Vedere nuda la vita di Mario Benedetti

Mario Benedetti è nato a Udine il 9 novembre 1955. Dopo i primi venti anni trascorsi nel paese di Nimis (UD), si trasferisce nel 1976 a Padova dove si laurea in Lettere con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Si dedica all’insegnamento sia a Padova che a Milano, città in cui si trasferisce e dove attualmente risiede. La sua esistenza, la sua poesia ed il suo modo di essere sono fortemente connotati dalla presenza di una malattia cronica: una particolare forma di sclerosi multipla che lo accompagna dall’infanzia. Gravi episodi dovuti a questa patologia si verificano nel ’99 e nel 2000. In seguito ad un ictus avvenuto nel 2014 è stato a lungo ospite presso una struttura sanitariaE’ morto nel 2020.

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

(da “Tersa morte”, 2013)

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Come il primo giorno di Justo Jorge Padròn

Stai cucendo a macchina
lentamente l’abito,
i sogni di nostra figlia.
Nelle tue mani si intrecciano
il tessuto e la luce.
Ti guardo e sento un sussulto
nel sangue. Ti parlo
senza muovere
le labbra
come se non ci fossero le parole.
È un silenzio illuminato
quello che sentiamo tra le nostre pareti
bianche. La macchina continua
a imbastire sogni,
la speranza si veste
con un abito da ragazza.
Solo uno sguardo
fugace e ci incontriamo
come il primo giorno:
l’amore continua. Ci basta.
.

(da I fuochi oscuri, 1971)

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lucia triolo: una domenica di poesia

Fernando Pessoa

Il poeta è un fingitore

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore

Non rido della morte di Javier Heraud

Javier Heraud Pérez (1942 – 1962) è stato un poeta peruviano e membro dell’Ejército de Liberación Nacional. Morì in maggio, ucciso dalla polizia.

Non rido mai
della morte. Succede
semplicemente
che non ho paura di morire
tra gli uccelli e gli alberi.

Non rido della morte.
Ma a volte ho sete
e chiedo un po’ di vita,
a volte ho sete e chiedo
quotidianamente, e come sempre
succede che non trovo risposte se non una
risata profonda, nera.
L’ho già detto,
di solito non rido mai della morte,
ma conosco il suo
volto bianco, i suoi vestiti cupi.

Non rido della morte.
Però conosco la sua
casa bianca, conosco i suoi
vestiti bianchi, conosco
la sua umidità e il suo silenzio.

Certo, la morte
non mi ha ancora visitato
e tu chiederai: cosa
sai? Non so niente.
Anche questo è vero.
Però so che quando
arriverà io la aspetterò,
la aspetterò in piedi
o magari facendo colazione.
La guarderò dolcemente
(non aver paura)
e poiché non ho mai riso
della sua tunica, l’accompagnerò,
solitario e solitario.

*