La notte scorsa, nel giardino dei sogni,
ti ho visto:
eri nelle rovine e negli archi
Oggi, quando mi sono svegliato,
ho guardato fuori dalla finestra
e tra le rovine e gli archi
c’era una fontana
di uccelli.
*
La notte scorsa, nel giardino dei sogni,
ti ho visto:
eri nelle rovine e negli archi
Oggi, quando mi sono svegliato,
ho guardato fuori dalla finestra
e tra le rovine e gli archi
c’era una fontana
di uccelli.
*
In fondo, in fondo
ben in fondo,
vorremmo
vedere i nostri problemi
risolti per decreto
.
a partire da tale data,
quel malessere senza rimedio
sarebbe considerato nullo
e su di esso — silenzio perpetuo
.
estinto per legge ogni rimorso,
maledetto chi guarderà indietro,
lì dietro non c’è niente
più niente
.
ma i problemi non si risolvono
i problemi hanno una famiglia grande,
e la domenica
escono tutti a passeggio
il problema, la sua signora
e gli altri piccoli problemini.
*
Ben in fondo di Paulo Leminski (traduzione di Emilio Capaccio)
C’è uno che ha i miei occhi
li strizza come spugna dopo
i piatti, li tira come lenzuoli,
li incastra a fermare le porte
e da qui ogni passaggio
è amaro, come di un vento
che ti soffia dritto in bocca.
Es ist einer, der hat meine Augen
*
Morire, dormire,
non so come affrontare il giorno nuovo
Giornata fredda
moncone viola, io senza appetito,
con la pipa che pende dalla mia bocca da pescatore arreso.
Ci vuole molto coraggio
ad affrontare un
un’ora fragile che si alza.
Di tutti, il primo, il più difficile,
che poi ci ci abitueremo.
Al mercato delle macchine: abbiamo visto
la giornata a pezzi, ogni tavola asciutta,
dalle montagne viene pallore;
lo prendiamo,
lo mettiamo sulle spalle
Non importa quanto siano larghe, tanto
da resistere al peso
che poi passa sopra di noi.
*
Una rivoluzione.
Poi una guerra.
In quei due anni, che erano
un quinto della mia vita,
avevo già sperimentato sensazioni diverse.
Ho immaginato più tardi
cosa significhi combattere da uomo.
Ma da bambino,
per me la guerra era semplicemente:
lezioni sospese,
Isabelita in mutande in cantina,
cimiteri di automobili ,
appartamenti abbandonati, fame indefinibile,
sangue trovato
per terra o sui selciati della strada,
un terrore che durava
quanto il fragile rumore del vetro
dopo un’esplosione,
e il dolore quasi incomprensibile
degli adulti,
le loro lacrime, la loro paura,
la loro rabbia soffocata,
che, attraverso una fessura,
entrava nella mia anima
solo per svanire poco dopo,
davanti a una delle tante
meraviglie quotidiane: il ritrovamento
di un proiettile ancora caldo,
l’incendio
di un edificio vicino,
i resti di un saccheggio,
carte e ritratti
in mezzo alla strada…
Tutto passò,
tutto è sfocato ora, tutto
tranne ciò che a malapena percepii
allora
e che, anni dopo,
riaffiorò dentro me, per sempre:
questa paura diffusa,
questa rabbia improvvisa,
questi imprevedibili
e genuini impulsi a piangere.
