LETTERA AL LETTORE, di Rebecca Lena

LETTERA AL LETTORE

 · di Rebecca Lena 

Forse non ho nulla da dire. 

O almeno, ricevo continuamente informazioni, così tante che non le digerisco e le caco tutte intere. Circondata da opinioni triviali che mi mettono continuamente angoscia e nausea, idee-stampino, musica altrettanto prevedibile. Sai, mi spaventa tanto la necessità di doversi esprimere a tutti i costi, soprattutto quando le idee si propinano di bocca in bocca, di post in post, come regali riciclati, sgualciti, surrogati di valori plastici, franati da una discarica. 

Nella vita di ogni giorno infatti mi appello al diritto di non aver niente da dire, sono piuttosto muta nella convivialità, nella scrittura invece, all’estremo opposto, mi appello al diritto di dover dire tutto e tutto insieme, attraverso il racconto di non-storie, deliri psicologici con finali interrotti che lasciano quella vaga sensazione che manchi qualcosa. Non soddisfacenti li definirei. Tu stesso l’hai detto, che leggermi ogni volta è come trovare un messaggio in una bottiglia in mezzo al mare: inizialmente l’euforia di stappare, sfilare il pezzettino di carta malmesso, intravedere alcune parole e poi, di colpo, la delusione di non riuscire ad afferrare nulla ad una prima lettura. Godo un po’ del tuo fastidio. Giuro, godo come quando piangono i bambini viziati. 

Odio il consumismo di storie; la letteratura, l’immagine, la musica per distrarre. Tutto ciò che cattura il lettore dentro un vortice accattivante di intrighi e colpi di scena. E lo soddisfa, almeno per pochi secondi.

Il senso profondo delle cose non è afferrabile in modo immediato, lo sai, bisogna guadagnarselo attraverso lo sforzo di una concentrazione che oggigiorno sembra un talento per pochi.

Quante cose soddisfacenti ci capita di leggere ogni momento, ci compiacciono per cinque secondi, e poi subito dimentichiamo? Vastità di emozioni conficcate dentro l’aforismo spicciolo del post, e che sopravvivono per pochissimo, giusto il tempo di uno swipe.

Lo dico a te, ma mi rivolgo soprattutto al cattivo consumatore che è in me (ci piace condannare gli altri proprio quando ci si sente in colpa in primis). 

Ti dico: la distrazione verso la leggerezza è sempre più attraente, ma è una sconfitta. Ci impedisce di gustare davvero la complessità, di unirsi ad essa. Ci allontana dall’amarezza di non capire, che fa bene, anche se non sembra, perché ridimensiona l’anima. 

Le cose complesse purtroppo non sono commerciabili, non attirano l’attenzione, non circolano, si oltrepassano senza nemmeno accorgersene.

Forse basterebbe respirare, intendo soffermarsi ogni tanto sopra un lungo respiro diaframmatico che ossigena e ristabilisce il tempo naturale. Ma di questo ti parlerò più tardi.

Qualche anno fa ho intrapreso un percorso di corrispondenza con i materiali, con i sogni, con i fenomeni tutti, in un processo di interazione reciproca, per non dire dialogo farraginoso, sfuggente persino a me stessa. Ma lento, concentrato, ed è solo là dentro che oggi mi vedo, anzi mi intra-vedo. Non in mezzo a due cose (realtà e sogno), bensì lungo il processo liquido che le unisce, che sfrangia i loro argini con un movimento imprevedibile e disomogeneo. 

Bada bene, non parlo di un ponte fra la realtà e il sogno, ma di un nuotare in mezzo, lungo di essi. Ecco da dove provengono questi testi brevi e sbiaditi.

Ingold dice che esistono due tipologie di pensiero: il pensiero che unisce le cose e il pensiero che si unisce alle cose, il primo semplicemente connette due cose finite, il secondo si unisce al movimento impulsivo delle cose in continua e spontanea evoluzione. 

