L’amore da quando ci sei tu, di Cecilia Roda. Interno Poesia Editore

L’amore da quando ci sei tu

INTERNO BETA

Autrice: Cecilia Roda
Illustrazioni: Lilybris
Collana: Interno Beta
ISBN: 978-88-85583-64-1
Data di pubblicazione: 21 ottobre 2021
Pagine: 156
Formato: 13×19 cm

€15,00 €14,25 L’amore da quando ci sei tu

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PRODUCT ID: 8162CATEGORIA: INTERNO BETA

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La collana «Interno Beta» arriva in libreria con la prima opera poetica di Cecilia Roda, artista e illustratrice conosciuta con lo pseudonimo di Lilybris. “L’amore da quando ci sei tu” è un libro leggero e divertente, con una scrittura emotiva che racconta in versi l’amore quotidiano vissuto nelle piccole cose, l’amore fatto di piccoli gesti che rivelano inaspettate verità. Il filo poetico si snoda attraverso spazi sazi di vita, rispettandone i tempi, i rituali e le rivoluzioni attraverso una geografia dei cinque sensi. Una lettura intima, che fa ridere e riflettere allo stesso tempo, capace di disinnescare, con sarcasmo e ironia, i tabù legati all’amore; grazie anche alle illustrazioni contenute, questo volume è una piccola opera d’arte che parla attraverso un linguaggio universale e colorato, in cui poesia e illustrazione convivono e insieme raccontano l’amore.

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Ortensia Selvatica

Non v’invischiate

negli sterili trastulli 

della vanità,

entrate con vigore nei

puri e angusti angoli 

del cuore,

lì dove la vita a volte 

ha un acre sapore

ma ti forgia come acciaio

arroventato

lasciando l’anima intatta

e delicata

come un rigoglioso arbusto

di ortensia selvatica.

Caterina Alagna

SCENDE LA SERA, di Alberta Scarpetta

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Alberta Scarpetta

SCENDE LA SERA 

Lentamente scende la sera, il sole è una palla di fuoco che incendia il cielo.

A poco, a poco, quell’incendio penetra in me  avvolge  i miei sensi e il desiderio di te divampa irrefrenabile.

Amore, ho bisogno di te di averti tra le mie braccia perché, solo così, questo incendio che mi divora si plachera’.

Scende la sera e io ti aspetto …

A.S.

1luglio2022

IO SONO UN VAGABONDO, di Gregorio Asero

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IO SONO UN VAGABONDO, di Gregorio Asero

IO SONO UN VAGABONDO

Dopo aver molto vagato 

faccio ritorno alla mia anima

E solo quando sarò sull’uscio 

io vedrò chi mi attendeva

fin dal giorno della partenza

Solo allora l’acuto dolore del mio pianto 

chiederà perdono alla vita

Sarà un lungo pianto 

e molte voci formeranno la sua melodia

Sono le voci dei miei rimpianti

e ci sarà la lupa affamata 

e ci sarà l’ombra silente 

e ci sarà un vecchio sordo

e ci sarà il triste volto di mia madre 

che mendica un poco d’amore

Ma il più brutto degli astanti sarà la mia coscienza 

che mi chiederà conto del tempo perduto

Solo allora l’acuto dolore del mio pianto 

chiederà perdono alla vita

.

da “COME LE FOGLIE AL VENTO”

Gregorio Asero 

copyright legge 22 aprile 1941 n 633

MA LEI SE N’È ANDATA, di Romano Vola – Quando ti rendi conto

MA LEI SE N’È ANDATA, di Romano Vola – Quando ti rendi conto

MA LEI SE N’È ANDATA

A un certo punto bisogna 

ritrovare la strada di casa 

e rimettersi in cammino.

Abbandonare le fantasie 

che ci hanno portato 

per monti e per mari 

e ricordarci 

di ciò che abbiamo lasciato.

Sembra tutto un po’ opaco 

dopo tutti gli svolazzi, 

ma è chiaro ch’è finito

tutto in tempesta il nostro sogno. 

Ce lo sta dicendo la banchina 

fredda e solitaria 

su cui ci ritroviamo seduti.

La banchina  ci sta dicendo 

che è ora di deporre le ali 

e, per carità, 

non è facile da accettare 

dopo il grande volo che ci ha estasiati 

e del quale 

ripercorriamo ancora tutte le scie.

©errevi

Come luna all’alba, di Rita Frasca Odorizzi

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Come luna all’alba, di Rita Frasca Odorizzi

Come luna all’alba

Quando dissolverò

sbiancando,

come luna all’alba,

rannicchiandomi

nel tempo amico,

antico,

nascondendomi

nella memoria

di un sasso amato,

perché amore,

non avremo più tempo

alla sera,

quando le lucciole

scorteranno la notte

con le vive lucertole,

assise,

nel paradiso dei sassi,

per scrivere i giorni

raccoglierne il senso,

strapparci il cuore

e correre oltre i limiti

di un paesaggio d’amore,

perché siamo ammalati :

Ammalati di un futuro

con le metastasi in cuore .

Ritafrascaodorizzi

Una mano d’aria, di Donatella Maino 

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una mano d’aria   (Anni 2000)

vedo forme create dal sonno

così che tutti i brividi sono lamento

mentre inciampo nelle parole:

centinaia d’occhi il chiostro che amo,

annuso l’inchiostro come fosse cibo

che parla al bianco, in una cella

battente versi folgorati d’angoscia

finché mio padre mi fruga nei cupi recessi,

mi porta nell’immenso luogo desolato

dove vive l’ombra macchiata di luce.

disegno gli orrori sul vetro appannato

portando alla bocca una mano d’aria

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TUTTO TACE

Sorge ancora

ogni mattina il sole sorge

d’immenso mi illumina

e la mestizia per un attimo

depone nell’angolo.

Ma tu, Amore lontano,

dall’alto mi guardi

e la mano tendi

mentre io non colgo più

il tempo che strappa i miei giorni.

L’ abbraccio mi manca

anche alla sera quando

tutto tace mentre sento

il potente grido del cuore

che a te mi riporta, 

mio dolce Amore!

©Maria Rosa Cugudda

MADRE, di Vincenzo Pollinzi

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MADRE

Un giorno bussarai 

alla mia porta e 

da un cenno del capo 

capirai la mia attesa. 

Seguirai con lo sguardo

i fili bianchi arrampicati  sui muri, 

arterie che trasportano luce e 

ascolterai viva, fragorosa, 

la legna ardere nel camino. 

Vieni, Figlio mio, e come allora

ti lascerò riposare

sui palpiti del mio cuore. 

E quando di nuovo andrai via

io ti seguirò nel cammino. 

Sarò nuvola a cui

darai il mio volto, 

sarò pensiero, 

sorriso rassicurante, 

sarò abbraccio vitale, 

un prenderti per mano

quando ti sentirai perso

nel freddo della sera.

VINCENZO POLLINZI – Giugno 2022 

Foto di Tommaso Smith Iaquinta

Racconti: UN GIORNO QUALUNQUE, di Daniela Patrian

UN GIORNO QUALUNQUE, di Daniela Patrian

Ma chi è quell’uomo nel mio giardino, pensa la donna. Sembra un Poeta,fa qualche passo verso di lui e si accorge che il viso dell’uomo è rivolto verso la capanna costruita da Lei con foglie sempre verdi. Ehi ,alza il tono di voce guardando l’uomo.

Girato di spalle a Lei, sussurra un’amara filastrocca x le sue orecchie:” oh dolce fanciulla ti stavo aspettando,la mia vita senza te non ha nessun significato!.

La donna infastidita,toglie lo sguardo dall’uomo e si accorge,che nel suo angolo paradisiaco,ci sono tanti ,presunti Poeti….che poi la poesia per la donna nn è come la fanno loro.La poesia descrive un’emozione provata, un’istante lo fa diventare eterno,il soggetto lo racconta con dolcezza,delicatezza fantasia personale e non una serie di parole con linguaggio forbito,che alla lettura risulta arrogante, il contenuto  inventato e sforzato  nel sentimento , con indice accusatorio, il dolore viene raccontato come frustrazione pesante e nn come un dolce canto liberatorio…mah, sussurra tra sè si sono presi la licenza poetica da soli pensando di poterla ottenere grazie a quel foglio di carta,rilasciato dagli Atenei …

Immersa nel suo pensiero la donna continua,nn mi spiego, pensa, mi cercano mi perseguitano l’anima e nei sogni,mi studiano in questi contesti per trovarmi in carne nella realtà…Sono due cose diverse,la realtà ha altri ingredienti,il saper arrangiarsi x discutere col potere,la facciata esteriore,molto importante e lì si combatte con  l’inganno e la cattiveria,il padrone denaro,la forza,il coraggio….che c’entra con la poesia….che confusione fanno?Eppure gliel’ho detto tante volte,…si,si abbiamo capito,hai ragione anche noi siamo così…ed invece non hanno capito un tubo e si sentono presi in giro….e via, con un giro di poesie fatte di insulti…

Contenta,scaldo i motori della fantasia,del sogno,pensa la donna  descrivendoli in poesia….e guarda che disastro…devo spegnere tutto? No , mi piace,cibo  per l’anima.

Quel viso conosciuto nella realtà,  ha regalato alla donna un luminoso e spontaneo sorriso,piaciuto molto,però,solo rincorsa nella poesia ,con l’anima ,ma si lamenta di non vederla nella realtà partecipe nello stesso modo.. Quando si chiede tempo all’anima,se  lo dona,è questo l’affetto che dimostra,per sempre ti include nei sogni nell’immenso, nel cuore,ma non si può trasformare in realtà se non ci sono presenti gli ingredienti di essa….

La donna si avvicina al presunto Poeta….svanito,così anche gli altri,di fronte si trova l’uomo dal maglione blu a girocollo le sfiora le labbra…Si dirigono verso la loro capanna di foglie verdi. Con sè luomo ha una valigetta,una volta entrati,in capanna,la apre, l’aria  si riempie di profumo d’amore,dolcezza tenerezza protezione…e mentre respira queste dolcezze….un trillo assordante…la fa sobbalzare,…è il telefono….ciao Giulia,….è? come? quando? per quanto tempo?….un’assistenza impegnativa direi…

Daniela Patrian 

Dipinto acrilici, acquarelli

Come luna all’alba, di Rita Frasca Odorizzi

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Come luna all’alba, di Rita Frasca Odorizzi

Come luna all’alba

Quando dissolverò

sbiancando,

come luna all’alba,

rannicchiandomi

nel tempo amico,

antico,

nascondendomi

nella memoria

di un sasso amato,

perché amore,

non avremo più tempo

alla sera,

quando le lucciole

scorteranno la notte

con le vive lucertole,

assise,

nel paradiso dei sassi,

per scrivere i giorni

raccoglierne il senso,

strapparci il cuore

e correre oltre i limiti

di un paesaggio d’amore,

perché siamo ammalati :

Ammalati di un futuro

con le metastasi in cuore .

