Una valigia parla di Ilse Weber

Deportata ad Auschwitz, la poetessa Ilse Weber (1903 – 1944) morì subito nelle camere a gas con i suoi bambini, quelli che aveva curato e accudito nel campo di concentramento di Terezin.

Sono una valigetta di Francoforte sul Meno

e cerco il mio signore, ma dove sarà?

Portava una stella ed era vecchio e cieco

e mi teneva con sé, così bene come un figlio.

Faceva spesso il mio nome ai suoi compagni,

sento ancora la sua mano premurosa.

Sono in pura fibra vulcanizzata, lo si può leggere ancora

ed ero lustrata e pulita allora.

Anno dopo anno sono stata compagna al mio signore.

Anche stavolta sono andata con lui. Ora è solo.

Era vecchio e cieco, dove è andato?

E perché mi hanno levata a lui?

Perché mi hanno lasciata nel cortile in caserma?

Sul mio abito c’è scritto il suo nome.

Sono sporca ora, il mio lucchetto non tiene più,

mi hanno saccheggiata, sono vuota quasi del tutto.

è rimasto soltanto un fazzoletto, un vasetto

e la sua tavoletta di piombo per ciechi.

D’altro non v’è più nulla, medicamenti, pane.

Certamente mi cerca, forse è nel bisogno.

Deve esser difficile certo per un cieco,

trovarmi in un mucchio di valigie accatastate

e non capisco neppur bene

perché ci logoriamo qui inutilizzate.

Sono una valigetta di Francoforte sul Meno,

vorrei andare dal mio signore, è così solo.

*

Una valigia parla di Ilse Weber

Mi fermo un momento a guardare di Roberto Roversi

Roberto Roversi (Bologna, 1923 – 2012) è stato scrittore, poeta, paroliere, giornalista, libraio e, in gioventù, partigiano. Dal 1948 al 2006 gestì la libreria Palmaverde a Bologna. Ha fondato e diretto le riviste Officina e Rendiconti. Alcuni versi del poeta sono diventati testi di canzoni, messe in musica ed eseguite da artisti come Lucio Dalla e Stadio; con il primo realizzò tre album discografici ed uno spettacolo teatrale. Tra le varie attività fu anche direttore del quotidiano Lotta Continua.

Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.

.

Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.

.

Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.

.

Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

*


Questa poesia fu donata da Roversi al Centro Antartide di Bologna e distribuita in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza del 2012.

Una vecchia fotografia di Janos Pilinszky

János Pilinszky (1921 – 1981) è stato un poeta ungherese. Molto conosciuto per la sua influenza sulla poesia ungherese del dopoguerra, lo stile di Pilinszky include una giustapposizione della fede cattolica e un disincanto intellettuale.

*

Nella fotografia avevo tre anni.
Sul retro, un appunto che vi ho fatto a otto.

E adesso io
a ventun anni guardo la fotografia.
Ci salutiamo tutti e tre
e ci stringiamo la mano, distrattamente.

*

Una vecchia fotografia di Janos Pilinszky

La Promessa di Marie Howe (premio Pulitzer per la poesia 2025)

Marie Howe (1950) è una poetessa americana nota per la sua scrittura intima e riflessiva, spesso esplorando temi di perdita, spiritualità e relazioni familiari. La sua raccolta più celebre, What the Living Do, affronta il dolore per la perdita del fratello a causa dell’AIDS.

Nel sogno che ho fatto quando è tornato, non malato
ma intero, e con il suo cappotto invernale,

mi ha guardato come se non potesse parlare, come se
ci fosse una legge contro di essa, una membrana che non poteva rompere.

Il suo silenzio era ciò che non poteva
non fare, come il nostro respiro in questo mondo, come la nostra vita,

come facciamo, nel tempo.
E gli ho detto: Sto leggendo tutte queste cose buddiste,

e ascolta, non moriamo quando moriamo. La morte è un evento,
una soglia che attraversiamo. Andiamo avanti e avanti

e nella luce per sempre.
E lui ha guardato in basso, e poi di nuovo verso di me. Era lo sguardo che ci scambiavamo

attraverso il tavolo della cucina quando papà era di nuovo ubriaco e pericoloso,
lo sguardo livellato che vuole dirti qualcosa

in una stanza affollata, qualcosa di importante, e non può.

