Due parole soltanto sulla non vita…

Cosa è che io chiamo non vita? La vita inautentica è pur sempre vita. Heidegger definiva vita inautentica la chiacchiera impersonale, la curiosità,  l’equivoco. Oggi ci sono a mio avviso, almeno nella società occidentale, più forme di vita inautentica.  Ma chi è in uno stato vegetativo? Non è forse la non vita per antonomasia? Ci sono anche gli albori della non vita, i primi sintomi di non vita, come una solitudine prolungata per anni, le malignità di una comunità cittadina che diffama per anni una singola persona, un ambiente castrante e iperprotettivo, la deprivazione sociale, l’astinenza sessuale protratta per anni, il mobbing sopportato per anni, la disoccupazione sopportata per anni. Una persona può resistere, può anche non ammalarsi (avendo degli anticorpi psicologici resistenti), ma tutto ciò può minare a lungo termine la sua psiche e il suo fisico. Se avete questo tipo di problemi vi diranno di non lamentarvi. Vi diranno che ci sono persone al mondo che muoiono di cancro o di fame. Ma appunto la non vita è perfida, insidiosa, ingannevole perché sembra a tutti gli effetti vera vita. Chi è depresso vive nei momenti bui una non vita, eppure pochi lo capiscono. E allora il depresso, incompreso, si chiude sempre più in sé stesso e talvolta implode definitivamente.  Chi vive una non vita spesso viene incolpato. In fondo gli si dice che la responsabilità è unicamente sua perché è lui che vuole vivere così.  Intanto la non vita continua quotidianamente a ferire. Spesso la vita senza che noi ce ne accorgiamo si tramuta involontariamente in non vita. Guccini cantava: “”E quel vizio che ti ucciderà non sarà il fumare o il bere, ma qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere, vivere e poi vivere”. La vita xpesso fa talmente male da diventare non vita. Talvolta per non soffrire più si cerca di rifugiarsi in una non vita. Ma anche la zona di comfort, un mondo ovattato può portare alla morte. Di alcuni si dirà: ma perché l’ha fatto, se aveva tutto? È la classica goccia cinese. La goccia scava le rocce a lungo termine, anche se a breve termine può apparire innocua. Alla fine si finisce per somatizzare queste sofferenze. Per albori della non vita intendo soprattutto le sofferenze interiori, il dolore esistenziale. Gli altri ci possono aiutare ad attraversare il nostro dolore esistenziale, ma ognuno deve trovare la forza di attraversare il proprio deserto. In fondo nei momenti cruciali della vita ci si ritrova soli. E allora forse quelli che io ho definito gli albori della non vita sono l’essenza stessa della vita. Forse la non vita corrisponde alla vera vita. Forse la socialità, la sessualità,  la convivialità,  la coscienza sono solo degli orpelli inutili oppure sono solo dei falsi bisogni. Forse lo stato vegetativo è uno stato di coscienza superiore o l’anticipazione della vera vita. 

