lucia triolo: esco dalla mia voce

chiama ora un distacco

chiede che io esca dalla mia voce
da quel ruolo 
di fuori luogo.

              Lascio senza me
il suo tono roco 
a sentinella di ogni pensiero.

La voce maschera
e dà suono a una maschera
riecheggia  randagi squilibri
sulla scarpata del cuore

Sopravvive?
Non ha fine il suo clamore!

                  Vi giro
ancora per poco dentro
e non è più la mia

Chissà se lo è mai stata
chissà di chi è mai stata

Se mestiere è il parlare
esco da quel mestiere
Si, esco fuori.

Altro sarà il tempo 
del respiro
quando avrò strappato nel dolore
il suo agguato:

pulito e nudo allora sarà il mio grido

lucia triolo: una domenica di poesia

Luigi Pirandello (Un falso, e che importa?)

E l’amore guardò il tempo e rise,

perchè sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.

Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,

il tempo moriva e lui restava.

Lucia Triolo: la luna nel pozzo

Oh il bagliore di quegli occhi!

La luna nel pozzo
ci rimase a lungo
come una pallida commozione
come il tramonto di una fronte
come un istante lontano che 
nega di esserci mai stato.
Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore.
Nessuno la cercava lì

Sorella che fai?
No, no  attenta
ti sbagli, ti sbagli
noooo ahhhh!

Desiderò essere di luce e 
si lavò il viso nella luna.
La pozzanghera 
la inzaccherò tutta.

È nell’indole degli dei mettere a segno
colpi blasfemi.

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

T.S. Eliot

 “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”

(…) E ho conosciuto tutti gli occhi, li ho conosciuti tutti…
gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
e quando sono formulato, schiacciato sotto l’ago,
quando infilzato mi contorco contro il muro,
allora come potrei cominciare
a sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e modi?
E come potrei presumere?

da Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock.

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Cristina Annino

La Casa del folle

Entro piano nella casa del folle; 
non apro le persiane, non tolgo la polvere. 
Arrivo alla sua camera che ancora dorme 
nel mattino troppa aria per occhi 
di dolente marrone pallido. Guardo 
la nuca rigida e il corpo che non sente 
neppure il pigiama. 
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto 
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese, 
dal peso della gente. 
Cerco di non affollarlo di niente; 
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni 
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore. 
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo 
al piede del suo letto coma a una pianta 
ed entra dentro di me, dal folle, quasi 
fune elettrica, una bianca, stanca, 
atroce vitalità.

da “Anatomie in fuga”

Lucia Triolo: il tuo nome

Tutto scompare nelle 
sillabe
del suo nome
che la tua lingua 
in cammino
sparge su ogni frase

Ma lui voleva vivere da eroe,
non eri tu il suo elmo
né la spada
e la sua storia non era affare di parole
era uno squarcio dritto in fondo al cuore

Attraverso il finestrino del mio treno 
il tuo nome scorre ancora
poi … non più