*

una breve recensione di Origine Discendente di Marta Glenda Lugano (2025)

Fango e ghiaia
.
Pensavo nel disgustoso fardello di fango e ghiaia
davanti a me, alla ghirlanda di stelle fumose
in questo pezzettino di cielo,
a diversità di mirate che piovono sulle polveri disperse
Dispiace non arrivare a raccoglierle nell’universo cadente
Dovresti essere più scaltra ti dice la realtà,
ma non lo sei mai stata.
rinunciare alla pigrizia, illuminarti di fede …
Ma resta l’ombra della malinconia
a cancellare ogni buon proposito,
e perdi i tuoi attimi nel lavorio del tempo che scorre,
nella colombaia di casa, senza un alito di vento
a farti respirare la vita,  
tuoi animali dormono al caldo e tutto è offuscato dalla stanchezza.
.
Pianure di nubi piatte se ne sono andate
per non avere l’imbarazzo di salutare la tua parola.
Dimentico di essere anch’io parte terrena della scena.

**

Fango e Ghiaia è la struggente poesia che chiude la silloge Origine discendente di Marta Glenda Lugano. Il libro è uscito quest’anno per la Collana L’Indipendente. Questa si presenta come un diario lirico denso, stratificato e radicalmente personale, che attraversa epoche, luoghi, sogni e ferite, con una voce poetica intensa e cosciente. Fin dal titolo, Glenda ci introduce a un viaggio duplice: verso l’origine personale, affettiva, genealogica e insieme verso il basso, verso le radici, la discesa nella coscienza, nella materia emotiva, nella memoria. La poesia diventa così un gesto di recupero quasi terapeutico, un modo per riportare alla luce ciò che la storia, la cultura dominante o il dolore tendono a silenziare. Il linguaggio di Lugano è vario e pieno di immagini sorprendenti. A tratti visionario, altre volte narrativo, alterna slanci quasi oracolari a confessioni intime e familiari. Le poesie dedicano spazio alla madre (commovente Per Emma), al padre, a poeti e icone come Frieda Kahlo, ma anche all’attualità bruciante (Gaza). La sua voce oscilla tra l’infanzia e l’età adulta, tra l’eredità culturale e l’autodeterminazione poetica. Temi come l’identità, il trauma, l’amore, il lutto e la giustizia sociale sono scandagliati attraverso una forma che predilige il verso libero, il frammento, l’epifania. In questa libertà stilistica si coglie una forte impronta post-beat, ma anche un debito verso la poesia di Sylvia Plath o Anne Sexton. Alcune composizioni si distinguono per tensione lirica e forza evocativa, come La clessidra, Nel buio del divenire, Scena muta, Fango e ghiaia mentre altre brillano per una dolcezza sospesa (Ode alla colazione, Il pettirosso). Il tono è spesso elegiaco, ma mai rassegnato: qui la poesia è un atto di presenza, di resistenza e di guarigione. Origine discendente è un libro intimo e vasto allo stesso tempo, che richiede tempo e ascolto. È l’opera di un’autrice che scrive “come si accarezza un’ombra”, e che riesce a trasformare il privato in esperienza condivisa, con parole che sanno farsi crepa e luce. Una notazione frivola, la copertina mi piace particolarmente col ritratto in bianco e nero dell’autrice che pare la fotografia di una diva del cinema muto.

*

Ars Poetica di Rafael Cadenas

Rafael Cadenas (1930) è un poeta, saggista e traduttore venezuelano, tra le voci più importanti della letteratura ispanoamericana del Novecento. Esiliato in gioventù a causa della dittatura, ha sviluppato una poetica essenziale e riflessiva, centrata sull’identità, il linguaggio e il silenzio. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Cervantes per l’intera sua opera.

Lascia che ogni parola trasmetta ciò che dice.
Lascia che sia come il tremore che la sostiene.
Lasciala rimanere come un battito cardiaco.

Non devo pronunciare falsità elaborate, né usare inchiostro dubbio, né
aggiungere lustro a ciò che è.
Questo mi costringe ad ascoltare me stesso. Ma noi siamo qui per dire la verità.
Siamo realistici.
Voglio una precisione terrificante.
Tremo quando penso di fingere. Devo portare le mie parole con peso.
Mi possiedono tanto quanto io possiedo loro.

Se non ci vedo chiaro, dimmi, tu che mi conosci, la mia menzogna, indicami
l’impostura, sbattimi in faccia la mia frode. Te ne sarei davvero grato.
Sto impazzendo nel tentativo di ricambiare.
Sii il mio occhio, aspettami nella notte e guardami, scrutami, scuotimi.

*

Carta d’identità di Mahmoud Darwish

Mahmoud Darwish (1941 – 2008) è stato un poeta, scrittore e giornalista palestinese. “Carta d’identità” (Bitaqat huwiyya) è una delle poesie più celebri di Mahmoud Darwish, scritta nel 1964. È un testo simbolo della resistenza palestinese, scritto con voce ferma e dignitosa, rivolto a un ufficiale israeliano.

