.

Decadono l’orgoglio e il suono della natura

stuprata di vezzi e candore

su appetibili malie di virus

nel cammino in bilico

su passo d’un dinosauro

@Silvia De Angelis 

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/04/sul-passo-dun-dinosauro.html

S T O R M I, di Silvia De Angelis

S T O R M I

Esternazione d’un volo in simbiosi

nell’accuratezza d’una pacata geometria.

Scandisce perfette metriche d’equilibrio

al di fuori d’una scommessa disomogenea.

Incastri preziosi

impaginati nella rotta complessa

e impeto di mete inesplorate

nella concreta sintesi d’una falsariga

vibrante oltre la schiuma del mare

alfabeto ondoso nel flash della retina

@Silvia De Angelis 2021

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/04/s-t-o-r-m-i.html

TRACCE DI MEMORIA, di Silvia De Angelis

TRACCE DI MEMORIA

avvolge un fascio di luce

quel residuo di tenebra

restia dissolversi nei suoi confini

ove premono rimbalzi di nebbia

(dense colorazioni d’effimera filigrana che si flettono)

si rincorrono silenzi nei tornanti deserti ove

s’intravedono virtuosismi d’ombre e penombre

accarezzati da sfumature controluce 

in bilico su un frastuono di sguardi…

dipanano inverosimili mappe frastagliate

nell’asimmetrica scenografia

che inganna tracce di labile memoria

nell’appuntamento irriguardoso con sè stessi…

@Silvia De Angelis 2011

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/04/tracce-di-memoria.html

IRREALE OBIETTIVITA’, di Silvia De Angelis

IRREALE OBIETTIVITA’

Idiomi, scommesse e deterrenze

su palcoscenico di media

nell’oltraggio a semine d’eventi.

Riciclati su ringhiere d’opposte arcate

mietono “fictions” 

su tachicardia d’aorta

in collisione con realtà basculanti

su confini accesi in trampoli di luna

ostentando irreale obiettività

@Silvia De Angelis 2022

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/04/irreale-obiettivita.html

O R A, di Silvia De Angelis

O R A

Mordere l’attimo

sorteggiarne

l’intrinseco significato

Bicchiere pieno

retrogusto intrigante 

Avvolgente notturno

rito

portatore di nuova luce

Slancio

di corpo eretto

orbitante dal perimetro

lancia 

il futuro tempo 

Un pensiero intermittente

invade il marciapiedi

d’un cangiante riflesso 

Dono del presente

irrinunciabile presupposto

@Silvia De Angelis 2010

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/04/o-r-a.html

SONORITA’ NELLA BRUMA, di Silvia De Angelis

SONORITA’ NELLA BRUMA

suggestiona quel torpore ovattato e avvolgente di bruma…

sembra coagulare ascolti allusivi indefiniti

dispersi in sillabe confuse fuori tempo

si sofferma la coscienza su strati d’emotività

delineanti sagome di vissuto sbiadito

trafitto tra le nubi

rincorrono supremazie di luna inascoltata

nel suo karma d’amore melanconico e incompreso

mentre si disperde in un salto artificioso

marcato dalla sonorità d’un cupo silenzio

@Silvia De Angelis 

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/04/sonorita-nella-bruma.html

Risus abundat, di Rosalba Di Giacomo

Risus abundat, di Rosalba Di Giacomo

Risus abundat

Com’era bella la mia terra 

colorata di venti e di ginestre 

di mandorli e di sole

con tanta luce tremolante all’afa e alla calura. 

Al canto delle cicale scricchiolava il mais;

d’oro ondeggiava il grano 

per abbagliare il sole.

Tegole rosse a ricoprire i tetti di bianche case

con timide finestre sempre fiorite. 

Almeno un nespolo per ogni casa 

ed un grande gelso assai frondoso 

per donare ombra 

ad un breve diurno riposo. 

Accogliente, assai generoso,

con timidi e dolci frutti penzolanti 

fra grossi rami e foglie, il gelso,

ci ospitava anche a sera quando, 

dopo il Rosario, un po’ di fresco si coglieva

sotto il suo manto. 

Più alacre delle cicale,

il grillo dispiegava il suo logorante canto.

Ed io ascoltavo.

C’era sempre qualche racconto.

E il gelso ascoltava e tutti i segreti custodiva. 

In verità, poche storie erano belle e liete.

Era il tempo che si rideva con parsimonia.