Forse tento di giustificarmi quando dico che è molto probabile che mi perda, quando mi unisco alle cose, e nel raccontarle non trovi un finale ad effetto, o un messaggio chiaro; non so guidarti in un luogo sicuro, piuttosto ti abbandono in una grotta buia. Ma in fondo cosa importa? Non ho aforismi chiari, definitivi, che risolvano le tue ansie, piuttosto ho tutta un’altra serie di altri dubbi e incertezze da proporti.

Qui dentro, in questo catalogo di emozioni e torpori, conchiglie e rametti, è come se mi divertissi a scolpire piccole statuette antropomorfe non completamente definite. Nel loro cuore innesto una manciata di emozioni drammatiche, alghe, deliri psicosomatici (meglio abbondare), per vedere quanto presto prendono vita e fuggono via alla ricerca di un loro simile. Le guardo correre lontano, verso la battigia, poi inghiottite da un’onda. Le ritengo piccole figlie votive che osservo nascere e morire con diletto – e, anche se non sembra, con distacco – come uno spiritello a metà fra il divino e il demoniaco.

Ti dico anche: cercare e interpretare strutture. 

Forse è un sintomo di apofenia, forse no. 

I fenomeni naturali per me sono frasi psicologiche da interpretare, i sogni di qualcuno che ci ingloba nella sua creazione. Oppure sono i nostri sogni, il mio specialmente – e il tuo se ti proietti nella prima persona – che fuoriescono dal groviglio della coscienza per connettersi alle cose. Bisogna soffermarsi su di essi per capire gli schemi che ci sorreggono, le emozioni celate.
Anche se a volte non mi è chiaro chi genera chi. Se sono le cose del mondo a rappresentare – attraverso testure, forme, luci – le sensazioni già presenti nell’animo, oppure sono quelle stesse cose fisiche a suscitarle completamente. Prendo l’esempio di un quadro, la sua contemplazione provoca emozioni nuove oppure tira fuori emozioni già presenti ma involontariamente nascoste (dato che l’osservatore e il quadro sono intrinsecamente connessi già alla nascita)?

Forse l’uomo e la natura si palleggiano emozioni a vicenda, da sempre, divenendo l’uno l’immagine dell’altro. 

Quando guardo il mare e mi concentro sul rimescolio di parole che produce, non ne afferro di certo il linguaggio e il senso, che forse non è importante, piuttosto la cadenza ritmica, lo sciabordio di suono, immagine, olfatto, in cui poter abbandonare il processo incessante di produzione di pensieri; mi sembra d’un tratto di respirare. 

Quando scandaglio il letto di un fiume e mi poso su ogni pietra, ogni pezzetto di ramo o foglia, ogni schifezza di ruggine o residuo plastico, in cerca di qualcosa che non so ma che spero abbia un valore e poi faccio un vuoto nella testa per diventare pura ricerca e d’un tratto la trovo – forse perché eravamo già connesse prima di trovarci – ma non so bene cosa sia, talmente è levigata dall’acqua quella cosa, ecco, quando mi fermo ad osservarla in ogni sua insenatura e la stringo nella mano come un amuleto: mi accorgo finalmente di aver respirato.

Senti quanto sia benefico concentrarsi, perché amplifica lo spazio, quanto sia energizzante scavare significati in balia di una tempesta di parole, anche sconosciute, farsi guidare nel nulla, creare un senso oppure un non-senso, fino a trovare un oggetto, o un’immagine, o un suono, ovvero un’interruzione del processo, improvvisa e non definitiva come la morte.

Spero che tu, in questa raccolta, riesca a trovare qualcosa di importante, anche solo un piccolo reperto, magari un po’ sbiadito, malmesso, ma che col giusto tempo e la giusta attenzione possa trasformarsi, un giorno, nel tuo talismano del respiro.

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FORESI DELLO PSEUDOSCORPIONE

FORESI DELLO PSEUDOSCORPIONE

 · di Rebecca Lena · in arteRacconti. ·

Un frinìo d’ali impigliate, ogni sera, rimbalzano da una parete all’altra fino a trovare un cantuccio lanoso che li catturi. Mi ronza vicino proprio adesso, un corpicino sconosciuto, vibrante di polvere notturna e il suo soffio sussurra all’orecchio una vertigine inquieta. 