Scrivi!
Sono un Arabo
E il numero della mia carta d’identità è cinquanta mila
Ho otto figli
E il nono verrà dopo l’estate.
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Lavoro con i miei compagni in una cava
Ho otto figli
Li nutro con pane, vestiti e quaderni
E non chiedo l’elemosina alla tua porta
E non mi umilio davanti alle soglie delle tue scale
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Hai rubato i vigneti di mio padre
E la terra che io coltivavo
Insieme ai miei figli
E non ci hai lasciato nulla…
Solo queste rocce.
Allora, mi prenderai anche
Il diritto alla fame?

Scrivi!
Sono un Arabo
Senza un nome paziente
Le mie radici
Affondano nella terra… prima della nascita del tempo
Prima dell’apertura delle ere
Prima dei cipressi e degli ulivi
Prima della nascita dell’erba
Mio padre… è di una famiglia di contadini
Non discende dai signori
E mio nonno… era un contadino
Né nobile, né proprietario terriero!
Il mio nome? È Arabo!

Scrivi!
Sono un Arabo
Colorito scuro
Capelli neri
Occhi castani
Segni identificativi:
Porto la kefiah in testa
E la mano tesa
Graffia le unghie di chi ruba il mio pane
E i miei libri
E la mia casa
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Tu mi hai spogliato delle vigne di mio padre
E della terra che coltivavo con i miei figli
E tu ci hai lasciato e lasci a noi solo queste rocce
Perché il tuo governo lo prenderà anche
Il diritto a vivere?

Scrivi!
Sono un Arabo
Il nome senza segni
Senza numeri
Senza date
Il mio nome è rabbia
E la mia dignità è una pietra
Affamato e stanco
Ma non chiederò la pietà
E non mi piegherò davanti a nessuno
Tienilo a mente!

*

Carta d’identità di Mahmoud Darwish

Lode in onore del Local 100 di Martìn Espada

Martín Espada (nato nel 1957 a New York) è un poeta di origine portoricana e professore presso l’Università del Massachuttes Amherst dove insegna poesia.

Dedicata ai 43 dipendenti degli hotel e dei ristoranti della sezione locale 100 che lavoravano al ristorante Windows on the World e che morirono nell’attacco al World Trade Center l’11 settembre 2001.

Lode agli uomini e alle donne
che alzarono la colazione da un marciapiede
e la portarono nella luce delle torri.

Lode ai lavapiatti con i capelli impastati di vapore,
ai panettieri che sfornavano il pane al buio,
ai macellai che affilavano i coltelli tra i sogni.
Lode ai camerieri che conoscevano ogni lingua
ma che la città non sentiva mai parlare.
Lode agli immigrati, alle loro mani piene
di posate, bicchieri e sudore invisibile.

Lode ai morti nella cucina del cielo,
le mani che tagliavano l’aglio, che versavano vino,
che impilavano piatti nella quiete della fame.

Lode ai vivi, che corsero fuori
tra vetri taglienti e nuvole di polvere,
che cercarono i nomi negli elenchi,
che piangono in spagnolo, in urdu, in cantonese,
che conservano le foto nei portafogli
come piccole reliquie per pregare.

Lode a chi non è stato chiamato eroe,
ma faceva ogni giorno un lavoro da salvare il mondo,
sfornando pane, lavando tazze,
aprendo tende all’alba della città.

*

Davanti alle scenografie riposte sul pavimento di Reynaldo Lacàmara

Reynaldo Lacàmara (1956) è un poeta cileno contemporaneo

Davanti alle scenografie riposte sul pavimento
gli amanti agitano le loro scope.

La polvere si posa sulla lampada in camera da letto,
noi siamo l’anello mancante.

Ci dipingeranno sui loro muri:
una goccia su qualche superficie
che germoglia dall’innesco di piccole cose.

La storia ci cerca,
ci trova

Come la luce in camera da letto
o polvere sollevata dagli amanti.

*

Davanti alle scenografie riposte sul pavimento di Reynaldo Lacàmara

Nel mare di Rigoberto Paredes

Rigoberto Paredes (1948 – 2015) è stato un poeta, saggista ed editore honduregno. È stato il fondatore di Editorial Guaymuras, Editores Unidos e Ediciones Librería Paraíso. Tra le sue opere En el Lugar de los hechos; Las cosas por su nombre; Materia prima; Fuego lento; La stazione perdida.

