“Eclisse di un amore” di Bruno Marone
Pubblicato il 25 giugno 2022 da culturaoltre14

Grande intensità e capacità di descrivere stati d’animo di forte emotività, che Bruno Marone, già ospite della nostra rivista, trasporta, con evidente maestria, nel racconto che presentiamo nella nostra rubrica. Una storia dolente ma ricca d’amore, di sentimento che non si arresta neppure di fronte all’ineluttabile sconfitta dinanzi a una malattia devastante. Un amore che sopravvive al declino di un corpo che non riesce più a respirare e che trasforma un momento angosciante in un accorato palpito ancora vivo di emozioni e di ricordi, eterni, che non muoiono mai. Lo stile aciutto e incisivo sottolinea attimi che sembrano lunghi, ma che, in realtà, si svolgono rapidamente per declinare nella resa finale. Una storia sublimata dalla pacata rassegnazione dell’umano destino. [Maria Rosaria Teni]
Rigovernò. In fondo un niente. Da anni. Quanti? Abitavano soli. Come è giusto e normale, penso’. Lei no, non lasciava stoviglie da rigovernare. Lei non mangiava più da un po’. Da un’infinità di giorni. Aveva perso il tempo.Solo flebo a chiuder la vita. In casa che, tanto, all’ospedale non avrebbero potuto far nulla.Abbassò le luci e si mise a vedere il programma di Frizzi.”L’eredità”.Quando era in vita a lei piaceva tanto. Adesso non sentiva niente su quel letto divenuto del tutto insignificante.Pero’ lui immaginava il contrario.E ,magari,talvolta esagerava nel volume se,per caso,ancora ,lei sentisse.
Lui,spesso,finita la cena e davanti alla televisione,non vedeva programmi ma amava tornare a lei seducente e come senza tempo. La rimirava d’infilata rispetto al salotto e, lui, poteva tenerla sempre sotto controllo.
Ripensò i loro giorni.Sì, era bella e viva e desiderabile. Di fatto desiderata. Lui ripenso’ i lunghi tempi dell’attesa e dell’angoscia.Da giovani non si crede alla sconfitta. Si attende mentre i sensi non si placano ai giorni.
Allungo’ lo sguardo.La flebo lasciava cadere le sue gocce. Attimi di vita oltre.Pensare che,allora-ma quanto tempo prima?-,lei era la vita e lui quello che la subiva.Un palpito,venendo dal profondo,dei sensi adesso glielo rammentava.Si,era quella cosa stesa sul letto,immobile, bloccata all’attesa della morte, lei che aveva trasferito tanta vita. A lui e ai loro figli.
Sospirò. Le immagini televisive scorrevano. Penso’ alle feste, ai balli, a come le sue gambe snellissime seguissero i ritmi, allora, della danza. E lui, ma altri, più ammirati dalla bellezza che dalla perfezione dei movimenti.Lei rideva,allora e lui friggeva, fino a quanto lo sguardo intenso di lei non lo trafisse.Perchè è lui a desiderare, ma lei a scegliere.
La guardo’.Sentiva la televisione parlare ma continuò a guardarla. Si muoveva ansimando come se le mancasse aria. Lui si alzò e, come aveva appreso, regolo’ il flusso dell’ossigeno. Lei continuava ad ansimare e a fremere. Egli entrò in angoscia:non sapeva cos’altro fare.Un lunghissimo arco di attesa.Poi nulla:il mondo sprofondò in disperazione senza fine. In un attimo.
L’ora era tarda. Nella luce della stanza,improvvisamente fredda, tentò di ritrovarsi. Non posso, non posso, pensò. Chiamo i figli! Tentazione subito rimossa. Figli lontani. Sono sempre lontani quando debbono guadagnar vita. Attese. Era la mezzanotte. L’ora che i morti, nella memoria, sono in libera uscita e ci rammentano che siamo provvisoriamente vivi.
E, così, sedette accanto a lei nel letto e le prese la mano.La guardava mentre il viso trasfigurava nella serena indifferenza della morte. Passò così l’intera nottata mentre il caleidoscopio dei ricordi travolgeva i suoi sentimenti. Si fece a poco a poco giorno. Le nuvole, all’orizzonte, velavano un sole che poi,lentamente, si fece vivo. Egli lo guardava ma gli occhi ne deformavano l’aspetto quasi attraverso un velo di pioggia irrisolta.
Bruno Marone
