Nella casa del vento: dove l’anima respira, di Maria Rosaria Teni

Nella casa del vento: dove l’anima respira

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Finalmente, dopo un po’ di anni dalla pubblicazione del mio primo libro di poesie, ho preso in mano il mio taccuino e ho raccolto i versi che, dal 2010 in poi, sono nati dalla mia anima, dal mio cuore, dalle mie esperienze. In questa raccolta c’è una sorta di ripiegamento nella propria interiorità e l”anima si è tramutata in poesia, dove la casa è diventata una metafora della condizione umana e la vita come soffio di vento rappresenta gli eventi che trasformano l’esistenza, schiaffeggiandola proprio come fa il vento.

Il libro è stato pubblicato con Cultura Oltre – Rivista letteraria ed è presente su Amazon ai seguenti link: qui troverete il cartaceo e qui invece troverete l’eBook.

La poesia che dà il titolo all’intera silloge ne connota pienamente il significato, già anticipato nella presentazione dell’opera: “Ospite errante senza tempo nella casa del vento!” Ha inizio così la silloge di poesie che prende il titolo “Nella casa del vento” e che vuole rappresentare la metafora della condizione dell’uomo, imprigionato in una secolare precarietà ed esposto ad ogni folata di vento che la vita sprigiona nelle sue incursioni improvvise. Nomadi in cerca di stabilità, gli esseri umani, in perenne dissidio tra la voglia di eternità e il desiderio di fuga da una realtà a volte soffocante. Nella continua ricerca della libertà di vivere senza strettoie e condizionamenti, con il presagio che incombe e che ci fa temere di rimanere intrappolati tra pareti di carta in una dimora apparentemente stabile, ma fragile e cadente. La raccolta si compone di poesie scandite da un’introduzione costituita da brevi riflessioni estemporanee, composte rubando attimi al tempo che fugge, nella constatazione della provvisoria inconsistenza dell’essere, nel caos di mete irraggiungibili.”

Nella casa del vento

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Ospite errante senza tempo

nella casa del vento!

Una brezza alita voci

nella quiete sconfinata

di nostalgie trascorse…

Lontano il fragore dell’onda

si frange nell’aria d’intorno

di nomadi sogni profusa

dal ritmo incalzante pervasa

mistifica in trepida attesa

ore che avanzano impavide tra

pareti in un caos di pensieri…

E il mio viaggio si avvia

silenzioso / rassegnato a

languire a occidente…

Nel connubio di vita e di morte

in un soffio dell’anima infitto

su ali d’eterno spiegate

nell’abisso ineffabile e mondo

si dirada il reale nel sogno

un aprirsi di cielo dilegua

tra folate bizzarre di vento!

“Eclisse di un amore” di Bruno Marone

“Eclisse di un amore” di Bruno Marone

Pubblicato il 25 giugno 2022 da culturaoltre14

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Grande intensità e capacità di descrivere stati d’animo di forte emotività, che Bruno Marone, già ospite della nostra rivista, trasporta, con evidente maestria, nel racconto che presentiamo nella nostra rubrica. Una storia dolente ma ricca d’amore, di sentimento che non si arresta neppure di fronte all’ineluttabile sconfitta dinanzi a una malattia devastante. Un amore che sopravvive al declino di un corpo che non riesce più a respirare e che trasforma un momento angosciante in un accorato palpito ancora vivo di emozioni e di ricordi, eterni, che non muoiono mai. Lo stile aciutto e incisivo sottolinea attimi che sembrano lunghi, ma che, in realtà, si svolgono rapidamente per declinare nella resa finale. Una storia sublimata dalla pacata rassegnazione dell’umano destino. [Maria Rosaria Teni]

Rigovernò. In fondo un niente. Da anni. Quanti? Abitavano soli. Come è giusto e normale, penso’. Lei no, non lasciava stoviglie da rigovernare. Lei non mangiava più da un po’. Da un’infinità di giorni. Aveva perso il tempo.Solo flebo a chiuder la vita. In casa che, tanto, all’ospedale non avrebbero potuto far nulla.Abbassò le luci e si mise a vedere il programma di Frizzi.”L’eredità”.Quando era in vita a lei piaceva tanto. Adesso non sentiva niente su quel letto divenuto del tutto insignificante.Pero’ lui immaginava il contrario.E ,magari,talvolta esagerava nel volume se,per caso,ancora ,lei sentisse.

Lui,spesso,finita la cena e davanti alla televisione,non vedeva programmi ma amava tornare a lei seducente e come senza tempo. La rimirava d’infilata rispetto al salotto e, lui, poteva tenerla sempre sotto controllo.

Ripensò i loro giorni.Sì, era bella e viva e desiderabile. Di fatto desiderata. Lui ripenso’ i lunghi tempi dell’attesa e dell’angoscia.Da giovani non si crede alla sconfitta. Si attende mentre i sensi non si placano ai giorni.