A Rafael Rivera

Le navi hanno già svoltato
l’angolo delle acque
che vediamo unirsi
al cielo profondo e arcuato.
Si vedono solo pochi punti,
ma qui, tra noi,
in preda all’abbandono,
si levano ancora mani e voci innamorate.
I viaggiatori a prua non si volteranno indietro.
Un altro mondo sorge, un altro mondo alto e fresco
nella mente di tutti i viaggiatori.
Notte e giorno osserveremo le creste dell’acqua.
Forse il vento porta con sé un odore, un fischio,
qualcosa di ciò che teniamo stretto al petto
e che oggi vibra lontano.
Come erbacce ruvide, il mare cresce dentro di noi.
Il suo falso blu irrompe tra le rocce
e ci restituisce solo i resti di ciò che è andato perduto.
Eppure
la vita ci invia
rapidi segnali,
mentre passa,
lontano da questa riva.

*

Nel mare di Rigoberto Paredes

Cartolina non spedita di Isabel Oliva I Prat

Poetessa e docente catalana, nata nel 1924 e tutt’ora vivente, pubblicò il suo primo libro a settantaquattro anni. Coltiva una poesia profondamente radicata nell’esperienza di vita personale e collettiva, in cui l’attenzione per la memoria, il paesaggio, la solitudine e l’arte predominano come caratteristiche fondamentali d’espressione.
L’oro del sole al tramonto sotto il Ponte di Rialto,
Le campane di San Marco cadono lente
sui roseti dei giardini pensili del Canal Grande.
Le gondole disegnano cerchi infiniti
nell’acqua verde,
una luce diafana dissolve la nebbia, attraversa
le bolle d’aria delle finestre
ed entra nelle case come uno scampolo della sera.
In quel preciso istante,
nelle gallerie di vetro dei palazzi,
pezzi di cristallo di Murano brillano
degli stessi colori di una cartolina veneziana
non ancora spedita al destinatario.

*

Cartolina non spedita di Isabel Oliva I Prat

Tre poesie di Kenneth Koch

Diminuzione della mamma

.

La mia mamma

nel tempo in cui ero bambino

fu una donna

molto grande e molto bella

allora che ora

è minuscola

come una cosa​

.

*

.

Parlando a diverse persone contemporaneamente

.

Mi piacerebbe che voi foste ancora qui.

Smettetela di parlare o di fare qualsiasi altra cosa per un minuto.

Anzi, per favore, per tre, magari, cinque minuti.

Ditemi che sentiero prendere oltre la collina.

C’è un ponte lì? Vorrò compagnia?

Raccontatemi dei vecchi che hanno costruito il ponte.​

.

*

.

Parlando a Patrizia

.

Patrizia non vuole

parlare d’amore,

dice che vuole solo

fare l’amore,

ma ne parla

quasi all’infinito con me.

.

***************

“L’anno scorso Larry Rivers ed io abbiamo cercato di uccidere la poesia e il jazz parodiandoli; la nostra prima sessione al Five Spot Café, tuttavia, si è rivelata così divertente, per noi, almeno, che abbiamo ripetuto l’esperienza più volte. Non credo che l’abbiamo ucciso.” Kenneth Koch (1925 – 2002), figura di spicco della Scuola di New York, è noto per la sua poesia vivace, ironica e profondamente umana. Sebbene le sue opere siano state tradotte in italiano in misura limitata, alcune poesie sono disponibili per i lettori italiani. Ecco tre poesie di Koch, l’ultima delle quali è di mia traduzione.

 

Le notti bianche di Rolando Càrdenas

Rolando Càrdenas (1933 – 1990) è stato un poeta cileno della così detta Generazione 50.

Ed era una luce che sembrava essere lì a tutte le ore,
quando i giorni cominciavano a crescere,
curvando verso lenti paesi innevati.
Si trasmetteva senza limiti,
in un’attività quasi silenziosa,
dai cieli rossi e pieni di colline
dove gli uccelli volavano fino a tardi.
Sembrava anche attraversasse il mare
con un misterioso mormorio color cenere.
Antica chiarezza del ghiaccio che era rimasta lì
fin dalla prima notte polare,
a conferma di un rito remoto che aveva fermato le ombre,
ma al tempo stesso era passato.
Rimaneva con noi per lunghe ore,
come se ci rubasse il sonno o la stanchezza,
invecchiando con l’erba e il vento.
Come un ricordo che tutto inonda,
quei giorni del sud emergono
dal tempo dell’uomo che perse la sua ombra,
perché quelle notti lontane e illuminate
portate dal ghiaccio, dal mare e dal cielo rosso,
non sembravano strane sulla terra sparsa,
che circondava quella casa
persa in un grande respiro bianco.