Ritafrascaodorizzi

LUGLIO, di Roberto Busembai

LUGLIO, di Roberto Busembai

LUGLIO

Ti sveglierò cadendo

come le nuvole dal cielo

e soffierò sul tuo viso

come quel vento

leggero che sente il tuo lamento,

sarò sostentamento e sospiro

nei caldi sogni diurni

e mite brillio delle notti

fatte di stelle e lucciole vivaci,

sarò sulle spiagge e sulle valli

come sabbie calde e fieni asciutti,

e ti sveglierò di nuovo

perchè possa amare il silenzio

di un calmo mare azzurro,

perchè io sono Luglio,

il tuo faro perenne 

e non voglio di te 

nessun tormento che t’abbia a rapire,

e ti sveglierò per sempre

che non abbia a dormire

per perderti tutto questo.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web

Racconti: “LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI“, Rosa Cozzi

Racconti, “LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI“, Rosa Cozzi

” LA CHIOCCIOLA DI MILLE COLORI “

C’era una volta in un prato un bruco di nome PICANTO molto bravo a dipingere, passava le sue giornate a colorare e a cantare.

Aveva come amici AMELLIA la farfalla che ammaliava tutti con le sue ali colorate, che ad ogni battito lasciava cadere una polverina di tanti colori e ogni cosa diventava più bella.

E poi c’era anche COCCICI’, una bella coccinella che era molto fiera di avere le sue ali di colore rosso e a pois neri.

Erano sempre insieme a svolazzare e guardavano dipingere il loro amico PICANTO, lodandolo per la sua bravura.

Quel pomeriggio c’era il sole che splendeva e tutto era più bello, ad un tratto videro arrivare con molta lentezza la loro amica chiocciola, si avvidero che aveva l’aria molto triste e le domandarono in coro: perché sei triste comare CHIOCCI!

Lei rispose che si sentiva brutta di fronte ai suoi numerosi amici quasi tutti colorati.

Restarono in silenzio per qualche tempo, e poi la farfalla AMELLIA, parlò all’orecchio di PICANTO e di COCCICI’.

Gli chiese se poteva colorare la casa di CHIOCCI’.

Allora PICANTO esclamò: avvicinati dipingerò la tua casa con i colori dell’arcobaleno e sarai la più bella chiocciola mai esistita!

Detto questo, presto fatto.

In men che non si dica la casa di CHIOCCI’ si trasformò in una miriade di colori e felice e contenta sfilava su e giù per il prato sfoggiando la sua bella e colorata casa.

Continuò a girovagare per tanto tempo, alla fine sfinita ringraziando salutò i suoi amici, rientrò nella sua bella casa e si addormentò tutta felice.

UN GIORNO SENZA COLORE, di Dario Menicucci “Le mie poesie”

UN GIORNO SENZA COLORE, di Dario Menicucci “Le mie poesie”

UN GIORNO SENZA COLORE

Non manca molto

al tramonto.

Dalla finestra assisto

al silenzio dei cortili.

Al languido tremolio

delle foglie accecate.

Nemmeno un’ombra

sulle piazze.

Eppure il declino

trasuda dai colori.

Echeggiano soltanto 

smanie soffuse.

I gemiti di un giorno

senza parole.

Dario Menicucci

Non mi dire mai la verità, di Giuseppe Cataldi

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Non mi dire mai la verità, di Giuseppe Cataldi

Non mi dire mai la verità

la verità è una cosa fredda cerebrale

non ha figli non può far figli

non ha amici, non è sensuale

non dice barzellette non ride e non sorride

non strappa le lacrime quando il cielo s’oscura

la verità non vuol far vivere

vuole fulminare un momento

dimenticandosi di tutti gli altri

non vuole accorciare le distanze da TE

puoi praticarla nella scienza nelle materie esatte

nello scorrere del tempo ma forse manco in quello

io ti dirò la mia verità quella

che rubo ai cespugli spinosi

quella che vivo sulla pelle

screpolata e disattesa di umidità

nella musica delle mie parole

ma anche in quella che rotola nel rock

è una verità senza misura possibile

assoluta e dissoluta nelle intenzioni

fatta di sesso di tenerezza

di urla che il corpo trasforma

ed ancora sempre di Te

Personaggi illustri calabresi, di Vito Sorrenti

Personaggi illustri calabresi, di Vito Sorrenti 

(Italiano) Copertina flessibile – 13 giugno 2020

di Vito Sorrenti (Autore)

https://www.amazon.it

La Calabria, una regione poco nota e poco frequentata e ai più sconosciuta. Sconosciuta ai suoi stessi figli, molti dei quali sono sparsi e dispersi nel mondo e non hanno mai avuto modo di vedere e di godere la natura selvaggia della Sila e dell’Aspromonte, il verde lussureggiante delle Serre, i fondali dei suoi mari cristallini, la chiesa di Santa Maria dell’Isola a Tropea, eretta sull’omonimo scoglio, il Battistero, il Castello e la Cattedrale di Santa Severina, la fortezza aragonese di Le Castella, il Belvedere di Piazza San Rocco a Scilla, il Paese arroccato di Pentidattilo, la scogliera di Copanello, il castello Murat e dintorni a Pizzo Calabro, il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, con i suoi tesori di inestimabile valore come i Bronzi di Riace e la Testa del filosofo; 

il Lungomare di Reggio, definito da Gabriele D’Annunzio il più bel chilometro d’Italia, la Cattolica di Stilo, un capolavoro assoluto dell’arte bizantina; il Codice purpureo di Rossano (Evangeliario greco miniato del VI secolo), le Muraglie di Annibale a Pietrapaola ecc. ecc.. Insomma tutte le testimonianze di un passato glorioso lasciato in eredità dalle sue fiere popolazioni. La Calabria, culla della civiltà della Magna Grecia, culla del pensiero filosofico, ove Pitagora*, matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico, fondò una delle più importanti scuole di pensiero dell’umanità, che prese da lui stesso il nome: la Scuola pitagorica; 

la Calabria luogo natio di giganti come Milone di Crotone, Ibico di Reggio Calabria, Nosside di Locri, San Francesco di Paola, Gioacchino da Fiore, Cassiodoro di Squillace, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, Mattia Preti, Pasquale Galuppi, Guglielmo Pepe, Francesco Jerace, Renato Dulbecco, Corrado Alvaro, Francesco Cilea, Leonida Repaci, Gianni Versace e molti altri ancora. 

Li passeremo tutti in rassegna e avremo modo di conoscere il contributo che hanno dato all’umanità e in pari tempo, scopriremo i motivi per cui andare orgogliosi dei nostri eroi, del nostro passato e delle nostre radici: tutti fattori che stanno alla base della nostra identità. Ciò premesso e, in considerazione del grande amore che nutro per la poesia, principale nutrimento spirituale dell’anima, ritengo doveroso iniziare questa rassegna con un Poeta.

“Pompei, l’incubo e il risveglio” di Angelo Petrella, edizione Rizzoli, recensione

 semini_letterari

Salve lettori oggi consiglio:

 “Pompei, l’incubo e il risveglio” di Angelo Petrella. 

La sua copertina, con il titolo a caratteri cubitali che spiccano su uno scenario di distruzione, ha catturato il mio interesse riportandomi al Aprile del 2019 quando calpestavo la medesima  zona archeologica guidata da uno storico. 

Sotto la supervisione dello scrittore le mure diroccate, come oggi le conosciamo, prendono forma e vita.

L’autore immerge il lettore nel regno di Quintiliano e del prefetto Quinto Terenzio Massimo, e di altri personaggi illustri del 79 d.C. Si ammira la grandezza dell’impero Romano e la sua espansione, si entra nel vivo della guerra dei Romani contro gli Ordovici e le sue fatali conseguenze. 

Un romanzo che non dà possibilità al lettore di rimanere un anonimo osservatore ma lo esorta a far parte in modo attivo del racconto attraverso l’emozionante lettura. 

Tra intrighi, vendette, amori e complotti ci muoviamo tra le vie di Pompei con il gladio in mano e l’elmo in testa, oppure nelle palestre o meglio nelle Spa dove ci assicuriamo di creare nuove alleanze e conoscenze per la nostra attività, discorrendo tra i templi e le schiave dei lupanari. Non mancano i colpi di scena, ogni azione ha un obiettivo ben preciso all’interno del romanzo, nulla viene lasciato al caso. 

L’autore, Angelo Petrella, giornalista e sceneggiatore è riuscito a far risorgere attraverso la sua scrittura la città di Pompei, un viaggio da fare sicuramente fisicamente, se ne avete la possibilità.

Nelle note conclusive vi è un elenco dei libri che l’autore ha  consultato per scrivere quest’opera  narrativa, svelando la parte romanzata.

Se siete interessati alla parte del risveglio del Vesuvio, vi invito a  leggere le lettere di Plinio a Tacito, come è stato anche a me consigliato dalla guida, sono la prova tangibile della disperazione durante la tragedia e di come la quotidianità può essere stravolta in un attimo. 

I romani pensavano che fosse solo una montagna fertile da sfruttare, invece di un vulcano, fino alla sua eruzione

Un vulcano alto trentamila piedi, tale fu la sua potenza che le ceneri arrivarono fino ad Alessandria d’Egitto.

Il segnale viene trasmesso a  Roma, l’imperatore Tito organizza il soccorso, e arriverà a Pompei  5 ore dopo la tragedia.

Il mare trasformato in lastre di pietre, rende difficile avvicinarsi con le imbarcazioni, nuotano fino a riva e vedono la gente disperata. Il capo dei soccorsi organizza un tavolo con della frutta, così la gente vedendo che un uomo di potere, del suo rango, riesce a stare calmo per gli altri sarà più facile tranquillizzarsi e seguire in ordine il salvataggio.