Allungo’ lo sguardo.La flebo lasciava cadere le sue gocce. Attimi di vita oltre.Pensare che,allora-ma quanto tempo prima?-,lei era la vita e lui quello che la subiva.Un palpito,venendo dal profondo,dei sensi adesso glielo rammentava.Si,era quella cosa stesa sul letto,immobile, bloccata all’attesa della morte, lei che aveva trasferito tanta vita. A lui e ai loro figli.

Sospirò. Le immagini televisive scorrevano. Penso’ alle feste, ai balli, a come le sue gambe snellissime seguissero i ritmi, allora, della danza. E lui, ma altri, più ammirati dalla bellezza che dalla perfezione dei movimenti.Lei rideva,allora e lui friggeva, fino a quanto lo sguardo intenso di lei non lo trafisse.Perchè è lui a desiderare, ma lei a scegliere.

La guardo’.Sentiva la televisione parlare ma continuò a guardarla. Si muoveva ansimando come se le mancasse aria. Lui si alzò e, come aveva appreso, regolo’ il flusso dell’ossigeno. Lei continuava ad ansimare e a fremere. Egli entrò in angoscia:non sapeva cos’altro fare.Un lunghissimo arco di attesa.Poi nulla:il mondo sprofondò in disperazione senza fine. In un attimo.

L’ora era tarda. Nella luce della stanza,improvvisamente fredda, tentò di ritrovarsi. Non posso, non posso, pensò. Chiamo i figli! Tentazione subito rimossa. Figli lontani. Sono sempre lontani quando debbono guadagnar vita. Attese. Era la mezzanotte. L’ora che i morti, nella memoria, sono in libera uscita e ci rammentano che siamo provvisoriamente vivi.

E, così, sedette accanto a lei nel letto e le prese la mano.La guardava mentre il viso trasfigurava nella serena indifferenza della morte. Passò così l’intera nottata mentre il caleidoscopio dei ricordi travolgeva i suoi sentimenti. Si fece a poco a poco giorno. Le nuvole, all’orizzonte, velavano un sole che poi,lentamente, si fece vivo. Egli lo guardava ma gli occhi ne deformavano l’aspetto quasi attraverso un velo di pioggia irrisolta.
Bruno Marone

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DIVAGAZIONI LETTERARIE: “Charles Bukowsky” di Myriam Ambrosini

DIVAGAZIONI LETTERARIE: “Charles Bukowsky” di Myriam Ambrosini

Pubblicato il 11 giugno 2022 da culturaoltre14

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Ed apparteneva a quella inquietante genia dei reietti … Dei paria, degli alternativi pericolosi, degli inguaribili tossici: ma lui “faceva poesia”. E le sue poesie erano belle, profonde, ricche di sensibilità, nonostante la voglia di provocare, di stupire, persino d’insultare.
E Charles Bukowski giocò anche “con quel suo fare poesia”.
“Scrivo poesie per portarmi a letto le donne.” Affermò infatti … Ed era vero … Ma soltanto in parte. Alle donne piacciono le poesie e si mostrano inclini a chi le scrive – lo stesso non avviene al contrario -, ma il nostro Charles le scriveva perchè gli sgorgavano dal cuore; quel suo cuore malato perché non riceveva mai l’amore che avrebbe desiderato … MAI MAI MAI abbastanza amore.
Per questo beveva, per questo si drogava, per questo si disperdeva in mille corpi femminili.
L’amore che non si riceve, soprattutto nell’infanzia, diviene una ferita insanabile, un marchio di fuoco indelebile.

Charles Bukowski era infatti nato ad Ardernash, in una Germania devastata dalla prima guerra mondiale e prossima al tracollo economico, e si era trovato a vivere i suoi primi anni in un ambiente degradato dalle perenni difficoltà economiche e, dopo il trasferimento dei genitori negli Stati Uniti, dal non sentire mai alcun luogo come patria: bubboni che esplodono in quotidiano scontento, rabbia, violenza.
E quel Charles bambino che Bukowski era stato aveva respirato da subito quella violenza: un padre, perdente nella vita, che lo fustigava con una cintura di cuoio, un giorno sì e l’altro pure, anche quando non aveva commesso alcuna colpa, ed una madre assente, forse ormai inesorabilmente rassegnata.

Ed ora soltanto brevi cenni della sua autobiografia, perché mi sembra che l’ essenziale sia stato già detto, e poi farò parlare la sua voce, attraverso la citazione di alcune sue frasi o nel citare alcune ( ne scrisse a migliaia) delle sue bellissime poesie, dove ad un crudo realismo si contrappone spesso la delicatezza di una acuta sensibilità.