*

Sequenza

Ho sempre amato la Sequenza del Lunedì di Pasqua, quella che i fedeli leggono in chiesa oggi, ve la propongo è pura poesia.

*
Alla vittima pasquale
si innalzi il sacrificio di lode,
.
l’Agnello ha redento il gregge,
Cristo l’innocente ha riconciliato
i peccatori col Padre.
.
Morte e Vita si sono affrontate
in un duello straordinario:
il Signore della vita era morto, ora, regna vivo.
.
Raccontaci, Maria,
che hai visto sulla via?
.
La tomba del Cristo vivente,
la gloria del risorto;
.
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le vesti;
.
Cristo mia speranza è risorto
e precede i suoi in Galilea.
.
[Bisogna credere di più alla sola Maria, veritiera,
piuttosto che alla folla menzognera dei Giudei.]
.
Siamo certi che Cristo è veramente risorto.
Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.
.
Amen. Alleluia.
*

Sequenza

UN BOURBON, UNO SCOTCH, UNA BIRRA di Felipe Granados

E’ stato un poeta del Costa Rica. Visse poco. Conduceva una vita bohémien, bevendo da un bar all’altro e trascorrendo le notti in cerca di asilo negli ostelli per migranti, dove dormiva per pochi soldi su brande non sempre pulite. Non ebbe molto tempo per mostrare la sua poesia al mondo. Ha pubblicato un’unica raccolta di poesie (Soundtrack, Ediciones Perro Azul, 2005). Ha collaborato con decine di riviste, tra cui “Amigos de lo Ajeno”, il supplemento “Áncora” del quotidiano costaricano “Nación” e numerose recensioni sulla rivista “Soho”. 

Ho pianto per te
come si deve piangere
perché sia ​​reale.
Ho pianto ubriaco.

Camminavo per la città
con un enorme desiderio
di non portare il mio nome,
solo perché
questa tristezza non mi toccasse.

Ho pianto per te
mentre stavi nelle fogne
come chiunque altro,
e poi ho imparato
che a volte la luna
è meglio vista da un tombino.

Ho pianto per te
in una macchina della polizia:
è la prima volta
che arrestano qualcuno
per il piccolo reato di nostalgia.

Ho pianto ubriaco
e nel mio delirium tremens
sono arrivato a credere
che tutti gli ubriachi
stessero piangendo per te .

*

Il giornale dei gatti di Gianni Rodari

I gatti hanno un giornale

con tutte le novità

e sull’ultima pagina

la ‘Piccola Pubblicità’.

.
‘Cercasi casa comoda
con poltrone fuori moda:
non si accettano bambini
perchè tirano la coda’.
.
‘Cerco vecchia signora
a scopo compagnia.
Precisare referenze
e conto in macelleria’.
.
‘Premiato cacciatore
cerca impiego in granaio. ’
.
‘Vegetariano, scapolo,
cerca ricco lattaio’.
.

I gatti senza casa

la domenica dopo pranzo

leggono questi avvisi

più belli di un romanzo:

per un’oretta o due

sognano ad occhi aperti,

poi vanno a prepararsi

per i loro concerti.

*

Il dono della Parola di Antonio Bianchetti

Le nostre storie
cercano ancora la trama dei racconti
come un rito nel chiederci
chi siamo e dove andiamo
parlando di ventura

.

Il brusio nasce nel riempire
la distanza e la sua usura
quando si sfidano le origini
anticipando il sonno
sulle infinite frasi che non sanno
dove arriveranno in nostra assenza

.

Ci ricordiamo delle classiche domande
fino alle ipotesi
della nostra inesistenza
nonostante il segno del miracolo

.

Continuiamo
fino a chiudere gli occhi
dove nessuno si accorgerà
se di fuori la neve
ha depositato i fiocchi
sulle speranze del mondo
dove la vita anche quando è sola
rimane felice
con il dono della parola

.

di Antonio Bianchetti (da “Non so se ho scritto troppo sull’amore” Quaderno dell’Àcàrya n°55)

*

*

Ad Antonio Bianchetti nel primo anniversario dalla scomparsa

*

Dennis Haskell una poesia

Dennis Haskell (1948) è un poeta, critico e accademico australiano. È autore di nove raccolte di poesie, le sue opere più recenti sono And Yet… e Ahead of Us. Inoltre, Haskell ha contribuito alla borsa di studio letteraria, pubblicando quattordici volumi di critica e saggi letterari.