Dall’altro lato della stanza un altro microspasmo mi giunge lieve: la masticazione lentissima di alcuni pidocchi della carta che si affaccendano fra le pagine di alcuni vecchi libri. Se aprissi adesso, una pagina casuale del libro di Bernardo Soares, vedrei la sua punteggiatura esplodere, virgole e punti impazziti sulla superficie del foglio come a scombinare il tempo di lettura. Li offenderei un po’ per via della loro minutezza, mi risponderebbero, gridando in coro, con le fauci grondanti d’oceano e di vuoto, che la loro dimensione non ha confine con l’altezza del corpo ma con ciò che vedono adesso, aperta la pagina, col buio sconfinato di questa stanza. E se aprissi la finestra anche col buio sconfinato del cosmo. Così il buon Bernardo ha insegnato loro.

Riponendo poi quel libro probabilmente urterei una scocca rugosa e solida, il frutto di un’altra masticazione ancestrale, quella della vespa vasaia che oggi ha attraversato le mie tende innumerevoli volte. Il piccolo nido di terra giace su un’altra costola, come una bara di ingegno e saliva, nella quale ha riposto con cura un uovo, e insieme a lui un essere vivo ma immobile – un ragno paralizzato dal veleno della vespa, catturato e ficcato dentro – a sigillarne l’apertura. Giace adesso, quel ragno saltatore, in attesa di qualcosa. Trattengo il respiro, forse potrei percepire il suo palpito di terrore e bramosia per quell’uovo così vicino da poterlo assaggiare, se davvero potesse muoversi, ma che invece, una volta schiuso, si nutrirà di lui. Associazioni improvvise mi suggeriscono che la cella somiglia un po’ alla vita stessa, la larva è il corpo, il ragno la coscienza che ne sarà nutrimento. Lui che la osserva evolversi, la brama, poi scompare, risucchiato in tutto e per tutto dalle sue fauci. Una volta formata, la vespa fuggirà altrove, abbandonando la cella vuota.

Ora potrei sbirciare sopra l’armadio, approfittando del volo di una falena a cui mi aggrapperei con le mie piccole chele tenaci. Là sopra dev’essere un cimitero di addomi logorati, ali sparse, grumi di antenne. Forse incontrerei gli occhi del ragno violino feroce, essere imperituro, in attesa eterna. Divino e timoroso. Porterei lui un sacrificio per placare la sua fame. 

La falena esita, non vuole posarsi vicino ai resti di altri, vira e riprende il volo al centro della stanza. Gli occhi del violino li immagino soltanto, ci allontaniamo: adesso fendo l’oscurità, in groppa al mio insetto scuro, appesa in realtà alle sue zampe rassegnate, mi lascio trasportare dove vuole lui e d’un tratto ho un’intuizione, mi sento come loro, come tutto il brulichio entomologico della camera: in perenne spaventosa attesa. Io pseudoscorpione umana che sono solita viaggiare per foresi, da una parete all’altra del mondo, mi aggrappo a poche zampe altrui che mi permettano il volo – altrimenti altro non sarebbe la mia vita che un immota palude di polvere – trattengo il respiro per ascoltare meglio chi sta immobile nel buio, in attesa di divorare, o essere divorato.

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ME

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Devo assolutamente premettere che amo la frammentarietà delle forme brevi, libere di cambiare direzione in qualsiasi momento, di saltare un po’ ovunque nello spazio e nel tempo etereo, fuoriuscire talvolta in modo lento e magmatico, oppure esplodere viscosamente in blocchi, lapilli e ceneri.

La scrittura breve sparge i pensieri su piani multidirezionali, senza organicità, senza progetto, forse in modo meno comprensibile, ma fieramente disobbediente.

Rebecca Lena

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P.S. Tutto ciò che scrivo non è necessariamente autobiografico.

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16 NOVEMBRE. DA UN DIARIO DI POLVERE, di Rebecca Lena

16 NOVEMBRE. DA UN DIARIO DI POLVERE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

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Ti guardavo stelo nudo nella nebbia. Credo sia stato il quadro più mite che i miei occhi abbiano mai dipinto. Come ci ho nuotato dentro ai torridi miraggi estivi! Mi abbandonavo, a bagno, per sciogliermi tutte le vene e tutti i grovigli. Tendini usurati.