*
Non ho più nemmeno compassione di me
E non so come esprimere il tormento del mio silenzio
Tutte le parole che avevo da dire si sono mutate in stelle
Un Icaro tenta di alzarsi fino ai miei occhi
E portatore di soli ardo al centro di due nebulose
Che cosa ho fatto alle bestie teologali dell’intelligenza
In passato i morti riapparvero per adorarmi
E io speravo la fine del mondo
Ma arriva la mia col sibilo d’un uragano
Ho avuto il coraggio di guardare indietro
I cadaveri dei miei giorni
Segnano la mia strada e li piango
Alcuni si putrefanno nelle chiese italiane
O in boschetti di limoni
Che fioriscono e insieme fruttificano
In ogni stagione
Altri giorni hanno pianto prima di morire in taverne
Dove fiori di fuoco rotavano
Negli occhi d’una mulatta inventrice della poesia
E le rose dell’elettricità s’aprono ancora
Nel giardino della mia memoria
Osservo il riposo domenicale
E lodo la pigrizia
Come come ridurre
L’infinitamente piccola scienza
Che m’impongono i sensi
Uno è simile alle montagne al cielo
Alle città al mio amore
Somiglia alle stagioni
Vive decapitato la sua testa è il sole
E la luna il suo collo mozzato
Vorrei provare un ardore infinito
Mostro del mio udito tu ruggisci e piangi
li tuono ti fa da chioma
E i tuoi artigli ripetono il canto degli uccelli
li tatto mostruoso m’ha penetrato m’avvelena
I miei occhi nuotano lontano da me
E gli astri intatti sono i miei àrbitri senza prova
La bestia dei fumi ha la testa fiorita
E il mostro più bello si desola
Nel suo sapore d’alloro
Alla svolta d’una via vidi dei marinai
Che a collo nudo ballavano al suono d’una fisarmonica
Ho regalato tutto al sole
Tutto meno la mia ombra
Le draghe le mercanzie le sirene mezzemorte
Sprofondavano nella bruma dell’orizzonte i trealberi
I venti spirarono coronati d’anemoni
O Vergine segno puro del terzo mese.
*
(a Picasso)
Perso, getto la mia faccia nella polvere,
e al mattino
la getto nella follia.
I miei occhi sono d’erba e di fuoco.
I miei occhi sono bandiere ed emigranti.
Perso, getto la faccia nella polvere
e nel mattino.
Sono nato alla fine della strada. Grido.
E lascio che la strada e la polvere gridino con me.
Quanto è bello che il mio volto, o Dio,
si perda in me! Quanto è bello che
io sia perduto, pieno di fuoco!
O tomba! O mia fine
all’inizio della primavera!
*
Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.
*
Vedo alberi vecchi di 300 anni,
sagome di angeli e antiche scalinate in pietra
come nelle foto di Parigi o di qualche antica
città delle Ande.
È un piacere raro
sedermi alla mia scrivania e prendermi
dieci minuti per scegliere due parole,
assorbito dall’azzurro dell’aria
che passa dall’atmosfera alle mie dita
e rilascia il suo flusso come un fiume sulla carta.
E ogni volta che apro il quaderno
vedo la stessa porta,
la stessa cornice blu perla,
lo stesso corridoio che conduce allo stesso luogo senza tempo
in cui sono stato mandato
a giocare.
*
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
*
Dipinto, non vuoto:
la mia casa è dipinta
del colore di grandi
passioni e disgrazie.
Ritornerà dal pianto
dove è stata portata
con la sua tavola deserta,
con il suo letto rovinato.
I baci sbocceranno
sui cuscini.
E intorno ai corpi
solleverà il foglio
la sua vite intensa
notturna, profumata.
L’odio è smorzato
dietro la finestra.
Sarà l’artiglio morbido.
Dammi speranza.
*
Oltre i muri, i fori, tra le guardie,
Oltre i fili, il recinto, di soppiatto,
Affamato, spavaldo, testardo,
Ogni giorno corro come un gatto.
.
Non importa il tempo che fa,
Con l’afa, la pioggia, la tempesta,
Cento volte io metto a rischio
Questa mia giovane testa.
.
Sotto il braccio un rozzo sacco,
Sulle spalle l’abito strappato,
Le mie giovani agili gambe
E il cuore sempre spaventato.
.
Ma tutto bisogna patire,
Tutto bisogna sopportare,
Perché voi abbiate domani
Quanto pane vorrete mangiare.
.
Oltre i muri, i fori, i mattoni,
Di notte, all’alba, di nuovo
Spavaldo, affamato, scaltro,
Come un’ombra mi muovo.
.
Se il destino a un tratto
Mi fermerà in questo dramma,
E’ il solito agguato della vita,
Non aspettarmi più, o mamma.
.
Io non tornerò più da te,
La mia voce non sentirai vicino,
La polvere della strada seppellirà
La sorte spezzata di un bambino.
.
E soltanto una preghiera,
Una smorfia sul viso rimane:
Chi mamma mia, domani,
Ti porterà un po’ di pane?
