COSE CHE NON TROVO
· di Rebecca Lena · in quarantena. ·

Mi sono persa nel bosco, i cedri sono nudi e flettono il vento di modo che possa risuonare certe acute flessioni lignee. Cerco animali perduti, ma credo di essere la sola.
Il tappeto sbiadito crepita nei passi svelti di un daino che somiglia a se stesso, somiglia a me, mi ricordo che la crosta del mondo respira attraverso questo scambio d’identità decomposte.
Ovunque è l’ocra di un autunno atavico, cerco nel significante visivo un significato che mi riveli l’importanza del mio eremitare. Non lo trovo, non trovo niente che non sia il niente del sentire, l’esistere che è da sé, non per esistere, come l’acqua che scende giù dalle fauci delle rocce senza che le rocce abbiano mai avuto sete.
Eterno, un boato indistinguibile passa a setaccio la mente.
L’inutile presenza di un corpo, il mio, e delle fluide cose che lo attraversano; ma peculiare, l’assenza massiccia di desideri che contraddistingue il suo mistero. Ciò che non ha: non lo brama, ciò che ha: viene sospinto lontano; attorno a sé ogni presenza si appiattisce sul confine della potenzialità. Solo nel distante l’attrazione riconosce l’increspatura del sentire.
Tutto è remoto alla mia pelle.
Io stessa sono remota al mio corpo, lo ascolto nella corsa di una bestia che non vedo. Fuggo, perché solo sfuggendo intuisco di esistere.