Ancora e di nuovo sulla solitudine…

Pavese scriveva che il problema della vita è come rompere la solitudine,  come comunicare con gli altri. Sempre Pavese scriveva che l’importante era avere una donna a letto e a casa e tutto il resto erano balle. Secondo una celebre frase nessun uomo è un’isola. Per altri invece siamo tutti soli. C’è una problematica collettiva: sulla Terra si sono scordati di Budda, Socrate, Cristo, Maometto. Inoltre è Darwin a fare il mercato. Non c’è giustizia in questo mondo. Infine come scriveva la Wilcox: “Ridi e il mondo riderà con te./ Piangi e piangerai da solo”. È vero che ognuno può sperimentare la morsa della solitudine in vita sua perché la vita è fatta anche di solitudine. Tuttavia qualche goccia di veleno non risulta spesso letale. Solo per pochi la solitudine è intollerabile. Quando succede qualcosa di tragico per troppa solitudine nessuno sembra avere colpa. Invece la società, la politica stessa dovrebbero combatterla. Ma tutto ciò è lettera morta perché il potere divide e governa. Ai potenti tornano comode l’asocialità, l’isolamento di alcuni. I potenti godono quando le persone scomode e anticonformiste sono sole. Chi resiste alla pressione di uniformarsi avrà tra i vari guai anche una solitudine crescente. Ma poco importa se uno viene lasciato solo o sceglie di essere solo. Poco importano i motivi della solitudine. Il sesso è il modo più popolare e più istintivo per rompere la solitudine. Da giovani è quasi un’esigenza, che può sfociare nel ludico. Da maturi è soprattutto un modo per non sentirsi soli. La solitudine è affare che riguarda la soggettività, come direbbero gli psicologi riguarda la percezione soggettiva, anche se talvolta ci sono riscontri oggettivi. La solitudine è uno stato d’animo. Comunque di solito siamo fatti così: quando proviamo troppa solitudine telefoniamo, andiamo al bar, al ristorante,  in centro. Ma talvolta è comunanza, socialità senza un minimo di comunione. A volte basta poco per sentirsi sollevati. Basta una conversazione anche formale. Ci sono persone per cui la solitudine si fa feroce. Sono coloro che soffrono di deprivazione sociale, ovvero di povertà di stimoli sociali. Uno può essere ben disposto nei confronti del prossimo, ma a forza di essere soli ci si disabitua alle regole del gioco sociale, alla convivenza civile. Finisce  così che certi uomini sono costretti a vivere tra “pareti invisibili”, come ne “Il carcere” di Pavese, romanzo che parte dalla condizione esistenziale dell’uomo al confino per poi trattare della solitudine in senso lato. Ognuno dovrebbe scrivere un sos, un messaggio in bottiglia, come nella canzone di Sting.  Il problema è che di solito non li scriviamo gli sos né leggiamo quelli altrui. A questo mondo la solitudine è bandita. È considerata un falso problema. Invece esiste. Ci sono persone più o meno sole e ci sono persone più o meno resistenti nel sopportarla. Si può essere soli per i motivi più disparati. Talvolta ad altri problemi si somma anche la solitudine. Altre volte la solitudine è l’origine di altri problemi. La solitudine è un problema sottovalutato perché troppi artisti hanno cantato la solitudine,  assumendo una posa. La solitudine spesso era una questione borghese prevalentemente e spesso gli artisti trattavano questo tema non parlando di problematiche sociali ed economiche importanti. È però vero che ognuno dovrebbe parlare di ciò che conosce meglio e probabilmente molti artisti conoscevano a menadito la solitudine. Però chi voleva fare la rivoluzione combatteva non solo i controrivoluzionari ma anche i valori piccoloborgesi incarnati da essi. Chi era solo lo era perché asociale e solitario, perché non prendeva parte alla lotta, perché non era un compagno e perciò meritava la solitudine e con lui c’era poco o niente da spartire. Questa era la prassi. Succede che alla solitudine ci si abitua e si ha paura del cambiamento. Ci sono persone che accettano una solitudine eroica pur di andare avanti per la loro strada, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una domanda che mi faccio spesso è, realisticamente parlando, quali e quanti compromessi bisogna accettare per non rimanere soli. Per esempio io preferisco starmene in disparte. Accade che se qualche persona nuova mi invita a uscire quasi sempre declino l’invito. Ho il timore di essere inadeguato, di deludere, di avere motivi di attrito, di non essere compreso o di non comprendere. Due sono le questioni cruciali della solitudine: quanta se ne può sopportare? Come e con chi romperla? Queste domande sono universali, ma le risposte hanno solo validità individuale. Spesso si va per tentativi ed errori. Le regole in questo senso sono ignote. Così talvolta per non sbagliare rimandiamo a data da destinare. Eppure stamani ho preso un caffè e sulla bustina di zucchero c’era una frase di Wayne Dyer, che dice: “Quello che hai da fare fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno”. Diamo quasi per scontato la buona salute, l’autonomia fisica, una condizione economica non disagiata. Eppure tutto potrebbe finire da un momento all’altro. Alcuni poeti, addirittura troppo sfiduciati nei confronti dei contemporanei, affidano le loro parole ai posteri. Scrivono così le loro lettere al mondo, sperando che se non li comprende il mondo attuale li comprenda quello futuro. Come Emily Dickinson,  che scriveva questi versi immortali: 

“Questa è la mia lettera al mondo

che non ha mai scritto a me –

le semplici notizie dalla natura dette –

con tenera maestà

Il suo messaggio è affidato

a mani per me invisibili –

per amore suo – dolci compatrioti –

teneramente giudicate – me”

