Il festival del Piccolo Teatro / Quattro proposte per un Presente Indicativo

Il festival del Piccolo Teatro / Quattro proposte per un Presente Indicativo

Maddalena Giovannelli ,   Alessandro Iachino

3 Giugno 2022

DOPPIOZERO

Venticinque titoli, di cui venti internazionali. Un mese di fitta programmazione per farsi un’idea del mutare delle tendenze nella grande produzione europea di spettacolo dal vivo. Il festival Presente Indicativo – forse a oggi il segno più forte della direzione di Claudio Longhi al Piccolo Teatro di Milano – con il suo dispiegarsi di visioni e di proposte ha sollecitato lo spettatore a prendere posizione, a collocarsi, a manifestare una postura critica (e dunque selettiva). Proprio per questa ragione, per raccontare il festival, abbiamo scelto di indicare quattro spettacoli che ci hanno sorpreso, commosso, o sollecitato alla riflessione.

(Non) parlare di politica: FC Bergman, Marlene Monteiro Freitas (Maddalena Giovannelli)

“Il termine teatro politico”, scriveva Massimo Castri nel 1973, è “duro e ostico, poiché si è caricato attraverso gli anni, le polemiche, le varie distorsioni semplicistiche, di molte grottesche stratificazioni”. Oggi quell’etichetta non risulta meno problematica, e continua a sollecitare artisti, critici e osservatori a una costante ridefinizione. Cosa significa parlare del e al presente? È una questione di temi o di linguaggi?

Dopo un lungo periodo in cui è risultato difficile, per gli osservatori e i critici, fare il punto sull’evoluzione delle forme più esplicitamente politiche (cosa è accaduto dopo la grande stagione del teatro civile?), oggi l’urgenza di prendere parola sui temi più caldi dell’agenda europea è forte e chiara, ed è forse il dato più evidente emerso da Presente Indicativo. Le drammaturgie presentate al festival si muovono immancabilmente intorno a ricorrenti parole chiave: clima, identità, natura, genere, patriarcato, guerra. Si tratta, tuttavia, del medesimo campo lessicale su cui lavorano a largo spettro i grandi media, l’attivismo e i social network; e il teatro, in questo quadro, rischia immancabilmente di fare la parte dell’ancella, arrivando a formulare tesi già in larga parte conosciute e condivise dal pubblico di riferimento, e dividendo in modo manicheo i buoni (quelli dentro la sala, ça va sans dire), e i cattivi(responsabili di crisi climatica, gender gap e altre brutture).

The Sheep Song, di FC Bergman, ph. Kurt Van Der Elst. 

Ma ci sono artisti e spettacoli capaci di rispondere alle importanti sollecitazioni del presente, rinunciando del tutto all’aspetto predicatorio della tematizzazione a tesi. Il collettivo olandese FC Bergman e l’artista capoverdiana Marlene Monteiro Freitas hanno dato vita a due potentissime partiture sceniche, del tutto prive di parola e capaci (per questo?) di lasciare un forte segno politico.

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