Eppure tu, come ti scioglievi, là con me, fra le guance bianche di quella nuvola, con la pelle tiepida di legno, di statua antica, custode semidio e semibestia di un enigma meraviglioso del tempo. E quel segreto lo tenevi incastonato, forse, nella gora che ti scorre in mezzo agli occhi.

Quanto ti celebro adesso, nel mio respiro impollinato.

Buonanotte corpo da adorare, da assaggiare a piccoli morsi, da respirare dentro al cuore cavo, da smaterializzare come un profumo fra i pensieri, da immaginare sulle punte ossute di tutti i rami, da scavare come una pozza calda in cui morire.

Dal libro Racconti della Controra.

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L’ESSERE E IL SENTIRE I NEMBI, di Rebecca Lena

L’ESSERE E IL SENTIRE I NEMBI

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Il mio modo di sentire è diversamente reale. 

Ci sono nembi che incedono come croste del cielo e non si può far nulla che non sia amarli, d’orrore. E l’orrore, che non è paura, ha una sfumatura d’attrazione sensuale spesso incompresa; somiglia ad un prurito interiore per metà soddisfatto dalla vista, o meglio, dalla contemplazione lontana. (Col diminuire della distanza allora l’orrore diventa paura.)

Così sono i nembi della percezione: cupi e frastagliati, titanicamente bellissimi. E remoti.

Potrebbero squarciarsi nel momento più inaspettato, vomitando un oceano di viscere sul fragore della realtà, ma indugiano sempre, guardano, passano oltre; anche l’ombra, più grave di quel che pare, mi compiace lo sguardo levigando il suolo senza muovere alcuna foglia.

I miei occhi, macroscopici, si illuminano come perle, offerte in dono nel boato della loro lentezza. Eppure sono i soli – gli occhi calamita per nembi – tutto è spento intorno e per il mondo intero il cielo pare sgombro di assurdità.

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FUGA, di Rebecca Lena

FUGA

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Fiutare una traccia di parole non scritte. 

L`odore di solchi – futuri e remoti – scuce il capo fin sopra le nubi, a inseguire scie, abbandonate le membra laggiù, in attesa. Si fa mongolfiera quel volto fuggito, intanto il vento leviga il mondo e non se ne cura. 

Si salpa più in alto, dove le crepe del tempo sbuffano lampi e sillabe chiare. Si immerge il volto, le fessure stridono e le vocali inquiete urtano la pelle con un formicolio d’oro, ancora larve di suono.

Saziano subito, e non serve masticare o riformulare, basta ingoiare senza pretesa di controllo, i segni si mescolano nel gorgoglio del palato e si fanno sillabe, parole e discorsi e pensiero, e il pensiero si inebria e perde il senso della comodità o del conforto, si fa denso di testura e poi implode, ancora, con perdita di massa delle parole, – nuovamente – sillabe, vocali, segni, e infine nullità assoluta, elettrica, sospesa nel movimento ellittico di qualcosa, che non so affatto, che forse è l’essere in vita; il vivere stesso: l’inspiegabile maelstrom nero senza alcun desiderio di sosta. 

Così l’involucro di pelle si fa teso, turgido e incosciente, per poi collassare, perdere lo sguardo fra le pieghe, e di nuovo: ancora ripido respiro di follie. É polmone di bellezza, elastico.

I segni si fanno schioppi come funi in tempesta, i sibili, intima gelosia, sono incagliati nella gola che ha paura di pronunciare. Niente si deve pronunciare, tutto è ostaggio dei i denti e della lingua e guai a lasciarli andare. Leggere senza leggere, tutto è traccia di ciò che ancora non è stato scritto, a labbra serrate, mai mescolare le corde vocali. Il silenzio è più ebbro.