Era fulgida oltre ogni logica,
tutta la vita un verdeggiante
pascolo, comunque la guardassi,

sembrava assurdo un amore così immenso
che divenne ogni pezzetto di sentimento

parole trepidanti,
finché tutte quante finirono in un libro.

E ancora ero stordito nel cercare
parole perfette in un perfetto accordare.

Sorpresi vi si sprofondarono i lettori, e presto
il libro aperto divenne solo un testo.

Condotti studi, lo scritto fu sezionato,
esaminato, decostruito, resuscitato.

Il testo era un discorso a cui ogni giorno
scolari rigorosi avrebbero attinto.
Ma chi di loro lo avrebbe interpretato?

*

Questa poesia è di una bellezza malinconica che permea tutto, come se raccontasse la trasformazione di un amore vissuto intensamente in qualcosa di distante, analizzato, quasi sterilizzato dal tempo e dallo studio. Il passaggio da emozione viva a testo scolastico è descritto con delicatezza ma anche con un certo rammarico. Quelle “parole trepidanti” che finiscono in un libro sembrano perdere la loro spontaneità, diventando oggetto di analisi fredda, di “scolari rigorosi”. Bellissima anche la chiusa, che lascia aperta la domanda centrale: chi saprà davvero interpretare e non solo studiare? È la riflessione definitiva sul destino della poesia (o dell’arte, o dell’amore stesso): quanto sopravvive, e quanto viene compreso?

*

Bufera di neve di William Carlos Williams

William Carlos Williams (1883 – 1963) è stato un poeta, scrittore e medico statunitense.

Scende la neve:
anni di furia dietro
ore che fluttuano pigramente
— la tormenta
trascina il suo peso
sempre più in profondità — tre giorni
o sessant’anni, eh? Poi,
il sole! un groviglio di
fiocchi blu e gialli:
alberi dall’aspetto ispido
si stagliano nei lunghi vicoli
sopra una solitudine selvaggia.
L’uomo si gira e lì vede
la sua impronta solitaria sparsa
sul mondo.

*

Soggetto di sinistra di Juana Bignozzi

Juana Bignozzi (1937 – 2015) è stata una traduttrice, giornalista e poetessa argentina.

Educato per essere
il magnifico militante di base di un partito
che, per non aver letto la storia del mio paese,
si è ridotto in polvere, non innamorato ma morto,
preparato per un’eterna corsa di fondo,
ho davanti agli occhi un muro impenetrabile
dietro il quale ci sono solo
altri 50 anni di lavoro e attesa.

*

VII di Carlos Ernesto Sánchez

Carlos Ernesto Sánchez è nato a Chol-Chol, Temuco, IX Regione, Cile, nel 1955. Ha studiato Filosofia e Teologia. Ha lavorato come giornalista per la radio e la carta stampata, oltre a insegnare in diverse scuole. Ha pubblicato: Three Poets , Why My God e Songs of Madness, Passion and Sadness. E’ deceduto nel 2021

Penso a Carmen
al suo appartamento irrespirabile,
con cani,
gatti affamati, miseria,
vicine che si appendono alle finestre mostrando
tette e povertà.

E descrivere la povertà non è poesia, è violarla,
è non aver capito che queste parole sono furia e ribellione.

Non voglio il ruolo di un intellettuale,
ma la strada, la mia bandiera,
i miei sogni.

Carmen è ancora sul suo balcone con tè e pane,
senza un uomo,
senza soldi,
senza lavoro (perché è vecchia),
senza saper leggere,
senza un corpo perfetto
e senza le creme per sistemarlo.

Scrivo aggrappandomi a queste parole
come se fossero un lasciapassare, un segno magico per andare in paradiso.

*

La strada giovane romanzo di Antonio Albanese (Feltrinelli)

Antonio Albanese viene dalla televisione, come Faletti, il parallelo mi è venuto naturale. Entrambi poi si sono rivelati grandi narratori con prosa di altissima qualità. C’è stato un periodo in cui passeggiando per Bologna incrociavo spesso Albanese e quasi mai lo riconoscevo, ma parliamo di cose serie. La strada giovane è il romanzo d’esordio di Antonio Albanese e mi ha realmente stupito. Tanto che non l’ho posato finché non l’ho letto tutto, in tre ore poco meno lo si termina. Narra la storia di Nino, un IMI. Cos’era un Internato Militare Italiano dopo il famigerato otto settembre 1943? Era quanto di peggio potesse capitare a un militare italiano catturato dai tedeschi, che non intendeva assolutamente aderire al regime repubblichino. Questi soldati non avevano lo status di progionieri di guerra, il loro trattamento nei campi di Austria e Germania era poco più su rispetto agli internati nei lager. Nino è un ragazzo siciliano che, suo malgrado, fugge con Lorenzo e il Piemontese dal campo di prigionia e si incammina con loro verso un’Italia divisa e distrutta. Non voglio anticipare la trama, voglio soltanto aggiungere che è un romanzo assolutamente ben scritto, che non da spazio a spettacolarismi da film americano e soprattutto è scritto con uno stile di prosa davvero efficace ed elegante. Ne consiglio la lettura. 