Pompei in un mare di cenere verrà dimenticata fino al 1500 circa. (cit guida)

Un viaggio davvero straordinario!!

Semini letterari

Novità letterarie: “Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, pensatori e artisti” di Rosa Maria Corti (Montedit)

(by I.T.Kostka)  Izabella Teresa Kostka

Con piacere segnaliamo una nuova pubblicazione di spessore edita dalla prestigiosa casa editrice Montedit: “Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, pensatori e artisti” di Rosa Maria Corti, poetessa e scrittrice comasca di talento già  affermato e penna sublime. La prefazione del critico letterario e poeta Prof. Luigi Picchi e le note critiche a cura del traduttore, critico letterario e poeta Prof. Vincenzo Guarracino.

• Note critiche a cura del poeta, traduttore e critico letterario Prof. Vincenzo Guarracino

“Il mio modo di viaggiare talvolta mi regala incontri meravigliosi”, dice Rosa Maria Corti in un momento topico del libro, nella nota al testo dedicato a Segantini, rivelando la chiave stessa di tutto il suo “favoloso” peregrinare che l’ha portata a inseguire e incontrare la “promessa di un sogno” attraverso luoghi di impervia e sconosciuta bellezza, in cui solo a pochi è dato riconoscerla nella sua ruvida amabilità…
Nel titolo è certo scritto che ciò che le interessa è la “casa” intesa come il luogo entro cui hanno trovato ospitalità e consistenza interiore ed esteriore,virgiliani simulacra luce carentum, simulacri e fantasmi di una vita bisognosi di luce, sogni, trasferiti in colori e parole nelle forme dell’arte e della poesia.
Ma in realtà, il libro inclina soprattutto ad evidenziare che sono le “anime” quel che maggiormente balza fuori dai testi: la teoria di personaggi, “scrittori-pensatori- artisti”, tutti di straordinaria rilevanza, colti, nella cinquantina di epilli che compongono la silloge, in situazioni paradigmatiche di fascino…”.

• Dalla prefazione in forma di lettera a cura del poeta e critico letterario:
Prof. Luigi Picchi

“…raccogliere in una silloge (anche fotografica) poesie ispirate a visite presso case di poeti, scrittori e artisti è stata un’idea molto suggestiva e particolare, come pure quella d’accompagnare ogni poesia con una didascalia esplicativa di carattere storico-turistico rendendo questo “prosimetro” una sorta di beadeker. Ne è uscito un romanzo lirico di un pellegrinaggio letterario sulle tracce di personaggi illustri, delle loro visioni e delle loro ossessioni; un percorso tra Francia, Svizzera ed Italia…”.

Architettura familiare I (pag.30)

La casa di sassi,
a ridosso del monte,
ha stanze che ascoltano
il respiro del bosco
e stanze che scrutano
il fiume più a valle.
La casa di sassi
ha muri assai spessi e legni
invecchiati che son quasi neri.
La casa di sassi mi riporta echi,
risuona ancora la lingua morta:
“Vendül *1, ghislòn *2, cadòlca *3, cràp *4, ta vengi al Gabinàt *5…”.
La casa di sassi,
un mondo di preghiera e fatica,
nella cantina profumo di vigna,
presso il fienile la cusinascia,
verze e gabüs6 là sotto il tetto.
Chissà se le piace il mio idioletto…

~

Ricordo della casa della nonna materna nata nel 1884 a Castello dell’Acqua (So). Note: *1. Slavina *2. Mirtillo *3.Vino e latte *4. Roccia *5. Ti vinco il Gabinàt. Il giorno dell’Epifania chi riusciva per primo a pronunciare la parola Gabinàt, dal tedesco “Gaben nacht”, notte dei doni, aveva diritto a ricevere un dono dall’altro. 6. Cuore del cavolo.

La casa di Bruno Gandola (pag.79)

T’accoglie una croce campestre,
segno sacro che riconduce alla radice,
simbolo di scelta e riflessione,
d’energia creativa
che accende lo sguardo,
guida il pennello,
incide la materia.
Ti colpisce la pacatezza del gesto,
l’azzurro della pupilla,
nella luce s’infutura la ricerca
di bellezza e verità.
La sua casa è isola di pace
e insieme fucina, crogiolo,
semenzaio dove si coltivano
amicizie, luogo dove
si tiene scola de umanità.

~

Bruno Gandola è pittore, scultore, incisore, ceramista e scagliolista. Occhi azzurri e barba bianca, schietto e modesto, degno erede dei Magistri Comacini, Bruno nasce a Milano nel 1940 e in quella città insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera per molti anni, ma è in Valle Intelvi, la terra dei Gandola, che ritorna ogni anno e nel “cascinotto” nascono le fontane zampillanti in marmo e pietra, i bronzi raffiguranti sacro e profano, l’omaggio agli Alpini del Battaglione Valle Intelvi e tante iniziative artistico-culturali che ruotano intorno al suo Museo dello Stucco e della Scagliola che cura con la moglie Floriana Spalla. Il Museo, sito a Cerano Intelvi, è visitabile.
Di Bruno e Floriana, in particolare, è l’idea della ricostruzione dell’antichissima chiesetta alpestre di San Zeno che la tradizione vuole edificata quale voto da alcuni Magistri di ritorno da Verona e sorpresi sul Lario da una tempesta. In questa chiesa furono rinvenute due lesene decorate nelle quali la Professoressa Spalla individua le figure della regina Teodolinda e del re Autari. Si veda in proposito il mio libretto intitolato: “Teodolinda e il mistero della Venere Ceraunia”, Montedit editore 2020.

Breve nota biografica

Rosa Maria Corti, nata a Oggiono (Lc), oggi vive in Tremezzina sul lago di Como. Scrittrice eclettica, già collaboratrice della rivista Como & dintorni e del Quaderno Scientifico di APPACUVI, ha parte attiva nel settore cultura di The Milaner rivista giornalistica on-line. Presente nell’“Enciclopedia degli Autori Italiani”, è inserita in prestigiose antologie e ha ottenuto molti riconoscimenti in importanti concorsi letterari tra i quali il Premio Antonio Fogazzaro, il Premio Internazionale Europa in versi, il Premio Internazionale P. Martin – A. Testore e il Premio Alda Merini. Tra le sue opere, in prosa e in versi, si vogliono qui ricordare “Storie della Valle Intelvi. Artisti, eroi, maghi e vicende popolane dal Medioevo ai giorni nostri” Ed. Edlin 1999; la trilogia medioevale “Mistero all’abbazia”; “La Colombera”; “Né angeli né demoni” Ed. Montedit; la trilogia poetica “Il mio Lario”, “La mia valle” e “La mia Provenza” Ed. LietoColle; “Il Generoso. La montagna dei racconti, delle fiabe e della poesia” Ed. Macchione; “Valle Intelvi. Paesaggio Storia Curiosità” Ed. Pifferi; “Teodolinda e il mistero della Venere Ceraunia” Ed. Montedit 2020; “Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, pensatori e artisti” Ed. Montedit marzo 2021.

Info editoriali

– Autore: Rosa Maria Corti

– Titolo: “VIAGGIO POETICO tra case e anime
di scrittori, pensatori e artisti”

– Collana I gigli (poesia), Editore Montedit, Marzo 2021 pag. 92, Euro 10.00.

– Acquistabile presso l’editore e tutti i canali tradizionali.

Segnalazione anche su VERSO – spazio letterario indipendente:

“Duecento giorni di tempesta”, di Simona Moraci. mrg

https://www.librarte.eu/post/duecento-giorni-di-tempesta-di-simona-moraci?fbclid=IwAR15YsWqJrsiGmuPcTr4JUrzgpCUCjZhTl800wB-HmmzYSPchl8qFUVmZ48

“Duecento giorni di tempesta”, di Simona Moraci

Recensione a cura di Antonella Giuffrida

“Avevo sognato a lungo quel momento, sotto l’ombrellone, in riva ai miei pensieri: avevo immaginato grandi sorrisi nel proporre le mille idee che mi baluginavano in mente. Da precaria ero sempre riuscita a realizzare sogni, incantare i ragazzi, piacere ai colleghi. Non mi ero resa conto di essere sulla frontiera alla ricerca del Santo Graal o, comunque, di un santo che mi prendesse in considerazione”.

Spesso la realtà è totalmente diversa da come si possa immaginare e la quotidianità che Sonia, docente precaria in una scuola di periferia, si trova ad affrontare, è tutta da scoprire.

Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo e credo sia vero ma a volte succede che il lavoro ti annienta, ti stressa, ti distrugge lo spirito e a volte mette a repentaglio la tua stessa persona.

Questo è ciò che succede a Sonia, la protagonista del romanzo “Duecento giorni di tempesta”, classificatosi al terzo posto nella sezione Narrativa al premio L’Iguana, scritto da Simona Moraci, giornalista professionista e docente di lettere dalla penna abile, dalla scrittura fluida , concisa ma incisiva. Dopo aver pubblicato “I confini dell’anima” e “Giornalisti, e vissero sempre precari e contenti”, entrambi con Armando Siciliano editore, Simona Moraci ci accompagna nei suoi duecento giorni di tempesta, perché duecento sono i giorni di scuola che la protagonista trascorrerà con i suoi alunni, e non solo con loro. Un romanzo di luci e ombre, duecento giorni vissuti in Sicilia, nella città di mare acquisita, lontana dalla natia città di mare. Entrambi i centri abitati diventeranno le “sue città di mare” che come un leitmotiv faranno da sfondo alle pagine del libro. E fra queste due città si contende la vita della protagonista.

“ I grandi amori sono fatti d’inferno e paradiso. I miei bambini erano il dono più grande che la scuola potesse farmi. L’amore che mi hanno insegnato va oltre la comprensione. Era come se fosse impossibile salvarli dalle dinamiche di un quartiere che li aveva resi duri, aggressivi già a dieci anni.”