*
Poesia scritta nel ghetto di Varsavia
(Trad. di Paolo Statuti)
Il piccolo contrabbandiere di Henryka Łazowertówna (traduzione di Paolo Statuti)
strana come un varano nella frutta,
enigmatica come un’autobotte,
limpida come un’ampolla distrutta;
.
ridotta alle dimensioni di un filo,
dilatata, afflitta, defilata,
diretta verso le foci del nilo,
espulsa scoria, espunta, obnubilata;
.
giardiniera d’interni, inaridita,
che pota il secco liquore dei rami,
agile maga d’aghi che, scucita,
satura il rotto tessuto in ricami;
.
eretta come pilastri di guano,
ghiaccio vertiginoso sciolto in canto,
muta così, bella come la mano
di un suicida che non getta il guanto
*
È autunno, e l’ora d’oro già fiorisce
color zaffiro è il mare che si ammira,
si sente etereo il suono di una lira,
il sole è un moribondo che languisce.
Tende le braccia un’onda che fluisce
per reggere un dolore pieno d’ira,
testa dorata, testa che delira
nell’ultimo sospiro, che atterrisce.
È morto il sole… il mare veste a lutto,
e vedo dondolare un’urna d’oro
a pelo d’acqua, flutto dopo flutto.
Così le mie illusioni, il mio tesoro,
le ho viste dentro un’urna rifinita
andare via nel mare della vita.
.
Traduzione di Graziano Graziani
*
Essere qui per anni sulla terra,
con le nuvole che si addensano, con gli uccelli,
sospesi in ore fragili.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicino a Saturno, più lontano,
mentre il sole gira e ci trascina
e il nostro sangue scorre nel suo universo profondo,
più sacro di tutte le stelle.
Essere qui sulla terra: non più lontano
di un albero, non più inspiegabile;
leggero d’autunno, gonfio d’estate,
di ciò che siamo o non siamo, d’ombra,
di memoria, di desiderio, fino alla fine
(se c’è una fine) voce a voce,
casa per casa,
chi porta la terra, se la porta,
o chi l’aspetta, se l’aspetta,
spezzando insieme il pane ogni volta
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi della formica
che viaggia sempre da stelle lontane
per essere puntuale alla nostra cena
anche se le briciole sono amare.
*
Ho compiuto 35 anni in Lussemburgo.
Da qualche parte
tra Parigi e la Germania.
C’è un ponte rosso lì,
dove Helen diceva che
la gente si suicida di continuo.
Ma non ho visto nessuno
sul parapetto.
Sono qui a girare un film intitolato
“Una casa sulle colline”.
Mi manca mio figlio.
Mi manca mia moglie.
Ho gli incubi quando cerco di dormire, ma
mi piace la nebbia
al mattino.
*
L’immagine di ciò che non ha immagine
brilla solitaria sul bordo della pagina
come un corpo che si accende e si spegne
in un vecchio film di fantascienza.
L’immagine scrive a margine la storia e il suono
di un pensiero oscuro,
impossibile, soprattutto di giorno.
Ci vuole tempo per mantenere il controllo
tra ciò che è e ciò che non è, come una danza
che sfiora appena il suolo segna il volto del vampiro.
Il nome appare disegnato.
*
Al terzo incrocio di pagina
girate a sinistra
imboccate la prima uscita
alla rotonda della “o”
superate le curve
della terza “s”
evitate la parola
“compromesso”
girate intorno alla
“conversione”
entrate nel tunnel
che divide la “i”
dal suo puntino.
poi, la destinazione
un deserto pallido
sabbia perlacea
silenzio
assenza di azoto
ossigeno,
argon,
una casupola di legno
verde marcio antico
diventa pupilla
rende il deserto
sclera
e un bottega
la bottega dei concetti.
Non ha porte
ha scaffali infiniti
Non ha nessuno
dietro el bancone
ma schiere di mani esangui
slegate dai corpi
porgono barattoli
di concetti
Non ha proprietari
ma voci
di ignota provenienza
illustrano
ultime novità e
pensieri tornati di moda
i concerti riposano
in attesta
un sole viola
li solletica
giochi di luce
sui muri
poi
un lettore
la porta che non c’e
scricchiola
la sua ombra
oscura i giochi
guarda negli occhi
le voci
chiede, senza parole
di ricevere del vuoto
”un vuoto pitagorico?
quello in cui il cielo respira?
un vuoto da temere?
la negozione dell’esistenza?
un vuoto romantico?
l’assenza di qualcuno?
un vuoto etimologico?
il vacuum, mancanza assoluta
di qualsiasi materia?
un vuoto scientifico?
il campo di battaglia di
coppie di particelle virtuali?
nascono e si distruggono
in un duello infinito.
un vuoto filosofico?
il parlare di vuoto stesso
che lo nega riempendolo di qualcosa?
un vuoto platonico?
la nostra anima, un vaso bucato
perennemente insoddisfatto?”