Brevissimo pensiero sulla vita…

Secondo gli spiritualisti bisognerebbe vivere soprattutto di vita interiore, seguendo valori e obblighi morali. Ma di spiritualisti ne sono rimasti pochi. In realtà come scriveva Nietzsche Dio è morto, sono finiti i valori e la fede nella ragione umana. Il nichilismo sempre secondo il filosofo tedesco è diventato perciò lo stato psicologico perenne e incessante dell’uomo moderno occidentale. Perfino l’arte oltre alla religione è stata svalutata in nome della scienza. Il positivismo ha fallito con la fiducia smisurata nel fatto in sé e nella concezione unitaria del sapere. Il neopositivismo pure. È rimasto uno scientismo totalizzante. Però a onor del vero la società attuale è il culmine del materialismo e della frivolezza. I simbolisti deprecavano l’avvento dei nuovi barbari e proponevano l’artista come aristocratico. Ma tutto ciò a distanza di secoli è carta straccia. Cosa è rimasto all’uomo di massa da tempo immemorabile? Un disagio esistenziale, una angoscia simile a quella che già Baudelaire chiamava spleen. Domina incontrastata l’economia. Tutto è prodotto interno lordo. In realtà bisognerebbe essere felici di essere qui e ora, essere felici di esistere. Ma è molto difficile non avere aspettative.  Siamo esseri desideranti.  Dovremmo desiderare di non desiderare, ma se un giorno raggiungessimo la pace dei sensi rimpiangeremmo innanzitutto il desiderio. Non sappiamo ancora vivere senza Dio nonostante sia morto. L’avvento dell’oltreuomo non è ancora compiuto. E questa terra, questo mondo non hanno quindi ancora alcun senso. La nostra è un’epoca di transizione. Il nuovo deve ancora sostituire il vecchio nel cuore e nella mente degli uomini. La vita, appena rialziamo la testa, ci presenta subito il conto e ci assesta un nuovo colpo basso. Rileggevo Saba e definisce a un certo punto la vita come “un sorso amaro”. Qualcosa che dura pochissimo, appunto un sorso e per giunta amaro.  Alcuni sostengono che bisogna saper distinguere tra ciò che passa e ciò che resta. Ma che cosa resta? Noi dobbiamo fingere che qualcosa resti. Questa è la più suprema delle illusioni per cui vivere. Un’altra illusione è che ne valga la pena di fare quel che stiamo facendo. E se invece fosse tutto vano, tutto inutile?  Mi viene sempre in soccorso Saba, secondo cui il pensiero della morte aiuta a vivere. Ma ancora una volta sarà vero? Cosa siamo infine? Per Pirandello siamo uno, nessuno, centomila. Lo psicologo Kanizsa lo dimostrò scientificamente, proponendo a dei soggetti, dopo averli sottoposti a un test proiettivo fasullo, la descrizione dei loro tratti di personalità.  Li sottopose due volte a questo test farlocco e propose due descrizioni totalmente opposte. I soggetti dissero entrambe le volte che le descrizioni corrispondevano totalmente alla loro personalità.  Tutto ciò è paradossale. Siamo fatti di moltissime contraddizioni. Io sono qui, sono costretto ad ammazzare il tempo e vivere di ricordi. Io stesso sono immalinconito, intrististito, imbastardito dalla solitudine e dalla mancanza di stimoli sociali. A modo mio sono emarginato dalla vita, provo un sentimento di esclusione e di autoesclusione dalla vita. A volte mi chiedo a quanta solitudine devo arrivare? Un tempo ascoltavo la canzone Michel di Claudio Lolli, storia della fine di un’amicizia. Mi immedesimavo in Lolli trenta anni fa. Adesso ho scoperto che sono io Michel. Lolli intervistato disse che Michel aveva fatto una brutta fine: era solo, senza una donna, avvinazzato, in un paese morto della provincia francese, proprietario di una piccola officina. Almeno lui aveva un mestiere in mano e la libertà di ubriacarsi! Io nemmeno quelle! A ogni modo continuo a tirare avanti. Essendo fuori da ogni giro e da ogni gioco di potere ho anche il privilegio di una maggiore libertà interiore. Della vita non sono ancora sazio. Ho ancora molta voglia di vivere, nonostante alcune limitazioni di questa mia realtà.  Non è con il nozionismo, con la concettualizzazione, nemmeno con lo spirito critico che si tira avanti. In certi casi è bene non pensare. Vivere e pensare è troppo. Bisogna pensare di vivere più che vivere per pensare. L’intelletto, i libri sono di troppo. A volte sono ingombranti. Non ha formule l’esistenza. Mallarmè scriveva che aveva letto molti libri, ma che la carne continuava a essere debole. Perfino l’eros non ha logica. La stessa vita è irrazionale. Oppure ha leggi arcane, inarrivabili per noi. Nonostante questo cerco ancora di capire e cogliere i nessi. Ci vuole ironia, autoironia, leggerezza. La profondità serve per capire sé stessi, gli altri, le cose, il mondo. Ma per affrontare la vita ci vuole un minimo di leggerezza per non finire schiacciati dalla vita stessa. Si rimane comunque feriti, nel migliore dei casi offesi dalla vita. Ma mai lasciarsi sopraffare dalla sfortuna, dall’arlia! Talvolta fatichiamo a riprenderci. Di solito le stesse novità sono cattive notizie o cattive cose. Sempre Saba scriveva del peso della vita, sperando naturalmente che non si faccia insostenibile.