Il romanzo, è ambientato ai nostri giorni, in una realtà degradata , dove la scuola è solo un ripiego alla “vita di strada”, dove il “modus vivendi” della strada si riflette sulla quotidianità, dove l’infanzia è negata, dove la violenza impera, dove la voglia di apprendere è pari a zero e dove il docente deve escogitare strategie e motivazioni per interessare alunni che tutto vogliono fare tranne studiare. Sonia è una donna appassionata, solare e creativa: “dove compare lei compare il sole”, le dice una collaboratrice scolastica e lei desidera portare il sole nel cuore dei suoi ragazzi. Ragazzi abbandonati, “ragazzi esplosivi”, che passano la vita in strada, che non giocano con i videogame, che non hanno genitori alla spalle che li motivano; ragazzi emarginati, alcuni sono figli di delinquenti, sono gli “ultimi” della società. Tuttavia Sonia, forse per riscattare il suo passato problematico , si mette in gioco e si scontra con una realtà difficile ma lentamente cerca di interagire con i ragazzi e l’unico modo per farlo è mettersi al loro livello. E si inventa di tutto: dalle feste, al teatro, ai giochi . E cosi, la Locandiera di Goldoni ma anche la spiegazione di Dante o Petrarca diventano storie da narrare quasi per gioco. E Sonia si trova a interpretare ora il Sommo poeta, ora il poeta “solo e pensoso” innamorato di Laura; non è certo una lezione normale quella di Sonia! Tuttavia il suo interloquire fa breccia sui ragazzi; e gli alunni si esprimono con il loro dialetto perché solo così riescono a dialogare; ma iniziano a conoscere e riflettere sui poeti e ciò diventa motivo di consolazione per la docente.

-“Pozzu ripetere?” Damy era un ragazzo timido e riflessivo, che non riusciva a dosare forza ed emozioni, finendo per far sempre male a qualcuno. Tuttavia era capace di profondità insperate ed era uno dei pochi in grado di rielaborare e fare suo un pensiero. – “Dante ‘a fimmina ‘a taliava, ‘i luntanu, forsi ‘a salutava, non si sapi bonu. Prof, secunnu mia era puppu. Petrarca, invece, non sulu a fimmina a taliava ma ci vulia fari pure i cosi lordi. Era omo, sicuro.”

Un romanzo che alterna momenti crudi, veri, dove la protagonista mette a rischio anche la propria salute, a momenti dove a parlare è il sentimento. In una “realtà a rischio” non è facile insegnare; quando ci si trova coinvolti in episodi incresciosi, è difficile avere il polso della situazione; si cerca un supporto, un conforto, uno sguardo che possa farti sentire meno sola! Ma questo supporto non arriva, anzi tutt’altro: ci si trova soli in mezzo a chi preferisce farsi da parte pur di non parlare. Eppure nel romanzo c’è spazio anche per una storia d’amore complicata; una storia di sopravvivenza, di affetto, di gratitudine, di amicizia, di gelosia. E il mondo sembra correre più veloce di Sonia ma lei non demorde e affronta la vita senza delineare i confini fra le due cose: sentimento e dovere. E le diverse emozioni e il turbinio della sua anima stridono con la quiete del mondo della strada della “sua città di mare”; c’è chi ferisce con le parole, c’è chi invece ferisce con i fatti. Stefano e Andrea, anche loro protagonisti del romanzo, colleghi di Sonia , entrano nella sua vita; per loro Sonia è “la straniera”. Uno è come il vento: riesce a far volare via i pensieri tristi dalla mente della collega e per questo le prende l’anima e il corpo; l’altro è la forza, è il mistero, è la passione. Entrambi con un passato da dimenticare, entrambi racconteranno la propria anima. Tutti i personaggi non sono statici: il loro carattere si evolve; in positivo o in negativo sarà il lettore a giudicare; l’abilità della scrittrice è quella di crearli e metterli a nudo con sentimenti diversi, ogni personaggio ha una sua catarsi interiore. Ed è questo movimento di sentimenti che tiene il lettore legato al libro, lo trascina, lo travolge, lo incuriosisce, spingendolo ad allearsi con uno o con l’altro personaggio. In alcune pagine il lettore vorrebbe istintivamente fermare lo scorrere degli eventi e magari modificare il copione ma la vita continua inesorabile. Interessante è il ruolo di Altea: attraverso questa amica, Sonia estrinseca il proprio io, le paure, le ansie, le sofferenze; spesso è il suo “alter ego”.

In un romanzo dal ritmo incessante, ambientato al Sud, non possono mancare le prelibate ricette culinarie che Simona Moraci descrive con dovizia di particolari, così come non mancano le descrizioni dei luoghi delle “sue città di mare”.

Un romanzo dove tutti i sensi vengono messi in moto: una storia da toccare con mano, da ascoltare; una storia che profuma di granite, di pasta; pagine che permettono al lettore di intraprendere un viaggio nella “terra dove il sole non tramonta mai”, e se il sole tramonta lo si ha nel cuore, sempre.

“Quando scese la sera lo portai dove ero cresciuta io, tra mura di salsedine e voci di Scirocco. C’era ancora, nel vicolo del piccolo villaggio di pescatori, la casa che non era mia, assieme ai ricordi di un’altra vita e di un altro amore.”

E la scrittrice , con un linguaggio leggero , a volte ironico, con frasi dialettali, svela il senso di appartenenza alla propria terra: ed è proprio questo modo di scrivere della Moraci che rende la protagonista una donna per niente estranea a noi. L’io narrante che da Sonia si trasferisce ad altri personaggi , trascina il lettore in mondi tanto eterogenei quanto affascinanti. La suspense è sempre viva, la trama avvince e la vita dei protagonisti si intreccia e prende strade che spesso si incontrano ma a volte si dividono. Un romanzo che si addentra in una realtà che ognuno di noi può vivere, una realtà dove giornalmente si spera in un domani migliore. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” lo ha scritto De André nella ballata “Via del campo”. Anche Leopardi nella lirica “La ginestra” lascia trapelare un barlume di speranza affermando che da una roccia può nascere un fiore dal colore del sole. E se lo hanno affermato personaggi illustri…perché non sperare anche noi?

Riuscirà Sonia a superare i suoi duecento giorni di tempesta fisica e psicologica? Riuscirà a salvare i suoi ragazzi dalla strada nella quale li ha trovati? Dovrà fare i conti con il passato , con il presente e con i moti del suo cuore!

“Mi domandai se quella strada che stavo percorrendo sarebbe stata sempre in salita, se si può davvero salvare qualcuno senza farsi male o farne ad altri.”

E “Duecento giorni di tempesta” è un romanzo nel quale ognuno di noi si può rispecchiare.

Buona lettura!

Antonella Giuffrida

Il Naviglio Pavese

Il Naviglio Pavese

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La storia di questa opera d’ingegneria idraulica è quasi una saga, ricca di difficoltà, personaggi illustri e qualche colpo di scena.

Quasi cinque secoli sono stati necessari per realizzare il Naviglio Pavese, il canale che dalla Darsena di Porta Ticinese avrebbe portato a Pavia e che avrebbe dovuto sostituire lo scomodo Naviglio Bereguardo.

Alla scoperta del Naviglio Pavese

Anche il Naviglio Pavese era uno dei canali facenti parte della via dell’acqua di Milano, tuttavia la sua costruzione è stata la più difficoltosa e lunga di tutti.

Una tratta fortemente voluta (tranne che da Pavia), anche se all’inizio non era stata pensata per diventare navigabile ma solamente come rete idrica per irrigare il verde rigoglioso del Castello di Pavia, amata meta di svago del suo ideatore: Galeazzo II Visconti.

Solamente a lavori inoltrati si decise di ampliare la sua portata in modo che potessero transitare le imbarcazioni e trasformarlo in un canale mercantile da sostituire al Naviglio Bereguardo che, non avendo uno sbocco utile, costringeva i mercanti a trasportare le merci a dorso di mulo fino al Ticino incidendo su costi, tempi e sforzi.

1. Descrizione generale

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Il Naviglio Pavese ha una lunghezza di 33,10 km e copre un dislivello di ben 56,60 metri. Una difficoltà che ha messo a dura prova gli ingegneri delle diverse epoche e che alla fine è stata superata grazie alla costruzione di dodici conche.

Il suo incile è proprio alla Darsena di Milano, da cui si dirama verso sud-sud ovest attraversando la periferia milanese fino ad arrivare a Pavia, dove sbocca nel Ticino.

  • Il forte dislivello e le dodici conche

Dal punto di vista idraulico realizzare il canale non è stato come bere un bicchier d’acqua, anzi.

Il forte dislivello ha costretto gli ingegneri a progettare dei sistemi di riempimento che fossero in grado di colmare il salto e permettere la navigazione in modo pratico ma anche sicuro.

Le conche erano proprio questo, un sistema a gradini che all’occorrenza veniva chiuso e riempito facendo salire il livello dell’acqua e quindi portando la barca a livello della sponda superiore. Un po’ come un montacarichi ma fatto d’acqua.

Alla fine di conche conche ne furono realizzate dodici:

  1. Conchetta (1,85 metri di dislivello)
  2. Conca Fallata (4,65 metri di dislivello)
  3. Conca di Rozzano (3,6 metri di dislivello)
  4. Conca di Moirago (1,7 metri di dislivello)
  5. Conca di Casarile (4,8 metri di dislivello)
  6. Conca di Nivolto (3,5 metri di dislivello)
  7. Conca di Certosa di Pavia (4,4 metri di dislivello)
  8. Conca del Cassinino (4,8 metri di dislivello)
  9. Conca di Porta Cairoli (4,4 metri di dislivello)
  10. Biconca della Botanica (due conche da 3,8 metri di dislivello per un totale di 7,6 metri)
  11. Biconca di Porta Garibaldi (due conche da 3,8 metri di dislivello per un totale di 7,6 metri)
  12. Conca del Confluente (3,3 metri di dislivello)

L’ultima conca era particolarmente profonda perché doveva funzionare sia quando in regime di piena che nel periodo in cui il Ticino era in magra.

Una volta superata l’ultima conca si giungeva a una lunghissima Darsena lunga 120 metri  e larga 60 che permetteva l’attracco anche alle imbarcazioni più grandi giunte dal Po e rendeva possibili le ingombranti manovre dei barconi, oltre che il carico-scarico dei grandi carichi merci.

  • Lungo la strada postale

Il canale pavese scorre lungo la strada postale per Pavia e Genova. La scelta fu presa in parte perché sul Naviglio erano presenti dei ponti con alzaie su ambo le sponde che permettevano al Naviglio di continuare a mantenere la navigabilità e che agevolavano al contempo manutenzione ed eventuali interventi di riparazione, e in parte perché era molto comodo far coincidere i numerosi corsi d’acqua trasversali con quelli già costruiti per la strada.