Henry Charles Bukowski nacque ad Andermach ( Germania) il 16 agosto del 1920. Il padre, Henry Bukowsky statunitense, ma di origini miste polacco/ tedesche, negli anni giovanili, era arruolato come sergente della Third United States, ma una volta emigrato negli Stati Uniti, rimase spesso disoccupato, fatto che acuì la sua tendenza alla violenza. Della madre – Katharina Fett, tedesca – Charles ci racconta assai poco, un chiaro segno della scarsa influenza che ebbe su di lui, nonché della lacunosa affettività di cui doveva essere dotata. I genitori si conobbero durante la prima guerra mondiale e si sposarono in tempi piuttosto brevi. Nel 1923 lasciarono la Germania devastata e raggiunsero gli Stati Uniti, sperando in un miglioramento delle loro condizioni, soggiornando dapprima a Baltimora nel Maryland e successivamente, nel 1930, a Los Angeles. Qui il piccolo Charles, oltre alle angherie paterne ed al silenzio materno, dovette anche subire la discriminazione dei suoi coetanei che ne contestavano l’accento linguistico ” pesante”, nonché il suo abbigliamento che non si affiancava ai canoni usuali e tacciato pertanto ” da femminuccia”.
“La mia infanzia come in un film dell’orrore” la definì lo stesso Bukowsky.
Quasi prevedibile, in una mente viva, ma particolare e scontrosa come la sua, il ricorso all’alcol … Un ” coupe de foudre” che avvenne a soli 14 anni e che si trasformerà in un amore dipendente per tutta la vita.
“Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare. Se succede qualcosa di bello, si beve per festeggiare. E se non succede niente, si beve per fare succedere qualcosa”.
Afferma lui stesso.
Nel 1969, grazie all’offerta dell’Uditore della Black Sparrow, poté finalmente abbandonare l’odiato lavoro da postino e, per uno stipendio contenuto di circa 100 dollari al mese, si dedicò completamente alla scrittura.
” Avevo solo due alternative: restare all’ufficio postale e impazzire … O andarmene a giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”
Affermò, giustificando la sua scelta.

Anche i suoi rapporti con le donne furono molto burrascosi … E quando dico “donne” non mi riferisco ai tanti “corpi” posseduti, ma a quelle che nella vita dell’artista hanno avuto un ruolo, se non fondamentale, almeno determinante.
Tra queste ultime possiamo sicuramente annoverare: la poetessa Barbara Frye, che sposò nel 1957, per poi divorziare nel ’59.
Jane Baker, costituì il suo primo grande amore ed, in occasione della sua morte, le dedicò parecchie poesie, da dove si evince lo sconforto ed il dolore per quella morte prematura.
Un’altra donna importante fu Frances Smith, che gli diede l’unica figlia, Marina Louise.
Seguirono Liza Williams, poetessa e scultrice e Tannie o Tanyn.
Una delle ultime e forse, infine, la più importante, fu Linda Lee Brigale, proprietaria di un ristorante, che, tra separazioni e ravvicinamenti, finì per sposare nel 1985.
All’inizio del 1988 si ammalò di tubercolosi, ma seguito’ ugualmente ed ininterrottamente nella sua intensa attività letteraria. Morì a Los Angeles il 9 marzo del 1991 per una leucemia fulminante.

Innumerevole e svariata la sua produzione letteraria: sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia le poesie composte. Tra le opere più rappresentative, voglio citare:
DONNE; PANINO AL PROSCIUTTO; POST OFFICE; L’AMORE È UN REGALO CHE VIENE DALL’INFERNO e lo scandalosissimo.” STORIE DI ORDINARIA FOLLIA”, da cui fu tratto anche un famoso film, che vide come protagonisti Ben Gazzara ed Ornella Muti.
Altri film riecheggiarono in seguito la figura di Bukowski, quali, ad esempio, “Banfly Moscone da bar
( Michey Rourke protagonista); Crazy love o Factotum ( Matt Dillon protagonista).
Ma è con alcuni suoi meravigliosi detti e con le sue poesie che intendo farvi salutare quest’uomo che mai conobbe l’equilibrio, ed ancor meno la felicità.

” Dentro ad un abbraccio puoi fare di tutto: sorridere o piangere, rinascere o morire. Oppure fermarti a tremarci dentro, come fosse l’ultimo.”

“Voglio mettere le mani sul viso e baciarti le rughe: gli anni dove non c’ero.”

“Tutto si riduce all’ultima persona a cui pensi la notte.”

“Parlatene Parlatene sempre di tutto, perchè i silenzi sono pietre e le pietre diventano muri ed i muri dividono.”.

” Scrivere poesie non è difficile: difficile è viverle.”

Cinico? Brutale? Depravato?
Se Bukowski fosse stato realmente così, non avrebbe mai potuto scrivere queste parole, che scaturivano comunque dalla sua anima … E ad un uomo così si può perdonare molto.

MYRIAM AMBROSINI

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