Ma il piacere si conclude, l’imprevisto timore – la ragione – di aver perso l’ultima cima, quella che riconduce l’errante in volo al corpo-ancora, ancora ritto e immobile, dove il vento lima le cose del suolo. Si cercano i residui, forse una corda sottile è ancora tesa. Si torna indietro a fatica, la pelle del volto di nuovo grave. 

Lento e traumatico è il ritorno al corpo.

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MACCHIE, di Rebecca Lena

MACCHIE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

La scomparsa delle cose e degli esseri mi schiaccia al suolo, di nuovo. La mia stessa forma si riduce a poltiglia senza il sostegno dell’euforia, invertebrata.

Sento il mondo intriso di una violenza inconsapevole, credo sia nascosta dietro quella pellicola di bambini che si arrampicano, che scivolano giù, di fiori dappertutto, di terra calpestata da un pallone, di persone che conversano del niente, di sole mite, dietro l’ovunque è un brulicare di viscere vermiglie. Sotto alla patina dei sensi. Talvolta la violenza sbuffa fuori grazie alla velocità delle cose che corrono, guidate da persone che corrono. L’urto crea strappi sulla pellicola del reale ed ecco che il moto ondoso macchia il suolo. 

Potrei rimanerne uccisa da un momento all’altro. Quella velocità di cose irresponsabili è pronta a saltare fuori. La sento contorcersi, eppure offro la nuca nuda al vento. Non mi resterebbe altro che il soffrire di più, definitivamente, per soffrire meno.

Nobilitare la vendetta a bisogno lecito, ma ho anche il presentimento che voglia truffarmi, lasciandomi credere di ottenere qualcosa per poi intrappolarmi tutta quanta al di là di quella pellicola.

Metti il collare, apri la porta. Apri la porta, togli il collare. Un odore di pelliccia calda fra le dita si fa più remoto giorno dopo giorno, c’è invece una macchia di sangue sull’asfalto, delle formiche in fila, il corpo inflessibile alla vita ritrovato al mattino, divenuto vuoto come un contenitore usato. 

Adesso dobbiamo imparare a vivere lo spazio assieme alla tua assenza. Forse ci vorrà una vita intera.

Attendo la pioggia perché possa lavare via quella macchia dal mio sguardo. Sono ossessionata dalla pioggia che cadrà sul suo pelo rigido, semisepolto fra le foglie, nel bosco dietro casa.

Al mio gatto, ucciso.


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INSONNIA, di Rebecca Lena

INSONNIA

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

La finestra è un faro nel buio. 

Grida rapaci e brividi di alberi; ogni frequenza è un cono di suono. Precipito nel baratro di un sassetto che, non so come, cade, in cucina; di una foglia morta sospinta sulla finestra; di un frullio d’ali impigliate. Insetti che muoiono, e li ascolto perdere memoria del mondo.

Il volume d’aria mi schiaccia e il materasso mi respinge. Le coperte strisciano e si allacciano ai fianchi. 

Tutto il mio corpo è vigile al silenzio.

Eppure c’è un filo bianco di aria fresca che d’un tratto mi giunge alle dita, come il naso umido di animale selvatico, fiuta il mio odore e fugge via velocissimo; con un balzo oltrepassa la scrivania e in un attimo si lancia nel vuoto della finestra. Una sottile via lattea si srotola limpida davanti ai miei occhi, lunga chissà quanto. Non saprei definire la sua consistenza ma si direbbe fitta di filamenti segreti. Un rapido calcolo: 13 chilometri, forse. La distanza elastica che mi separa e che mi tiene annodata alla tua mano, ignara, laggiù.

Un cammino bioluminescente mi guida fuori dalla camera, percorro i profili delle colline, sui ventri vuoti del bosco, verso la città. Muschio afoso nelle narici, sfioro coi piedi gli artigli più alti di alberi neri, di lampioni, di terrazze silenziose e cavi elettrici di treni.

Eccomi alla tua finestra aperta. Scosto le tende eppure mi abbracciano, bentornata. Mi lascio scivolare come una piccola bestia senza peso, qui, vicino alle tue dita. Poso il muso sul tuo palmo bianco, poi sul polso più sbiadito, quasi trasparente. Ecco, un bacio impercettibile te lo voglio dare perché tanto non puoi vedermi né sentirmi, è quasi un sospiro. E vorrei anche su tutta questa pelle di sabbia che ti ricopre. Ti ho raggiunto e tu dormi, volto bianco scoperto, io ti guardo quando non mi guardi, da sempre. Non svegliarti mai.