In questo modo fu necessario solo l’ampliamento delle opere esistenti, senza il bisogno di costruire da zero opere ad hoc, facendo risparmiare in termini di costi e tempo.

2. La storia

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  • Il Navigliaccio e il Naviglio di Bereguardo

L’idea di collegare Milano a Pavia nasce nel 1359 quando i Visconti ordinarlo lo scavo di un canale d’irrigazione per portare acqua al Parco di Verolanuova ma fu solamente a metà del XVI secolo che si diede reale avvio ai lavori per costruire un corso d’acqua navigabile da integrare nella rete dei Navigli di Milano.

La decisione fu dettata soprattutto dalla scomodità del Naviglio Bereguardo che, non avendo uno sbocco idrico, costringeva a spostare le merci via terra fino al Ticino.

Il canale di Galeazzo II Visconti (il Navigliaccio) fu scavato fra Pavia e Binasco ma non riuscì ad arrivare a Milano proprio per le difficoltà tecniche che ponevano i dislivelli.

Ma se all’epoca di Galeazzo non esistevano ancora le conche, diverso fu per Francesco Sforza che nel 1457 ordinò di costruire un canale navigabile fra Milano e Pavia (Naviglio Bereguardo).

Questa via dell’acqua fu importantissima per Milano poiché era l’unico collegamento fra la città e il mare, determinante soprattutto per il trasporto del sale.

  • Il prematuro trofeo

Nel 1579 si iniziò a cercare un’alternativa al Naviglio di Bereguardo, lavori che però iniziarono solamente vent’anni dopo grazie all’arrivo a Milano del conte di Fuentes.

I lavori procedono talmente rapidamente che il conte di Fuentes si fa erigere un monumento per celebrare il completamento dell’opera e la riuscita nel realizzare un canale di collegamento fra i Lago Maggiore e il Lago di Como via Po.

Ma il Trofeo Fuentes fu un pessimo presagio dato che l’opera non fu mai terminata sotto la sua presenza e alla sua morte, nel 1610, il governo di Milano spagnolo sospende completamente il lavori.

Nonostante altri due tentativi da parte degli spagnoli di portare a termine i lavori, il canale restò ancora incompiuto.

  • Da Maria Teresa a Napoleone

Nel 1706 a Milano subentrano gli austriaci e nel 1773 l’imperatrice Maria Teresa ordina la ripresa dei lavori sui Navigli di Milano, in particolare:

“formare il canale navigabile da Milano a Pavia e intraprendere quanto sarà necessario per rendere navigabile l’Adda da Lecco al Naviglio della Martesana

Così scrisse proprio Maria Teresa al viceré arciduca Ferdinando.

Impossibilitato ad affrontare entrambi gli oneri, il governo austriaco scelse la seconda poiché più conveniente dal punto di vista strategico.

Nel 1797 Napoleone conquista Milano e, con la costruzione della strada del Sempione, inizia a valutare la convenienza di un collegamento fra il Po e il mare attraverso il Naviglio Pavese, e ne ordina la costruzione.

I lavori partirono nel 1807, si interruppero fra il 1813 e il 1817 a causa della caduta di Napoleone, e vennero conclusi a metà del 1819.

  • I conti a lavori conclusi

A opera ultimata i milanesi iniziano a fare i conti con il bilancio.

I costi previsti per la realizzazione del Naviglio da Maria Teresa erano di 2.646.000 lire milanesi ma una volta terminati i lavori i costi totali ammontavano a 9.500.000 di lire milanesi, a cui si andavano a sommare 33.000 lire italiane per la manutenzione ordinaria durante le due asciutte annuali, in primavera e in autunno.

A questi costi si sommano i custodi che erano responsabili della navigazione del tratto di naviglio attiguo, ognuno dei quali era alloggiato in un’apposita casa. Quattordici persone stipendiate che gravavano sullo stato per 10.000 lire all’anno.

3. La navigazione

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Le merci che transitavano sul Naviglio Pavese erano soprattutto:

(verso Pavia)

  • carbone
  • calce
  • beole
  • granito
  • concime

(da Pavia)

  • legname
  • sale
  • laterizi
  • granaglie

Sul Naviglio Pavese si effettuava anche il trasporto dei passeggeri che avveniva in ambo i sensi di navigazione e che avveniva solamente nei giorni feriali della settimana, 5 ore e mezza per scendere verso Pavia e 6 ore per risalire.

  • Barche più grandi

La realizzazione del Naviglio Pavese permise il transito di imbarcazioni notevolmente più grandi rispetto al Bereguardo, navi che prima potevano transitare solamente nel basso Ticino.

Il magano (o barca pavese) aveva uno scafo lungo 26 metri e largo 5,6, con una portata fino a 100 tonnellate.

Il burchiello (o saranno) poteva portare fino a 55 tonnellate, stessa cosa per la corriera pavese, derivata dalle barche della laguna veneta e caratterizzata da una parte superiore che fungeva da copertura per le merci e i passeggeri (la cosiddetta tuga).

  • I piroscafi sul Naviglio

Anche se le informazioni che abbiamo sono incerte e talvolta contraddittorie, è certo che nel 1820 fu fondata una società per la navigazione a vapore fra Venezia e Milano che avveniva tramite il piroscafo Eridano e che, secondo alcune note scritte, la rotta incluse anche il tratto dei Navigli.

Altre testimonianze scritte parlano di un secondo piroscafo, l’Arciduchessa, presente nella Darsena e di un battello a vapore chiamato Elisabetta che portava da Milano ad Abbiategrasso.

Inoltre alcune fotografie della Darsena di Pavia mostrano il piroscafo Contessa Clementina che trasportava merci tra Milano, Pavia, Mantova e Venezia.

Tuttavia il governo austriaco decide di riportare nelle sue mani l’iniziativa e in seguito crea una linea regolare che collega Trieste a Locarno che – fra gli altri – passerà anche dal Naviglio Pavese.

4. Un territorio un tempo considerato insalubre

A differenza degli altri Navigli di Milano che attraversavano centri urbani fiorenti o costeggiavano ricche ville nobiliari, lungo il Naviglio Pavese non scorre altro che campagna(ad eccezione del polo di Rozzano).

Queste zone sono sempre state considerate aree malsane dove il clima umido della pianura e l’aria appesantita dall’odore del concime per fertilizzare i terreni coltivabili rendevano difficile lo sviluppo.

Ancor oggi questa zona è caratterizzata da agricoltura e piccoli centri abitati, frazioni, con poco fermento edilizio e poca attitudine al progresso.

5. La Conca Fallata e la sua centrale idroelettrica

Arrivando al bacino della Conca Fallata è impossibile non notare la complessa costruzione metallica che la sovrasta.

Si tratta della centrale idroelettrica che è stata costruita per sfruttare il salto dell’acqua, progetto rimasto a lungo nel cassetto fino a che l’allora Azienda Energetica Municipale (oggi a2a) non si fece avanti per realizzarlo.

6. Pavia e l’avversione al Naviglio

Pavia non è mai stata d’accordo alla costruzione del canale, già felice e soddisfatta della presenza del Bereguardo. Il suo disappunto era tale da spingere i cittadini della città a protestare contro la decisione di Maria Teresa di realizzare la tratta, anche se niente poterono fare contro la risolutezza di Napoleone.

In realtà la costruzione del Naviglio fu proficua per la città che vide uno sviluppo industriale portato dai progressi dell’idraulica che permettevano di usare l’energia prodotta dall’acqua per alimentare mulini, tessiture e portare canali laterali ad alimentare campi.

CURIOSITÀ

Nel 1894 il padre di Albert Einstein fondò a Pavia le officine elettrotecniche nazionali Einstein-Garrone.

Neppure l’arrivo della ferrovia a Pavia nel 1862 portò la fine della navigazione sul Naviglio, anche se ridotta. Pavia si era rivelata un nodo strategico importantissimo per i trasporti, anche se per alcuni la navigazione del Naviglio Pavese era ancora un ostacolo, in particolare per lo sviluppo abitativo.

Ma nonostante tutto a mettere fine all’epoca d’oro di Pavia e del suo Naviglio fu proprio la stessa Pavia, forse a causa di quell’avversione che ha sempre provato verso di lui sin dai tempi della sua progettazione.

Infatti nel 1964 fu la città a chiedere il declassamento a sole funzioni irrigue.

L’odio verso il canale si percepisce anche dallo stato di degrado in cui versano le conche, che al tempo della loro costruzione furono concepite come veri gioielli estetici e che ancor oggi sarebbero di pregio storico-culturale. Invece la città le ha lasciate all’incuria, con interventi di recupero solo vagheggiati ma mai portati a compimento.

Tuttavia, lungo le sponde del Naviglio Pavese si estende una rete di piste ciclabili particolarmente belle da percorrere nella bella stagione e che ogni anno attirano non solo milanesi alla ricerca di un po’ di campagna ma anche ciclisti di tutta Europa.

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“DESTINO”, il romanzo di Raffaella Romagnolo, di Lia Tommi

“Destino” (Rizzoli) è il romanzo della scrittrice Raffaella Romagnolo, che con la sua nuova pubblicazione conferma le attese di chi ha letto e apprezzato i suoi romanzi, fra i quali “La figlia sbagliata” che è stato, due anni fa, candidato al Premio Strega.
L’autrice, come già in altri suoi libri, pone particolare attenzione alle figure femminili: personaggi principali di “Destino” sono infatti, Anita e Giulia, amiche, quasi sorelle gemelle poiché Anita è nata lo stesso giorno di Giulia, a meno di un’ora di distanza.

Le protagoniste condividono molta della loro infanzia e gioventù in una cittadina del Basso Piemonte: la loro storia abbraccia ben più di mezzo secolo e gli eventi narrati sono quelli delle due giovani, ma anche di più famiglie: le vicende s’intrecciano, s’intersecano e seppur, a primo avviso, poco significative perché narrano di gente comune, povera, senza grande rilievo sociale, stanno proprio a dimostrare che la storia non è soltanto quella che si legge nei libri, bensì è fatta di tante piccole pietre o mattoni che creano quell’edificio imponente che è il corso degli eventi umani.
Tra Cascina Leone e il quartiere Borgo di Dentro crescono le due amiche, unite eppur così differenti una dall’altra: Anita è assai riflessiva, Giulia, invece, più pratica così da destreggiarsi fra i conti di poche lire e centesimi. Lei era stata sempre così brava in matematica tanto da meritare dieci in pagella. Certo la vita a Borgo di Dentro non è così piacevole; meglio l’infanzia di Anita, a Cascina Leone con il pollaio, la conigliera, la cantina, la stalla, il portico, l’altalena, i sacchi di juta, le bigonce per l’uva, il torchio, le zappe…l’odore di stalla e persino del letamaio è diverso dal puzzo di fogna di Borgo di Dentro.

