RIPETIZIONE INSISTENTE DEL MORSO, di Rebecca Lena

RIPETIZIONE INSISTENTE DEL MORSO

di Rebecca Lena ·

Il mondo è cose attaccate a sputi di coscienza. Oppure il mondo è cose attaccate e basta, che pian piano si scollano fra loro. 

Estasi nella crepanza bruna dei tuoni, ogni ruggito è terrificante e pura bellezza. I lampi sono battiti di ciglia elettriche, sono le crepe del bussare di qualcuno che vuole entrare nella cupola del mondo. Bussa adesso nel guscio di nuvole e argilla grigia.

Conservo un ragno violino nella mia fessura. Pare sibilare un alito di freddo, quieto e inquieto, impalpabile fra le fessure di questo e quest’altro spazio lassù, là dietro, qui dentro. Mi hai detto che è pericoloso, devo farlo fuori, ma è il mio tesoro adesso, è il piano B della vita. Un morso raro che possa finalmente tagliare le mie mani, che non debbano fare, non debbano creare mai più. 

Sono le opere migliori quelle mai compiute. Sono pure, idee eteree che sopravvivono alla disidratazione. Pensa a come sarebbe gratificante non fare, non ricevere, non dover dare più nulla a nessuno. Privi di mani e senza l’inconveniente del peso, essere solo con l’essere, mai più con l’avere.

Di notte lo sento picchiettare sul vetro della finestra, una musica di stoffa per diciotto musicisti. Ed è come se ci mordesse senza tregua, sulle dita, sì, anche tu che non vuoi ma che in fondo menti. Ipnosi.

Loxosceles Rufescens, e tutti gli altri insetti, segreti e menzogne della casa; una cancrena si fa più larga fra le crepe del muro. Loro ci osservano, tutto il giorno, Penates di un tempo che non può esistere, che non avviene né è mai avvenuto. Mordicchiano, ipnotizzano il sogno nel sogno. Tentano di scavare un po’ con le tenaglie traslucide. Ogni tanto anche un ronzio di tela di zucchero. Mi coglie appena la tenerezza in mezzo al codice ovattato; il ragno violino ci appartiene e noi apparteniamo alla casa con le mura e il suolo incollati. I legami che si sfaldano come nidi di ragno ci fanno più lontani, impercettibilmente, mentre il vuoto necrotico colma le fenditure. Eppure è l’avvicinarsi, così pare, l’annullamento della distanza nella ripetizione potenziale del morso, la distanza che era l’avere stesso, le nostre mani tagliate, noi insetti imprigionati fra le pareti delle dimensioni indefettibili.

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