Mi dia pure
un vuoto qualunque.
*
Dietro ogni nuvola, ogni montagna,
ogni cima d’albero, ogni ramo
ci sono gufi nella notte.
Si nascondono nel fumo della pipa.
Si nutrono di incomprensioni
e stelle al neon.
Al buio, possono essere scambiati
per quelle ceneri
e per le loro ombre.
Con i fari gemelli dei loro occhi
scrutano lentamente
le acque della notte.
E dialogano con il vento.
Singhiozzano con la pioggia.
Ammutoliscono con il sole.
*
La silloge “Deflagrante sorriso” (Vitale Edizioni) di Mara Limonta si presenta come un viaggio poetico di intensa interiorità, in cui la parola diviene strumento di esplorazione e rivelazione. Le liriche si muovono tra visioni oniriche e frammenti di vita quotidiana, fondendo concretezza e simbolismo in un equilibrio delicato e vibrante. Il linguaggio, denso e sensuale, si fa corpo e respiro, capace di dare voce a emozioni profonde e a una costante tensione verso la libertà e la rinascita. Temi come il tempo, la memoria, la fragilità e la forza femminile attraversano i testi, lasciando emergere un universo poetico di contrasti e metamorfosi. L’autrice, con sensibilità raffinata, trasforma l’esperienza personale in canto universale, rivelando un’anima inquieta ma luminosa.
*
Mia madre aveva
un gioco tra noi
– chi bisticciava di più.
E così me ne sono andata,
questione di spazi e silenzi
libertà salvata servaggio sacrificato
in tutti i suoi cenni
– non importava, l’essenziale
è chiudere quella porta.
E ritornare poi
sbagliando salvando
quel che vale.
Ma una rosa è un baleno,
crocevia di ripicche sciupate
– sfiorirà, come tutte le cose
©mtl
*
Ubriacatevi
– di ruggine e furore
stille d’avversione
contrario dileggio
– profano malanimo penetrante
e mute lacrime,
silenzio fra la gente.
Ma di deflagrante sorriso
– Bacco irriverente
sfinitezza di bacio
e sterminata bellezza
– salmodiare alla luna
corolla di meraviglia
urgenza di gatti in amore
– di lucida follia.
Arrendetevi
sprofondatevi.
Ammaliatevi
di cadenti stelle
©mtl
[dalla mia silloge ‘Deflarante sorriso’, Vitale Edizioni]
*
Cenere e fango,
E cosa resta
del dolore di una donna?
Cenere e fango
©mtl (inedito)
*
Errano senza meta,
– del fiume fate candore innamorate
peregrinando vanno, bramano un sogno
– oro fatato per amalgamar l’ amore
avviluppare l’ anima intimamente
– come l’ acqua che scorre
esplodere la carne liberare
l’ essenza , né vincolo né freno
l’ istinto assolvere,
– come marea liquefarsi indenne.
Ma il puro sguardo delle fate restive
uomo che passi, temi va oltre.
– Resterai , impietrito
©mtl (inedito)
Dissipa il giorno,
mostra agli uomini immagini distaccate dall’apparenza,
togli loro la capacità di distrarsi,
è dura come la pietra,
la pietra informe,
la pietra del movimento e della vista,
e ha una tale radiosità che tutte le armature
e tutte le maschere sono falsificate.
Ciò che la mano ha preso non
si degna nemmeno di prendere la forma della mano,
ciò che è stato compreso non esiste più,
l’uccello si è confuso con il vento,
il cielo con la sua verità,
l’uomo con la sua realtà.
*
Ecco scende la sera, dolce al vecchio lascivo.
Murr il mio gatto siede come araldica sfinge
contempla, inquieto, con la sua pupilla fantastica
viaggiare all’orizzonte la luna clorotica.
È l’ora nella quale l’infante prega, dove Parigi-fogna
getta sul pavimento dei viali
le sue falene dai seni freddi che, sotto la luce spettrale
del gas, l’occhio che fiuta un maschio casuale.
Ma, presso il mio gatto Murr, sogno alla finestra.