Eppure, nonostante provenienze diverse, le protagoniste, all’inizio del Novecento giovani donne, sono impegnate nello stesso lavoro con identica paga: trascorrono le giornate alla filanda Salvi dove, però, tante sono le difficoltà. Ecco, proprio nella cittadina che fa da sfondo a molte delle vicende, il primo impeto femminile, ben precedente le reazioni femministe più conosciute: si tratta dello sciopero di tante donne della filanda perché il lavoro scarseggia e loro accampano diritti. Quanta modernità anche se si va a ritroso di oltre cent’anni! Ma, in mezzo a tanti conti, a tante difficoltà, c’è posto anche per i sogni e per l’amore : non tutto va come previsto, anzi la sorte si ci mette davvero di mezzo quasi a dividere le due amiche e ad imporre per una di loro una scelta dolorosa. Sarà Giulia, la più impavida ma anche la più in difficoltà fra le due a prendere una decisione drastica, dando così un taglio netto al passato.

Con quel biglietto, su quel piroscafo dal nome casualmente così significativo : ” Destino”, s’imbarca Giulia verso una terra lontana di cui non conosce nulla ma in cui cerca riparo perché ora, più che mai, ha bisogno di una protezione per sé insieme a una nuova vita.

La narrazione procede pari pari nel tempo ma l’autrice la vede attraverso gli occhi ancor vivi ma un po’ segnati di Mrs Giulia Masca che, dopo la Seconda Guerra Mondiale fa un fugace ritorno a Borgo di Dentro. Perché? È quasi il nome del luogo a dirlo: per addentrarsi nella storia di tanti di cui nulla lei sa più. Che fine hanno fatto i componenti della famiglia Ferro, da Pietro ai suoi figli, che ne è di coloro che avevano preso nome da personaggi illustri quali Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio? Cosa è successo a sua madre, Assunta Masca, che non ha mai risposto alle sue missive? E Anita?

A queste domande dà risposta l’intero romanzo in cui l’autrice regala ai lettori pagine di vera Storia miste a vicende affettive inventate ma appropriate, efficaci e assai ben congegnate. In esse non manca nulla: dalla sofferenze della povertà a quelle della Guerra, dai palpiti della passione all’amore e al sacrificio per i figli e per i propri ideali.
Mrs Giulia torna a Borgo di Dentro nel 1946, poco dopo il termine del secondo dissidio mondiale che ha seminato tanto dolore ma non ha comunque piegato chi è ancora vivo e in ogni modo cerca di ricominciare e ricostruire.
Quel ritorno in tempo di pace sarà l’occasione per ricucire ferite dell’anima, sopite dal tempo ma non rimarginate del tutto. Quanto tempo, quanti trascorsi, quanta vita…

La vita non è andare. La vita è resistere

La vita è di certo tutto questo ma, per ognuno di noi, la vita è anche Destino così come per Giulia che in America trova la sua strada e la sua fortuna, ma dove…? In Mulberry Street , Via del Gelso: nessun nome sarebbe stato più adatto per indicare la dimora di colei che anni prima, in una terra così lontana, aveva lavorato con i bachi da seta. Questo non è che l’ultimo tassello che va render perfetto un romanzo in cui il Destino è fatto di piccole e grandi cose che ci riconducono sempre e comunque alle nostre radici.

Raffaella Romagnolo, con il suo nuovo libro, pienamente conferma le sue capacità e la sua sensibilità di scrittrice, unendo ad esse l’approfondita conoscenza di alcune vicende drammatiche, pietre miliari nella Storia del Basso Piemonte.
“Destino” si rivela un’appassionante narrazione, un gran bel romanzo.

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Dieci poesie di Giannina Milli, di Donatella Pezzino

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

*

A Milano
Nel giugno 1859

E fia pur ver che l’aborrito estrano,
Percosso il sen da subita paura,
Volse le spalle alle tue sacre mura
Novellamente, o mia gentil Milano?

E fia pur vero che al leal Sovrano
Che il gran riscatto in suo valor matura,
Spoglia d’ogni rival discorde cura,
Recasti il fren delle tue sorti in mano?

Benedetta sii tu, che generosa
Prima ripudii le gare meschine
Che diviser la patria dolorosa!

Benedetta sii tu, che dài primiera
Il grande esempio alle Città latine
Di quel che Italia, in lor mirando, spera!

*

Da “Ciò che amo”

Amo l’albe serene e i tramonti,
E le notti dall’umido velo,
Amo i monti coperti di gelo,
E le valli olezzanti di fior.

Amo i boschi dall’ombra conserta,
Caro asil di quiete profonda;
Amo il mare, o flagelli la sponda,
O sia specchio all’azzurro del ciel.

Amo il rio, che qual striscia d’argento
Lambe, appena scorrendo, la ripa;
Amo il fiume, che gonfio traripa,
Come popol che il freno spezzò.

Amo i fiori, gli augelli, le stelle,
E gli amici, e i parenti, e un cortese
Angiol mesto, che forma sol prese
dai fantasmi dell’ansio pensier.

*

Da “L’iride”

Per ogni cosa vaga e gentile
Ha un suono il verso che diemmi il Ciel:
Io canto l’aura del nuovo aprile,
E i fior’ dischiusi in su lo stel.

Canto del mare l’onda tranquilla,
Ed il sospiro d’un vergin cor;
Canto la sacra devota squilla,
E la preghiera del viator.

E fino allora che più su l’alma
Del duolo il pondo sento aggravar,
Canto: succedere dovrà la calma
De la tempesta al furiar.

E a te, leggiadro arco celeste,
che l’etra abbelli co’ tuoi color’,
ora a te volgo le rime meste
Ne l’improviso de l’estro ardor:

A te, che simile a un invocato
Riso, che al pianto succeder suol,
Fra rotte nubi nel ciel turbato
Nunzio apparisci che torna il sol.

Di spirti eterei stuolo infinito
Lungo la tua curva talor
Mostrasi al mio sguardo, rapito
Ne’ la vaghezza de’ tuoi color’.

*

Da “Raffaello e Bellini”

A te men fausto, Cigno Sicano,
Ne l’ore estreme parve il destin;
Fra stranie genti, in suolo estrano
fornisti il breve mortal cammin.

Plaudiva il mondo del Pesarese
Al novatore vasto pensier,
Ed ei, co’ suoni, de l’alte imprese
Rendea lo strepito, l’urlo guerrier.

Ma, tu, trascorsi quei splendidi anni,
Spento de i Marzii ludi il fragor,
Sorgesti interpetre di dolci affanni,
De le nascose pene del cor.

E Amina, e Norma, e la Straniera
Per te sì care note snodar,
Che la più bella e splendid’Era
De la melodica arte segnar.

Oh! catanese cigno divino,
Certo ne l’ora del tuo morir,
Presso il tuo letto l’Angel d’Urbino
Vedesti in rosea nube venir;

Aperti i labbri a un riso pio,
Vieni, ti disse, vieni o fratel;
Vieni e armonizza l’Osanna a Dio,
Le tue melodi insegna al Ciel.

*

Romanza

Quando i silenzii e l’ombra
De l’alta notte bruna
Sorge la bianca luna
Pietosa ad allegrar,
D’ogni creata cosa
Ne la solenne calma
Mesto conforto l’alma
Ritrova al suo penar.

Una gentil la stringe
Necessità di pianto
Rapita ne l’incanto
D’indefinito amor.
E, il ciel mirando, parle
Che da ogni vaga stella
Un’anima sorella
Risponda al suo dolor.

*

Ad una giovinetta – sonetto

Quando sul dolce tuo pensoso aspetto
talor s’affisa la pupilla mia,
Un senso arcano di fraterno affetto
M’infonde al cor la tua melanconia.

Degli anni in sul mattin limpido e schietto,
Quando tutto il creato è un’armonia,
E in fantastiche forme l’intelletto
Un incognito ben sogna e desia;

Tu amor sol chiedi, ed ogni tua parola
Svela qual s’ha necessità di amore
L’alma tua pellegrina al mondo e sola.

O giovinetta. Bada!… A te che tanto
Pensi altamente ed hai sì ingenuo il core,
Forse l’amor non frutterà che pianto!

*

Giovanna Milli, detta Giannina, nacque a Teramo il 24 maggio 1825.

Dopo una primissima educazione ricevuta in famiglia, approfondì i suoi studi con maestri eminenti, fra cui il letterato Stefano de Martinis e il musicista Camillo Bruschelli. La sua vena poetica emerse in giovane età e con la rara abilità dell’improvvisazione: molto apprezzate e richieste furono le sue famose “serate”, che si svolsero in teatri e salotti di diverse città d’Italia e nelle quali ella declamava versi estemporanei animati da un acceso afflato patriottico.

Fu in rapporti di stima e di amicizia con diversi grandi del tempo, fra cui Manzoni, Aleardi, Settembrini e De Sanctis; una delle sue amiche più care fu la contessa Clara Maffei, che la accolse sovente nel suo rinomato salotto. Visse per molto tempo a Roma, dove ricoprì importanti incarichi ministeriali inerenti la pubblica istruzione; sposata con un provveditore agli studi, si spostò successivamente in varie città italiane per seguire il marito. Morì a Firenze l’ 8 ottobre del 1888.

La Milli ci ha lasciato una mole poderosa di componimenti poetici, pubblicati in varie raccolte e antologie. Poche le poesie di argomento intimo, tutte soffuse da un senso di rimpianto vago e indefinito che ben poco ci svela del suo vissuto interiore e della sua personale sensibilità.

Però, come fanciul che piange i fiori
Che il verno inaridì, piango ancor io
Le gioie dei vissuti anni migliori.