“Risus abundat in ore stultorum”

Vita segnata senza nemmeno una risata. 

Quanto quel gelso con noi avrà patito,

mi chiedo, ora che quegli alberi

dalla mia terra sono spariti.

Eliminati dall’uomo ingrato. Tagliati. 

Erano, allora, gli anni addolciti 

dalla tenerezza di mia nonna,

anni in cui ogni ombra temevo

e mi rifugiavo sotto la sua gonna.

Rosalba Di Giacomo

ANCORA MALAKOS, di Rebecca Lena

ANCORA MALAKOS

 · di Rebecca Lena · in lettere. ·

Dovreste immaginare una voce che non sia audace, ma querula e mediosa. Che non porti tuoni di apocalisse, ma brevi schiume confuse nell’alba di un bosco. Aghi di pino d’un tratto e qualche indugio di frascame che si infrange sulla gola come a trattenerla dal pronunciare parole troppo maestose, che probabilmente non ha mai voluto. È una voce che non si ascolta, talmente sublimata nel rumore di fondo dell’universo fuso che pare intermittenza erronea, irraggiunta, trascurabile. 

Quella voce è anche non-storia: che non compiaccia neanche un po’, e rimanga il fastidio vuoto di azioni non concluse o di personaggi non conclusi, o di tutto ciò che è pretesa incompleta. Non esiste completezza nella scrittura che sostiene questa voce, ma solo asimmetria pendula e sfrangiata, sparsa nei cocci qua e là, con pretese di incipit eterni che forse descrivono meglio l’andare di chi vive nell’irrealtà confortevole. 

Quella era la voce di A. Questa è anche la mia voce.

Mi sovviene il Tempòre, oggi, dal nulla. A, ricordi questa parola? L’unione di tempo e tepore che ci turbinava i sensi quando non osavo immaginare il tuo viso. Quando ero convinta che fossi uno spirito evaso dalla mia mente, il genio della piccola luna degenerata nel mio ombelico perlifero. E il piccolo rettile accanto al suo uovo, nato e impaziente, che la sera ci osservava fondere gli occhi dentro allo specchio degli schermi. Ti muoio, dicevi, mentre le nostre caviglie erano estremo l’uno dell’altra legate da un filo lungo oltre tremila chilometri. Ti proteggevo dal liquefarsi della paura nella notte lasciando schiudere l’alba senza rumore; tu mi proteggevi dal solidificare dell’argilla sopra la mia pelle, perché rimanessi molle, tua Malakos, mollusco malleabile incline all’ossessione sublime e alla pazzia. 

Psicosi mia del buio, non ti trovavo allora, ma era nell’assenza che riempivo cuore e polmoni. Conservo ancora quelle parole e sono una marea immag(i)nifica d’incisione, di sibili sulla pelle trasparente; vorrei destrutturare ancora, denarrare di più.

Dolce peso dell’insonnia, c’era un bicchiere d’inchiostro che ingoiavo per non avere nostalgia di quando, addormentati, nessuna carne poteva separarci. Eppure inevitabilmente svenivo, svenivi anche tu dopo poco e ad ogni risveglio eravamo scambiati, io uomo, tu donna, tremila chilometri di parole scritte sul materasso, tu nel mio letto, io nel tuo, Kāfir della realtà stessa. 

Giuro, potrei graffiare l’involucro vitreo del mondo opacizzando così tanto la superficie che una sinestesia inarrestabile regnerebbe furibonda sulla confusione delle cose. Ma adesso è tardi, lo so, non siamo più quel grumo di fumo fra i binari. Siamo saldi, e deformati dalla malattia irreversibile del corpo che vive.

Anche se non vuoi – perché mi reputi un’impostora, proprio come te – e anche se non voglio io – perché ti reputo un idiota superbo inabile alla vita, esattamente come sono io – accadrà: di nuovo. Quando, dischiusi dentro una pelle squamosa di foglie e di ossa, avremo bisogno di un posto in cui nessuno possa disturbarci – ancora e ancora – per lasciar tremare le voci, e l’anarchia di parole e l’egoismo supremo e gli svenimenti e i rinvenimenti che portano il racconto dei sogni. 

Oggi la rivedo, così vicina quella spremura dolce del cranio che genera fiumi. Ti inchiodo alla memoria.

La morte, che tu lo voglia o no, è solo un breve attimo di distrazione, un momento di sospensione necessaria per riprendere fiato e ricominciare tutto da capo. 