Penso a bambini che ovunque, in questo istante, sono nati.
Penso a tutti i morti sotterrati oggi.
E mi figuro d’essere in fondo al cimitero,
e entrando nelle bare, mi metto al posto
di quelli che qui passeranno la loro prima notte.
*
(Traduzione di Luciana Frezza)
*
Ho sognato la notte,
il suo volto di amante capricciosa,
racchiuso nel cuore mio fanciullo.
Il vento che l’ha scossa ha riso
tra le cortecce di un albero tremante.
Neppure la luna ha parlato
di nubi. Neppure uno strazio
per l’aria, un appiglio.
Al pazzo orizzonte ho volto gli occhi,
teneri sguardi al ruvido andare:
rugiade e silenzi per chi vi ho incontrato.
E la mente ha cercato
i suoi giovani amanti
dietro le righe di quanto non detto,
eccitata da tanti pensieri:
la bruma nascosta, il grano che dorme,
l’una che respira nell’altro
l’odor della notte.
Al pazzo orizzonte che amo,
al fragile araldo di stelle,
io canto battuto dal vento che ride
una brezza di lacrime nere,
io canto un amor che mi preme
e chi sente e m’ascolta
dice che pazza è la notte
e scompare.
*
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
.
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
.
La morte
si sconta
vivendo
.
(Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916)
*
Dobbiamo inventare una nuova solitudine per il desiderio.
Una vasta solitudine dalle rive sottili
dove il suono rauco del desiderio può diffondersi liberamente. Riapriamo tutte le
vene del piacere.
Lasciate che le fontane alte zampillino, non importa in quale direzione.
Non è stato ancora fatto nulla.
Dopo aver percorso un breve tratto, qualcuno si fermò per sistemarsi i vestiti, e tutti si fermarono dopo di lui. Proseguiamo.
Ci sono letti di fiumi asciutti
dove acque magnifiche possono ancora scorrere.
Ricordate le bestie di cui parlavamo?
Possono aiutarci prima che sia troppo tardi
e che la banda di ottoni ritorni a offuscare il cielo con la sua musica stridente.
*
Ecco, questo mondo
non è per te,
è per noi.
E tu per te non sei,
e per noi sì.
È troppo grande questa differenza
per poter mai pensarla:
e noi restiamo come l’erba nel prato
e le nuvole nel cielo.
O fratello, tu resti, per noi:
se non possiamo toccare più il tuo corpo,
che cosa sappiamo di te?
Il tuo martirio, il tuo amore, il tuo sangue,
oh Cristo.
*
Gli animali vivono così poco,
in ognuno di loro
c’è qualcosa della mia vita che si rifiuta di morire,
e in ognuno c’è un mio richiamo,
un desiderio oscuro che solo loro conoscono
perché sono come il gioco inventato dai giorni tristi
con i giorni felici.
.
Impararono ad abbaiare e miagolare, chiamando il mio nome,
ma vissero troppo poco per seguirmi da lontano,
finché non mi videro scomparire lungo le strade
e ogni volta che mi allontano da un posto,
li sento salire alla mia gola come un
gemito sordo e dolce.
.
Quando i bambini o gli animali si dimenticano di me,
dimentico anche perché la pioggia e la neve
mi rendevano così felice.
Dimentico anche perché ho vissuto fino ad ora.
*
Giorni tristi/Giorni felici di Efrain Barquero
Qui il traffico oscilla
sospeso alla luce
dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s’infolta la città
e un fiato d’alti forni la trafuga.
Chiedo al cuore una voce, mi sovrasta
un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.
E il tempo piega all’inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopopioggia.
Al segno di luce si libera il passo
e indugia l’anno, su queste contrade.
S’illumina a uno svolto un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.
da Tutte le poesie (Mondadori, 2023)
*
Quella vita che non è mia e mi circonda,
il mistero della morte, ciò che chiamiamo morte
e il mistero della vita sempre aperta,
ciò che chiamiamo vita
nell’albero, nelle nuvole e nell’acqua,
e nel vento e nel mondo che è ciò che è senza essere umano,
e nell’immensa trasparenza che non è detta, si mostra
in ciò che ho cercato tanto e che ora trovo di ritorno:
l’infanzia, forse, l’infanzia, la nostra fine sicura,
il nostro racconto, il nostro canto, la nostra coscienza magica:
la totalità della vita infinita e aperta.
*