*

Ritratto di Saul Ibargoyen

Saúl Ibargoyen Islas (1930 –  2019) è stato un poeta, narratore, critico, traduttore e saggista uruguaiano, naturalizzato messicano.

Non sono ottimista.
Sono cresciuto all’improvviso,
saltando
i gradini dell’anima.
Non sono troppo allegro
né troppo espansivo.
Non ho ancora un passato:
parlo con gli altri,
cammino nei parchi,
scrivo in venti
modi diversi,
mi piace il calcio,
leggo i giornali,
visito gli amici,
recensisco qualche libro,
curo le mie passioni,
finisco il mio lavoro.
Sono semplice, ho
ventotto anni e, certo, ho
ombre ed errori,
sensi di colpa che durano mesi.
Non voglio avere ragione,
né sapere se questi versi
sono corti o lunghi,
né, in verità,
tessere un alloro
o dipingere il mio ritratto:
sono così simile a tutti,
così uguale
a ciò che canto.
Ecco perché non importa
se mi dimenticano,
se conoscono solo il mio volto,
il mio soprannome
o la mia età.
Devo dire un’altra cosa,
con un certo sapore testamentario:
nulla sarà
al di sotto delle mie azioni
e non volterò mai le spalle
all’ultima cosa
che potrà entrare nelle mie parole.

*

Dietro il monastero di Ernesto Cardenal

«Viviamo circondati da miracoli e non ce ne rendiamo conto» Ernesto Cardenal Martínez (1925 – 2020) è stato un poeta, presbitero e teologo nicaraguense.

Dietro il monastero, lungo la strada,
c’è un cimitero di cose usurate,
dove giacciono ferro arrugginito, pezzi
di ceramica, tubi rotti, fili attorcigliati,
pacchetti di sigarette vuoti, segatura
e zinco, plastica invecchiata, pneumatici rotti, in
attesa, come noi, della resurrezione.

*

Passante di sera di Ledo Ivo

Lêdo Ivo è nato a Maceió, Alagoas, nel 1924, è morto nel 2012. Ha avuto la sua prima formazione letteraria a Recife e dal 1943 vive a Rio de Janeiro. Il suo esordio letterario è del 1944, con As imaginações (Le immaginazioni), libro di poesie al quale seguirono altre ventidue raccolte. Oltre alla poesia, Lêdo Ivo si dedica anche alla prosa. Il suo primo romanzo, As alianças (Le alleanze), del 1947, conquista un importante premio nazionale. Pubblica altri quattro romanzi, una raccolta di racconti, Use a passagem subterrânea (Utilizzare il sottopassaggio), e due testi per l’infanzia, O menino da noite (Il bambino della notte) e O canário azul (Il canarino azzurro). Tra i saggi figurano Ladrão de flor (Ladro di fiori), O universo poético de Raul Pompéia (L’universo poetico di Raul Pompéia), Poesia observada (Poesia osservata), Teoria e celebração (Teoria e celebrazione), A ética da aventura (L’etica dell’avventura) e A república de desilusão (La repubblica della delusione). Come memorialista, ha pubblicato Confissões de um poeta (Confessioni di un poeta) e O aluno relapso (L’alunno svogliato). Lêdo Ivo ha ricevuto numerosi e importanti premi. Nel 1990 è stato eletto Intellettuale dell’anno in Brasile. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Messico, Perù, Spagna, Olanda e Venezuela. Di Lêdo Ivo è stata pubblicata in Italia l’antologia Illuminazioni, a cura di Vera Lúcia de Oliveira (Multimedia Edizioni, Salerno, 2001)

Ciò che rimane di me quando cala la notte
è una goccia di sudore su cui contemplo
l’intera vita trascorsa in un solo giorno.
Astro o segnale stradale, il mio sogno
ha aspettato che passassi e si è spento.
Lavoravo, ma in cambio mi davano solo
una pagnotta di poliestere; e invecchio
tra segni rosicchiati dal vento
e parole senza suono e senza senso,
elica di nave in bacino di carenaggio.
Cala la notte e io affermo: non ho vinto
nessun dio, né denaro, né un nuovo amore.
Sudore? Rugiada? Mi dissolvo nell’oscurità.