La maggior parte della produzione di questa autrice è composta da versi patriottici, poesie dedicate a personaggi illustri della storia, dell’arte e della cultura italiana – volte soprattutto a dimostrare la grandezza dell’ingegno italico e quindi da includere nel novero della scrittura patriottica – e da testi encomiastici scritti per ringraziare, celebrare, esternare stima o affetto verso una città o una persona in particolare.

Probabilmente, proprio questo carattere d’occasione, con poche concessioni allo sfogo intimistico, ha contribuito a svalutare l’importanza della sua poesia, relegandola fra le opere che non valga la pena ricordare in quanto troppo “di maniera” e quindi prive di valore intrinseco. A ciò si è aggiunta la dipendenza spesso pedissequa dai termini, dai temi e dai moduli tipici della poesia romantico-risorgimentale, cosa che non le ha permesso di brillare di luce propria, né di elaborare un tratto fortemente distintivo in grado di fare la differenza e di resistere al mutare dei tempi.

Ma se si va oltre questa visione di superficie, ci si accorge che Giannina non solo possedeva una cultura vasta e raffinata, ma che il suo universo emotivo era quanto mai ricco e pregnante. In tutti i suoi versi, da quelli patriottici a quelli più “colti” e impersonali, i sentimenti si avvertono vivi e vibranti: restano, però, volutamente in sordina, nascondendosi dietro a più elevati intenti espressivi, nella convinzione che il poeta abbia prima di tutto una missione da compiere verso il Cielo, la patria e l’umanità intera.

Non dimentichiamo che Giannina era una poetessa estemporanea, dote, questa, nella quale non si eccelle veramente quando la tecnica non è supportata da un sentire delicato e profondo. Vista in questa ottica, la poesia di Giannina Milli riacquista la sua giusta dimensione, restituendoci una delle più talentuose esponenti della poesia femminile italiana del periodo  romantico.

*

Donatella Pezzino

Immagine da: http://www.abruzzoinmostra.it

Fonti:

– Wikipedia
– Poesie di Giannina Milli Volume Primo, Firenze, Le Monnier, 1862.
– Poesie di Giannina Milli Volume Secondo, Firenze, Le Monnier, 1863.
– Nuovi Canti di Giannina Milli, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1855.

Il morso, di Simona Lo Iacono

Anita Bianchi

PROSSIMAMENTE 2017

Palermo, 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione difficile da ignorare: nella sua città, Siracusa, viene considerata una «babba», ossia una pazza. La nomea le è stata attribuita a causa del «fatto», ovvero il ricorrere di improvvise e violente crisi convulsive, con conseguente perdita della coscienza. 

Il «fatto» aleggia sulla vita di Lucia come un’imminenza sempre prossima a manifestarsi, un’ombra che la precede e di cui nessun medico ha saputo formulare una diagnosi, a parte un tale John Hughlings Jackson che al «fatto» ha dato un nome balordo: epilessia. Un nome che le illustri eminenze mediche siciliane hanno liquidato con una mezza alzata di spalle.

Per volontà della madre, speranzosa di risanare le sorti della famiglia, Lucia viene mandata a Palermo a servizio presso la casa dei conti Ramacca. Un compito che la «babba» accetta a malincuore, sapendo che il Conte figlio si è fatto esigente in tema di servitù femminile. Da quando, infatti, in lui prorompe la vita di un uomo, l’intera famiglia si è dovuta scomodare a trovargli serve adatte alla fatica, ma anche, e soprattutto, agli esercizi d’amore. Stufo delle arrendevoli ragazze che si avvicendano nel suo letto, il Conte figlio è alla ricerca di una donna che per una volta gli sfugga, dandogli l’impressione che la caccia sia vera e che il trofeo abbia capitolato solo per desiderio. O, meglio, per amore.

Quando il nano Minnalò, suo fedele consigliere, gli conduce Lucia, il Conte figlio le si accosta perciò con consumata e indifferente esperienza, certo che la bella siracusana non gli opporrà alcuna resistenza. La ragazza, però, gli sferra un morso da furetto. Un morso veloce, stizzito, che lo fa sanguinare e ridere stupefatto. Un gesto di inaspettata ribellione che segnerà per sempre la vita di Lucia, rendendola, suo malgrado, un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’ondata di insurrezioni popolari che sconvolse l’Europa in quel fatidico anno.

Con un linguaggio incisivo ed efficace e una prosa impeccabile, Simona Lo Iacono tratteggia una storia di struggente bellezza su un personaggio storico realmente esistito: Lucia Salvo, detta «la babba». Un personaggio femminile unico, fragile e determinato, animato da una vibrante e tesa vitalità.

Donne medievali di Chiara Frugoni. Editore il Mulino

A cura di Manuela Moschin https://www.librarte.eu/

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Recensione 

La storica e accademica Chiara Frugoni, che è stata insegnante di Storia medievale nelle Università di Pisa, Roma e Parigi, con il saggio uscito il 23 settembre 2021 intitolato “Donne medievali. Sole, indomite, avventurose” il Mulino Editore, consegna ai lettori un’analisi approfondita inerente alla condizione della donna nel periodo medievale. Dotato di una ricchezza lessicale straordinaria, uno stile narrativo gradevole e una quantità notevole di illustrazioni documentarie, come miniature, mosaici, tavole, affreschi, disegni, che testimoniano la situazione della donna del tempo, risulta essere un sorprendente compendio di qualità rilevante. Nella società medievale, in cui predominava il valore della forza fisica, le donne erano messe da parte, soprattutto se la classe sociale risultava alta. Le alleanze matrimoniali contribuivano a rendere le donne meri strumenti di procreazione, alle quali era proibito insegnare. Dovevano vivere in condizioni di assoluto analfabetismo, a meno che non intraprendessero la vita monastica, allora, in quel caso, potevano imparare a leggere per recitare le preghiere. Come afferma la scrittrice “Solo le monache e le vedove che rinunciavano ad avere un uomo accanto a sé avevano la possibilità di esprimere la loro personalità”. Ma all’interno di questo ignobile scenario, l’autrice Frugoni ha scelto di parlare di alcune figure femminili eccezionali, che hanno saputo fuggire da quel terribile destino, contrassegnato da sottomissioni e abusi. Sono dunque donne speciali quelle trattate nel saggio, monache e regine di grande talento. Seguendo le fonti derivanti dai racconti del poeta Venanzio Fortunato e della monaca Baudonivia, Chiara Frugoni inizia narrando la vita di Radegonda di Poitiers, la regina moglie di Clotario I, che divenne poi monaca. 

Un’altra protagonista del libro è Matilde di Canossa, una donna coraggiosa e devota alla chiesa. La papessa Giovanna, invece, è una donna che in realtà non è mai vissuta, ma che per secoli si credette alla sua esistenza. Tra il 1250 al 1550 rappresentò uno scandalo, in quanto gli uomini di Chiesa erano terrorizzati dal fatto che Giovanna, travestendosi da uomo assunse il ruolo di papa. Christine de Pizan è il personaggio che ho preferito perché rimasta vedova e povera, riuscì attraverso la scrittura a produrre libri di successo, salvandosi così dalla miseria, difendendo finanche le donne umiliate “Continua a leggere e a istruirsi accanitamente, lavora senza tregua, scopre quanto autentica e profonda sia la sua passione di studiosa. Ma è anche estremamente abile nel farsi conoscere e nel conquistare uno spazio proprio, in quello affollato di soli autori maschi” (Donne Medievali, Chiara Frugoni). 

È la storia di Margherita Datini a concludere questa encomiabile descrizione, che affronta le vicissitudini di cinque donne singolari. Margherita, che un tempo fu analfabeta, imparò a leggere e a scrivere per poter comunicare con il marito Prato Francesco Datini, un ricco mercante, al quale inviò centocinquanta lettere. 

Christine de Pizan illustra i suoi “Proverbes moraulx”, London, British Library
Per pregare Radegonda interrompe il pranzo e poi abbandona il letto coniugale, ms 250, f. 24r.
Enrico IV chiede aiuto a Ugo di Cluny e a Matilde di Canossa, Città del Vaticano, 1111-15.
La papessa Giovanna convoca il futuro amante.

ANTONIO TABUCCHI – IL PICCOLO NAVIGLIO

Si sente spesso parlare di poesia, di fantasia, di leggero esprimere e gioviale incantare con le parole, ma spesso e difficilmente si raggiungono queste mete, o se non altro difficilmente le si ha tutte insieme, ma poche volte, anzi pochissime, si verificano e soltanto in pochi possono permetterselo di raggiungere tale capacità. Uno di questi è Antonio Tabucchi, che in questo libro che oggi voglio nominare, ha raggiunto a parer mio tutto ciò che possibile tramutare in scritto, dal reale alla fantasia pura, dalla semplicità alla cruda realtà, dai desideri umani ai sogni irraggiungibili, “Il Piccolo Naviglio” è tutto questo, e viene spontaneo da sentire l’influenza dei grandi e illustri autori suoi discepoli come Pessoa o Garcia Marquez.
Il racconto si svolge in una toscana del XIX secolo, ancora granducato, nelle vicinanze di Carrara ai margini di una cava di marmo, quel marmo che è costato e costa fatica, sudore e sangue a una famiglia, Sesto, ed è proprio Capitano Sesto, l’ultimo della generazione che con un interiore ricerca di se stesso, in un ipotetico e fantastico naviglio, navigherà nel passato ripartendo dalla sua infanzia e ripercorrerà momenti felici e meno in un groviglio di fantastici personaggi e situazioni che irroreranno la voglia di leggere e andare avanti. Si incontrerà il cane giallo a guardia di quella casa fatta di sassi a ridosso della montagna marmorea, una vecchia tromba per auto, un temperino con sopra scritto il nome di un Hotel, dove due identiche gemelle diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, un viaggio che Sesto fa alla ricerca di se stesso e in questo collettivo rigenerare dei tempi e dei personaggi la realtà che lo circonda e che ha sempre circondato le generazioni si evolve e Tabucchi sa essere fantastico ma anche terreno e reale facendoci “navigare” in questo viaggio, attraverso l’unità nazionale, il socialismo, l’avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale, le elezioni del 1948, fino alle lotte comuniste dei primi anni settanta, il tutto solo come contesto storico da menzionare per capire le vicissitudini di questa povera famiglia Sesto, vicissitudini chiaramente legata proprio all’evoluzione dei fatti storici. Ma i Sesto vanno oltre, superano anche questi fatti reali storici e sociali, loro, come Capitano Sesto, hanno per natura il dono del sogno, un sogno che li ha tenuti sempre al di fuori di una realtà così come la intendiamo noi.
Navigate con questo libro, e lasciatevi cullare dalle onde che non saranno mai tempesta, ma talvolta leggermente mosse.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Copertina del libro

IL BORGHESE PELLEGRINO, di MALVALDI MARCO

IL BORGHESE PELLEGRINO, di MALVALDI MARCO

DETTAGLI

Genere:Libro

Lingua: Italiano

Editore: Sellerio

Pubblicazione: 06/2020

https://www.hoepli.it

TRAMA

A cinque anni di distanza dal suo primo, fortuito, caso criminale, Pellegrino Artusi è ospite di un antico castello che un agrario capitalista ha acquisito con tutta la servitù, trasformando il podere in una azienda agricola d’avanguardia. È stato invitato perché è un florido mercante, nonché famoso autore della Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. 

