Ángel González (1925–2008) è stato un importante poeta spagnolo appartenente alla Generación del 50, noto per una poesia civile, ironica e profondamente umana.
Nato a Oviedo, visse la Guerra Civile da bambino e trasformò quell’esperienza in una voce poetica lucida e solidale.
Dal 1970 visse a lungo negli Stati Uniti come professore universitario, continuando a pubblicare opere fondamentali per la poesia contemporanea spagnola.
Una rivoluzione. Poi una guerra. In quei due anni, che erano un quinto della mia vita, avevo già sperimentato sensazioni diverse. Ho immaginato più tardi cosa significhi combattere da uomo. Ma da bambino, per me la guerra era semplicemente: lezioni sospese, Isabelita in mutande in cantina, cimiteri di automobili , appartamenti abbandonati, fame indefinibile, sangue trovato per terra o sui selciati della strada, un terrore che durava quanto il fragile rumore del vetro dopo un’esplosione, e il dolore quasi incomprensibile degli adulti, le loro lacrime, la loro paura, la loro rabbia soffocata, che, attraverso una fessura, entrava nella mia anima solo per svanire poco dopo, davanti a una delle tante meraviglie quotidiane: il ritrovamento di un proiettile ancora caldo, l’incendio di un edificio vicino, i resti di un saccheggio, carte e ritratti in mezzo alla strada… Tutto passò, tutto è sfocato ora, tutto tranne ciò che a malapena percepii allora e che, anni dopo, riaffiorò dentro me, per sempre: questa paura diffusa, questa rabbia improvvisa, questi imprevedibili e genuini impulsi a piangere.