*

Lei di Vicente Huidobro

Vicente Huidobro (Cile, 1893 ‑ 1948). Padre del creazionismo e uno degli autori più rilevanti della poesia ispanoamericana del secolo XX.

Fece due passi avanti
Fece due passi indietro
Il primo passo disse buongiorno signore
Il secondo passo disse buongiorno signora
E gli altri chiesero come sta la famiglia
Oggi è una bella giornata come una colomba nel cielo

Indossava una camicia in fiamme
Aveva gli occhi come un dormiente in mare
Aveva nascosto un sogno in un armadio buio
Aveva trovato un uomo morto in mezzo alla sua testa

Quando arrivò lasciò una parte più bella lontana
Quando lasciò qualcosa formato all’orizzonte ad aspettarla

I suoi occhi erano feriti e sanguinanti sulla collina
I suoi seni erano aperti e cantava l’oscurità della sua età
Era bella come un cielo sotto una colomba

Aveva una bocca d’acciaio
e una bandiera mortale disegnata tra le labbra.
Rideva come il mare che sente i carboni ardenti nel ventre.
Come il mare quando la luna si guarda annegare.
Come il mare che ha morso tutte le spiagge.
Il mare che trabocca e cade nel vuoto nei periodi di abbondanza.
Quando le stelle si cullano sulle nostre teste.
Prima che il vento del nord apra gli occhi.
Era bella nei suoi orizzonti di ossa.
Con la sua camicia in fiamme e il suo aspetto di albero stanco.
Come il cielo quando cavalca le colombe.

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Aspetto di Dan Andersson

Daniel Andersson, detto Dan (1888 – 1920), è stato uno scrittore e poeta svedese. Inoltre adattò alcune delle sue poesie in musica. Andersson sposò l’insegnante di scuola elementare Olga Turesson nel 1918. A volte utilizzava come pseudonimo Black Jim. Andersson è annoverato tra gli autori proletari svedesi, benché le sue opere non si limitino a questo genere.

Aspetto accanto al fuoco mentre le ore scorrono,
mentre le stelle vagano e le notti passano.
Aspetto una donna da contrade lontane –
la mia amata, amatissima dagli occhi azzurri.
.
Mi immaginavo un innevato fiore vagante
e sognavo una beffarda risata tremante,
credevo di veder arrivare la donna più amata
attraverso il bosco e le brughiere, una notte pesante di neve.
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Felice volevo portare sulle mani la mia donna sognata
laggiù, oltre le sterpi, dove sta la mia capanna,
e levare un grido di gioia alla mia amata:
Benvenuta sei tu, attesa per anni in solitudine!

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Aspetto accanto alla carbonaia mentre le ore scorrono/avanzano,
mentre i boschi cantano e le notti passano.
Aspetto una viandante da contrade lontane –
la mia amata, amatissima dagli occhi azzurri.
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Ti ho sognata talmente di Robert Desnos

«Non è la poesia a dover essere libera, ma il poeta». Robert Desnos (1900 – 1945) è stato un poeta e scrittore francese. Fu uno dei membri più attivi del gruppo surrealista. Secondo André Breton, egli «parla surrealista a volontà». Robert Desnos stesso dichiarava di aver fatto «atto di surrealismo assoluto».

Ti ho sognata talmente che ormai perdi realtà.
Ancora posso raggiungere quel corpo vivo e poi baciare sulla bocca la nascita della voce che mi è cara?
Ti ho sognata talmente che le braccia abituate stringendo la tua ombra a incrociarsi sul mio petto non si piegherebbero al profilo del tuo corpo, forse.
Talmente, che davanti all’apparenza reale di quello che mi infesta e mi governa da lunghi giorni e anni diverrei probabilmente un’ombra,
care bilance d’ogni sentimento.
Ti ho sognata talmente che è probabilmente tardi per svegliarmi. Dormo in piedi, il corpo esposto a tutte le apparenze della vita e dell’amore e tu, la sola che conti oggi per me, è più difficile toccarti fronte e labbra che toccare le prime labbra e fronti capitate a tiro.
Ti ho sognata talmente, e camminato, parlato, dormito con il tuo fantasma che forse non mi resta più, eppure, che essere fantasma fra i fantasmi e ombra cento volte più dell’ombra che avanza e allegra avanzerà sulla tua meridiana della vita.

[Da À la mystérieuse, 1926 – Traduzione di Ornella Tajani]

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