Te lo dico, sussurro al tuo orecchio con odio lieve: riscriveremo quella voce – pur non ricordando nulla – con le stesse parole; interromperemo, ricominceremo di nuovo, senza conclusione, alternando gli involucri, io donna, tu uomo, finché ogni incipit errante sarà libero di gravitare su questa terra.

“Racconti della Controra” è disponibile su:
Amazon     ||    IBS     ||     Feltrinelli

https://raccontidellacontrora.com/

SEDIMENTI, di Rebecca Lena

SEDIMENTI

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Fuggo per mantenere insieme le cose.

Giungo in città, dopo tanto, è vertigine lungo i muri secchi. L’acqua opaca del fiume che giace senza consenso, e giacciono i gabbiani sul bordo melmoso. Mi soffermo.

So che mi spii dal buco di un futuro.

Tu che potrei essere io, io che ancora non sono. Ho sentito le mani rabbrividire sul cornicione muschioso e infatti sono circondata da sguardi che non guardano, non ne incrocio neanche uno, incrociandoli: tutto è ricoperto da una patina di nausea. Coppie di occhi sollevate da terra quanto basta per mostrarsi e nessun uomo che mi somigli davvero. Forse perché non so vedermi? So che mi spii, non so dove, dall’alto delle righe dove il tempo si fa spazio bianco per divorare i versi lateralmente; sai, ho paura della poesia, finisce sempre sbriciolata in questo alito improvviso di vuoto (da cui continui a guardarmi). 

Nausea del sole trattenuto più vicino perché è inverno, nausea per la sua bile che proietta sagome e che conduce l’incatarrirsi delle nuvole pastello, forse mi scuoto un po’. Capire, capire come andare, anch’io lombricheggiante, ma senza euforia, nel dissesto edilizio cittadino. Non guardare in alto, piccoli respiri non troppo profondi. Il dio dei lampioni ha forma di lampione, mi disgusta forse l’ergonomia delle cose, l’antropocentrismo dello spazio. Mi disturbo io stessa sopra un marciapiede. Dovrei essere senza peso, sollevata, più vicino al nulla, senza un viso che è visto e che non vedo. Smarginare, immeandrirmi fra i ciottoli levigati dallo stupor, con slittamento detritico delle emozioni. L’asse di inclinazione del mondo perderebbe l’equilibrio e con lui i ponti e gli archi e le colonne in pietra serena. 

Succede ancora, quando mi guardi troppo, il pensiero straripa fuori dalla sintassi, ma mi affretto a ricompormi persona. 

Sono costretta, giorno dopo giorno, a rinchiudere il mio pensiero dentro alla rete di un lessico uniforme, altrimenti non vi sarebbe forma concepibile al sentire-non-sentire della coscienza. Che è inscrivibile o circoscrivibile al pensiero? E creare poi, con le righe, una direzionalità che sia alveo e, con la sintassi, una pendenza che definisca una portata, ragionevole, logica, efficiente. Gocce i lessemi, detriti i verbi, pesci le congiunzioni, li rinchiudo o sono loro a rinchiudere me? Poi alti argini del buon senso, e dislivelli per non alluvionare.

Fuggo nella direzione più confortevole e cioè nella scia di un mondo che si ricompone, forse più mansueto.

Non serve a nulla piantare le dita nel muschio della balaustra, ma il tatto mi convince di essere ricomposta, adesso fuggo nella solidità delle due gambe, sguardo basso, fra i gradini antropo-retti della città, confusa nel rigore distante degli spostamenti, magari ti sfuggo per qualche momento, magari mi nascondo un po’ al vuoto tipografico che divora.

“Racconti della Controra” è disponibile su:
Feltrinelli

https://raccontidellacontrora.com/

ABITO, di Rebecca Lena

ABITO

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Pelle, cos’è?

Penso alla pelle ed è subito funghi nel bosco. La vista, l’udito, il tatto vengono meno, come scuciti nel corpo da una pungenza bagnata. Ecco, è proprio frascame, boscaglia fradicia, funghi appena abbottonati al soprabito muschioso, ora che ci penso meglio, è anche peluria fine che trattiene al volo gli uccelli senza che loro possano comprendere come, o fanghiglia nera fra le croste fradice di un tronco che ben mi si concede se avessi ancora le dita. Tutto il bosco spugnoso è un polmone teso in esitazione perenne, pare trattenga il respiro per conservare dentro di sé, se stesso, il più a lungo possibile. Ma è anche singulto simbolico di una penetrazione stabile fra nebbia e muffa, tanto che il pensiero – che ancora, non so come, mi è saldo addosso – si desta, dentro una convinzione: ciò che prima ritenevo contenitore altro non è che contenuto impalpabile, spore. Non esisto, se non in questo. Esitazione umida. Ammuffita. 

