VISCERE E ARTEFATTI
di Rebecca Lena
Qualcosa si fa loquace fra i gesti delle mie dita e quelle altrui che non vedo. Ma quei segni di parole insonorizzate altro non sono che ombre dei miei? O quegli arti che sostengono il peso fragilissimo dell’apparenza non appartengono davvero a me?
Le funzioni segniche nelle pieghe delle mani sono estensione di un dialogo muto, sgomento dell’essere in vita, che non è triste, perché la tristezza altro non è che delusione di ciò che non è, e non è emotivo, perché le emozioni sono uno strato artefatto troppo superficiale; forse è fatto di malinconia, che è intervallo di incertezza a tratti meravigliata, o d’inquietudine, per la paura di aver perso tutto il Tempo possibile, e di angoscia, per le aspettative potenzialmente infrante di un Dio.
Mi faccio eterea non per raccontare ciò che sono io, ma per spogliare ciò che di mio è in ognuno. Talvolta raggrinzito alla luce, squamato, altre volte molle e verecondo come un nocciolo inabissato dalla vergogna o dall’incapacità di sentire tutto ciò che è buio. La nudità non è motivo di orgoglio autocompiaciuto, ma è disperata separazione di ciò che è autentico da ciò che è posticcio. Meticolosa trama di viscere del bosco che, nell’oscurità incomprensibile, tiene insieme una montagna.
Tutto il resto è accessorio del tempo e col tempo esala.