Oltre al proprietario, Secondo Gazzolo, con la moglie, completano il gruppo altri illustri signori. Il professor Mantegazza, amico di Artusi, fisiologo di fama internazionale; il banchiere Viterbo, tanto ricco quanto ingenuo divoratore di vivande; il dottor D’Ancona, delegato del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia; Reza Kemal Aliyan, giovane turco, funzionario dello stesso consiglio; il ragionier Bonci, assicuratore con le mani in pasta; sua figlia Delia che cerca marito ma ancor più avventure. 

Riunisce tutti non solo il fine conviviale, ma anche un affare in fieri. Sono infatti gli anni d’inizio secolo in cui la finanza europea si andava impadronendo del commercio internazionale del decadente Impero Ottomano. 

Accade che, tra un pranzo, un felpato attrito di opinioni e interessi, un colloquio discreto, viene trovato morto un ospite; è chiuso a chiave in camera da letto ma il professor Mantegazza è sicuro: è stato soffocato da mani umane. 

Circostanze che non collimano, passaggi segreti, colombi viaggiatori, tresche clandestine, fanno entrare ed uscire dalla scena, o agire coralmente, i personaggi, con la vivacità di un teatro brillante. 

E si adatta al luogo una sfumatura di gotico, in ironico contrasto con l’atteggiamento scientista all’epoca di gran voga. Marco Malvaldi, l’autore, si sente a proprio agio nell’ambiente fiduciosamente positivistico dell’epoca, rappresentato con allusiva esattezza (nell’epilogo del romanzo si spiega come tutto il contorno è storicamente vero). 

D’accordo con il suo eroe Pellegrino Artusi considera la buona cucina una branca della chimica, una scienza complessa, rigorosa e stuzzicante quanto la sublime arte dell’investigazione.

IL BORGHESE PELLEGRINO

Arezzo: c’era una volta…, di Gabriella Paci

Arezzo: c’era una volta…,di Gabriella Paci

Photo by Rakicevic Nenad on Pexels.com

C’erano  e ci sono nella zona vecchia della città di Arezzo,chiamata più elegantemente “Centro storico “un intersecarsi di vie dal selciato consunto e dalle facciate stinte delle case,alcune delle quali ostentano un aspetto signorile,fregiandosi di decori di pietra o di portoni di foggia elegante,con battenti in ferro battuto che rappresentano fiori ,zampe ungulate o teste  di leoni e di sfingi.

Ma forse quello che più caratterizzava il centro storico,almeno dal punto di vista della vita cittadina , era la presenza negli anni 60/70 di due personaggi ,chiamati, rispettivamente “Sputaci” e “Uomo d’oro “.

Il primo o meglio, la prima era una povera donna ormai molto anziana che viveva ai margini della società, derisa e sbeffeggiata da tutti,o quasi ,i ragazzacci della città.La incontravi in piazza San Michele o sotto i portici dove sostava in cerca di riparo.

Il suo nome ? Credo che nessuno o quasi sapesse ormai più quale fosse,ma credo dovesse essere: Angiolina. Tale Angiolina,piccola minuta, infagottata in stracci sovrapposti sempre sudici e strappati portava gonne lunghissime che coprivano gambe malferme sulle quali si dondolava come  una matrioska che non avesse una base stabile. E questo nonostante si appoggiasse ad un vecchio bastone. I capelli ,palesemente tinti in mal modo di un colore  scuro con la vernice da scarpe ,rivelavano vistose ricrescite bianche,o meglio,giallo sporco,che visto la trascuratezza del personaggio non erano meno sporchi di tutto il resto.

Le dita,scheletrite e con unghie listate di nero,erano gialle di nicotina .Già,perché Angiolina fumava molto ,praticamente quasi sempre. Raccoglieva infatti cicche e mozziconi di sigarette da terra che  poi,con cura meticolosa, cercava di ricomporre in qualcosa che assomigliasse ad una sigaretta, adoperando anche carta raccolta da terra che potesse servire all’uso. Talvolta arrivava perfino a cercare di vendere quelle sue sigarette “artigianali “

Ma perché veniva chiamata “Sputaci “,con questo nome così infamante ? Sempre i giovinastri o comunque quei ragazzi la cui cattiveria era forse pari alla loro pocaggine, si incitavano a vicenda a…sputare sulla povera donna, da cui tale soprannome con cui tutti o quasi,l’appellavano.

Le gettavano a terra,dopo averla beffeggiata ed offesa 5 o 10 lire,moneta equivalenti ai 5 o 10 centesimi attuali. Perchè tanto disprezzo  e derisione? Perché si diceva che Angiolina fosse stata,a dispetto del nome,una prostituta di grande disponibilità anche con chi aveva davvero poco da offrire ed  era magari un barbone o poco più. Oramai fatta anziana e malferma,sola e senza dimora,La “sputaci” dormiva talora in un ospizio per poveri o talora all’aperto,dove capitava che potesse rintanarsi ,come fanno le bestie braccate .

Di tanto in tanto andava a trovare le “amiche” che esercitavano ancora la professione ma nessuno seppe mai dire perché fosse stata sfrattata dal Bordello,anch’esso situato nel centro antico.

Angiolina si difendeva dagli assalti dei ragazzi con parolacce che suscitavano gli sghignazzi e gesti offensivi dei ragazzi stessi che fingevano di avere timore del bastone che lei faceva roteare per allontanarli ed intimorirli.

Negli anni 70 la Sputaci morì e c’era chi le attribuiva un’età e chi un’altra: fatto è che la città perse per sempre un personaggio la cui fama è tuttora ricordata,tanto che una coppia di imprenditori ha voluto farle fare un piccolo monumento in resina e coccio ,posto in una zona limitrofa di Arezzo e si vocifera che ne sarà realizzata un’altra addirittura ricoperta di lamina d’oro in un posto più centrale,uno di quelli insomma,che lei frequentava abitualmente.

Tutto d’oro era invece “l’uomo d’oro” che arrivava in città con la sua bicicletta tinta di porpora dorata come pure gli abiti ,il cappello e le scarpe.Anche il volto e le mani erano tinte d’oro. Non parlava con nessuno e non chiedeva la carità ma si fermava di tanto in tanto nelle piazze e osservava i passanti.

Si diceva che il dolore per la perdita in guerra del figlio tanto amato gli avesse fatto perdere il senno e che lui si vestisse  così proprio per aspettare ed essere dunque riconosciuto dal figlio. Infatti qualche volta si colorava tutto di verde intenso e si metteva sotto i semafori.

Tuttavia il suo posto privilegiato era la stazione o gli incroci delle strade.

Si diceva che era un calzolaio ,prima di essere” l’omino d’oro”

Ricordo che avevo (ero davvero molto piccola) timore che quel personaggio fuori di testa finisse poi per commettere qualche azione riprovevole o che cominciasse a urlare…

Invece era un uomo disperato e solo:nessuno mai lo aveva visto in compagnia di qualcuno e nessuno ,credo, sapesse di preciso da dove veniva e dove andava quando si faceva sera.

Anche a lui Arezzo ha dedicato una statua,più o meno nella zona di quella della Sputaci perché se è vero che ogni città ricorda i suoi uomini illustri,deve serbare la memoria anche degli umili,di coloro che si sono comunque distinti e che hanno fatto il folclore della città.

L’ultimo personaggio che voglio ricordare è la “Maria “: una donnina di mezza età piccola e svelta come una faina.

Arrivava nella Piazza Guido Monaco,o al “Prato”due parchi pubblici frequentati da ragazzi di varia età ,con un carrettino artigianale che ,forse era stato una volta una credenza,poi rimaneggiata, verniciata e fornita di ruote per il suo spostamento.

Il carrettino era per i ragazzi, una meta ambita poiché conteneva “chicchi “ che solleticavano gli occhi e il palato come “Boni-duri “; orribile caramelle bicolori tipo gesso infilate su uno stecco per essere leccate a poco a poco; le “mele di Pippo”; mele di seconda scelta ma rivestite di uno spesso strato di zucchero color rosso intenso e infilzate su un lungo stecco; rotelle di liquerizia; animaletti di pasta gommosa o di liquerizia posti in un barattolo da scegliere a soggetto; e poi: bustine di semi salati,noccioline, ceci  arrostiti e….magnesia.

Acquistare 10 lire di magnesia significava avere il bicchierino di plastica con un cucchiaino di riccioli di magnesia da far sciogliere in acqua per gustare poi una bevanda effervescente e biancastra.

E che dire delle Pèsche ? Bustine bianche chiuse con la spillatrice che contenevano una sorpresa che poteva variare dall’automobilina al tegamino in plastica. Una specie di sorpresa dell’ovino Kinder ma… la consolazione del cioccolato che ,invece,semi-sfatto nella sua carta metallizzata, acquistavi a parte, sempre con 10 o 20 lire al pezzo a seconda della dimensione.

La “Maria “era inflessibile con tutti : niente sconti nè merce data a credito.

Eppure,quelle “leccornie” da pochi spiccioli aprivano ai ragazzi le porte del gusto e nulla ha più avuto il gusto dell’acqua con la magnesia e delle rotelle di liquerizia,che si snodavano piano piano,lasciando bocca e lingua nere di colorante e avvolte da una parziale anestesia….

Un tempo magico,che ha fatto di Arezzo un piccolo teatro dove certi personaggi potrebbero essere anche oggi i protagonisti di una commedia….                          Gabriella Paci