Il fidanzamento di Guillaume Apollinaire

Non ho più nemmeno compassione di me

E non so come esprimere il tormento del mio silenzio

Tutte le parole che avevo da dire si sono mutate in stelle

Un Icaro tenta di alzarsi fino ai miei occhi

E portatore di soli ardo al centro di due nebulose

Che cosa ho fatto alle bestie teologali dell’intelligenza

In passato i morti riapparvero per adorarmi

E io speravo la fine del mondo

Ma arriva la mia col sibilo d’un uragano

Ho avuto il coraggio di guardare indietro

I cadaveri dei miei giorni

Segnano la mia strada e li piango

Alcuni si putrefanno nelle chiese italiane

O in boschetti di limoni

Che fioriscono e insieme fruttificano

In ogni stagione

Altri giorni hanno pianto prima di morire in taverne

Dove fiori di fuoco rotavano

Negli occhi d’una mulatta inventrice della poesia

E le rose dell’elettricità s’aprono ancora

Nel giardino della mia memoria

Osservo il riposo domenicale

E lodo la pigrizia

Come come ridurre

L’infinitamente piccola scienza

Che m’impongono i sensi

Uno è simile alle montagne al cielo

Alle città al mio amore

Somiglia alle stagioni

Vive decapitato la sua testa è il sole

E la luna il suo collo mozzato

Vorrei provare un ardore infinito

Mostro del mio udito tu ruggisci e piangi

li tuono ti fa da chioma

E i tuoi artigli ripetono il canto degli uccelli

li tatto mostruoso m’ha penetrato m’avvelena

I miei occhi nuotano lontano da me

E gli astri intatti sono i miei àrbitri senza prova

La bestia dei fumi ha la testa fiorita

E il mostro più bello si desola

Nel suo sapore d’alloro

Alla svolta d’una via vidi dei marinai

Che a collo nudo ballavano al suono d’una fisarmonica

Ho regalato tutto al sole

Tutto meno la mia ombra

Le draghe le mercanzie le sirene mezzemorte

Sprofondavano nella bruma dell’orizzonte i trealberi

I venti spirarono coronati d’anemoni

O Vergine segno puro del terzo mese.

*

(a Picasso)

Il fidanzamento di Guillaume Apollinaire