Pelle. Penso al moto ondoso che spettina ogni forma del campo visivo. Pare che il mare, nella sua schiuma, catturi certi suoni sconosciuti, li custodisca per molto tempo, secoli, o minuti, per poi restituirli alla battigia in modo del tutto casuale, quando nessuno se lo aspetta. Specialmente di notte, e all’alba, vomita, travolge le spalle e le percuote di paura; le costringe a voltarsi, ma poi nulla, niente di niente, solo respiri e la schiuma.  Si sente giá – credo in fondo al cielo – un alito caldo di coperta che si spoglia. Sono pur sempre un uovo nelle mani di qualcuno che non vedo (che sta laggiù, oltre l’orizzonte marino). A quel punto forse, nel plauso di costui che omaggia la notte che muore, mi schiuderei in alba liquida e, colando, sul mare, amerei.

Pelle. Penso alla cristallizzazione infinitesima nella polvere d’ossa. Qui il moto ondoso delle dune induce alla calma del vento, e all’attesa epifanica. Accade qualcosa? Ma non un gesto atmosferico, né una sillaba dal sole. L’indugio che è aridità sottile, è sabbia.

Adesso capisco, che la pelle non è pelle, la pelle non è involucro, ma è occhi. É contemplazione quieta di una remora del tempo e non di una stagione. Mi chiedo soltanto, nell’attesa di un’ espirazione che concluda il mondo, sono dunque io, che proietto sulla natura, oppure è lei – la natura – che indossa la mia pelle e veste il mio sentire?

“Racconti della Controra” è disponibile su:
Amazon     ||    IBS     ||     Feltrinelli

https://raccontidellacontrora.com

A TU PER TU – INTERVISTA, di Rebecca Lena

A TU PER TU – INTERVISTA

 · di Rebecca Lena · in interviste. ·

Grazie Ivano dello spazio e del tempo che mi hai concesso.

Ecco un’intervista che parla soprattutto  di voi.

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

“Amo la frammentarietà delle forme brevi, libere di cambiare direzione in qualsiasi momento, di saltare un po’ovunque nello spazio e nel tempo etereo, fuoriuscire in modo lento e magmatico, oppure esplodere viscosamente in blocchi, lapilli e ceneri”, scrive Rebecca Lena in una delle risposte all’intervista.
Il titolo del suo libro è Racconti della Controra, e nella definizione non c’è solo un’indicazione cronologica. C’è una presa di posizione, una collocazione spazio-temporale, un modo di osservare il mondo e se stessa in relazione ad esso. La questione non è solo essere “contro” (sarebbe troppo agevole e forse inutile).  Consiste piuttosto nell’andare verso il mondo esterno senza snaturarsi. È una maniera di dirsi, di raccontare quella parte di sé che altrimenti resterebbe muta. I racconti del libro nascono dal blog dell’autrice, molto curato, attento anche all’importanza della dimensione iconografica. L’espressione di Rebecca Lena è ampia, a tutto tondo, e soprattutto è frutto…

View original post 2.318 altre parole

FORI SULLA MEMBRANA, di Rebecca Lena

FORI SULLA MEMBRANA

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Lei se n’è andata e mi coglie il grido di tutto ciò che scompare, non solo il dolore del suo divenire assenza, ma il potenziale assenteismo di chiunque. Siamo giunti e partiti al contempo, nati scomparsi, da sempre. Pare che esista un sigillo di garanzia impresso sul polmone del primo respiro. E quel marchio pulsa lungo tutto l’arco dell’esistere con una vitalità abbacinante, ma invisibile. 

Pioviggino sul mio corpo scrivendo traiettorie con le gocce in picchiata, crocifiggere le parole forse ci aiuta a pettinare il sentire, a sbrogliarlo di tutti i nodi. Le righe dritte precipitano da sé, guarda, orizzontalmente.  Anche il tempo è un precipizio. Eppure credo nella dolcezza dell’inquietudine, che non è attività inquieta, ma incomprensibile e tesa ricerca dell’immoto. Tutto muove, niente vive l’immobilità e dunque l’immobilità esiste solo nell’immaginazione di un’assenza di mobilità. Desiderio irraggiungibile quando si esiste dentro ad un cosmo.  

La morte, che non può essere realmente vissuta, magari è solo un modo di vivere, finalmente, l’immobilità del fondo. Là, ora lei giace immobile, dopo aver corso fino allo stremo. Qui, piove. Piovono tutti. E si dipana il fischio terribile di una membrana bucata.  Il mondo si sgonfia a poco a poco.

A Daniela. Quattrocentista, mezzofondista azzurra, poetessa.

“Racconti della Controra” è disponibile su:
Amazon     ||    IBS     ||     Feltrinelli

https://raccontidellacontrora.com

Ad occhi chiusi, ascoltami, di Rosalba Di Giacomo

Ad occhi chiusi, ascoltami, di Rosalba Di Giacomo

Ad occhi chiusi, ascoltami,

mi ritroverai 

dentro di te,

nei tuoi ricordi. 

Lascia che sia il silenzio.

Lascia che sia  

un tanto di noi.

Lascia che nulla 

possa interagire con il sogno. 

Il silenzio parla sempre 

con mille voci, 

è un manto che ci avvolge 

con spire di realtà e sogni. 

Tutto si intreccia 

e, in quell’intricato nodo,

io rimango. 

Nulla potrà districarmi 

da quel che è stato 

come nulla potrà 

restituirci i sogni del passato. 

Ad occhi chiusi, ascoltami.

Rosalba Di Giacomo

Scivola tra le dita, di Antonio Meola

Scivola tra le dita, di Antonio Meola

Scivola via 

Scivola tra le dita

come granelli di sabbia

che il vento

poi si porta via

chissà poi dove.

È il tuo tempo,

i tuoi attimi di vita,

i tuoi successi ,

ogni tuo dolore,

i tuoi amori

e la tua solitudine.

Si perdono nell’oblio

tutti i tuoi sorrisi,

ogni tua lacrima,

tutti i tuoi anni

che di te hanno fatto

quel che adesso sei.

Senza tregua,

senza mai fermarsi ,

la tua vita

ha visto passare,

ogni tua emozione 

ha sentito plasmarti

e adesso,

ancora va

dandoti l’impressione

di correre ancora più veloce

mentre tu

vorresti fermarlo

per assaporare di più

ogni attimo che passa,

ogni respiro che guadagni,

ogni battito di cuore

che ancora 

ti porta amore.

Il tempo

scivola via

portato dal destino 

che chissà 

cosa ancora

ti riserverà. 

Melanto 

( Antonio Meola )

poeta da quattro soldi 

foto presa dal web

Non potrai non sentire il mio pensiero, di Alma Bigonzoni

Non potrai non sentire il mio pensiero, di Alma Bigonzoni

Poesia e Serenità

Pensiero

Non potrai non sentire il mio pensiero. 

Le lettere corrono nella mia mente, è 

tutto in testa, mi piacerebbe scrivere ma 

non lo so fare.

Chiudo gli occhi e sento la mia anima 

tremare, sento emozioni che mi sono 

difficili da spiegare. 

C’è nebbia nella mia mente.

L’anima soffre e la passione agita il mio 

cuore.

Il mio pensiero coltiva le speranze

abbraccia i sogni, ha orecchie per sentire, 

ma non possiede occhi per vedere.

Continua imperterrito a volare, con tutto 

l’amore che ancora fa battere il cuore, per 

arrivare fino a te.

___@Ab___

Le mie poesie parlano di te, di Alma Bigonzoni

Le mie poesie parlano di te, di Alma Bigonzoni

Poesia e Serenità

Le mie poesie

Le mie poesie parlano di te, 

tu che ritorni sempre, come il giorno 

torna dopo la notte e il sereno dopo la 

tempesta.

E parlano di te i versi che volteggiano tra 

le cime innevate, tra assoli di  desideri, 

che pullulano di timida voglia di amarti.

Anche i fiori sognano prati verdi intrisi di 

speranza e di infiniti giorni, di calde 

carezze, di raggi di sole. 

Quando il silenzio mi avvolge,

quando la nostalgia mi sorprende

e bussa forte alla porta del cuore

parlo di te e di me.

Quando vuoi accarezza pure l’anima mia, 

leggi nel mio cuore I versi scritti per te e

dammi  certezze, prendi la mia mano e 

corriamo.

Le mie poesie ti porteranno il profumo 

del mio amore.

__@Ab__