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COL VENTO, di Rebecca Lena

COL VENTO

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Il peso del petto, mi rifugio nei pensieri di spasmi di foglie, nelle macchie inaspettate dei lampioni.  Il vento. Tutto scuote, ma scavo una fossa nel suolo. Il buio e il pube del bosco, il mio bisbigliare assorbito da quelle foglie, insalivate; e lo sento: l’inumidirsi della parola nella deglutizione del vespro. La buca di terra è confortevole.

Vorrei occhi che possano nascondermi al moto delle cose.

Ma, seppellito il corpo a metà, forse mi preparo, immemore, alla separazione da quelle cose; l’allontanarsi, che è il progressivo aumento d’una distanza fra me ed un (s)oggetto qualunque, ad una velocità costante. Preferisco l’ombra solida e il non vedere, per poter delineare meglio qualsiasi cosa informe, che è il sentire. La forma della vacuità.

Gli spazi vuoti mi rendono leggero. Quei segni – che componevano il mio significare – riemergono e si spargono col vento. Forse divengo scrittura nuova, incomprensibile, per adesso.

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1,2 KG, di Rebecca Lena

1,2 KG

 · di Rebecca Lena · in arte. ·

“Svesto il sentire e l’abito non ha forma, il peso di ciò che rimane non sono io, ma è intuizione di una miriade di pori: nuovi occhi da cui sibila il vuoto”.

(Testo scritto durante la performance)

Il nostro modello socio-economico sta morendo. Il modello di crescita economica infinita adottato nel passato non è più sostenibile in un mondo che ha risorse limitate. Dobbiamo affrontare questa nuova scioccante certezza, e cercare di attraversarla, adattandoci alle sue diverse fasi di trasformazione sociale, cambiando il nostro modo di vivere e di sentire.

1,2 kg è una performance calligrafico-musicale che affronta il tema della transizione sociale attraverso una metafora: la decrescita. Una forma ideologica di decrescita intesa come risposta a questa sfida, un modello antagonista alla crescita che vuole proporre un atteggiamento di controllo e di moderazione dei nostri bisogni. Per mancanza di altre soluzioni la decrescita è l’unico modello di regolazione per garantire un futuro sostenibile.

foto di Francesco Baiocchi

In questo senso abbiamo deciso di utilizzare una doppia metafora del lutto, inizialmente come condizione necessaria all’abbandono del nostro modello economico mondiale, successivamente come percorso di alleggerimento, di controllo dei nostri desideri o bisogni, affrontando le cinque fasi psicologiche e sentimentali teorizzate da Kübler Ross (𝗡𝗲𝗴𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗥𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮, 𝗡𝗲𝗴𝗼𝘇𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗗𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗔𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲). 

La performance si articola in modo simmetrico intorno a due pilastri:

  • l’arte della calligrafia (con riferimento all’arte orientale dello shodō), utilizzata come esercizio di controllo e come ricerca di equilibrio estetico, psicologico e spirituale fra espressione e contenuto;
  • il peso delle 5 pietre, attrici principali della performance, che ha la funzione di materializzare lo spazio, il tempo, l’espressione del silenzio (il suono è assenza di silenzio) e il passaggio dal vivo al vissuto.
foto di Monica Iannettone

Le parole si dipanano, superata ogni fase, come una massa di fili e il senso nasce a poco a poco. Srotolare una pergamena è un gesto ancestrale e antico che mette l’uomo di fronte al suo presente e al suo passato (la scrittura è la testimone del tempo).

Il binario visivo della scrittura è l’Espressione, la presenza concreta, il vivere. Il binario sonoro è l’Assenza e la perdita che perseguita le emozioni dell’uomo. Entrambi sono connessi in un rapporto di causa-effetto, rappresentato dai due nastri legati ai polsi.

Il suono decresce e suggerisce una soluzione economica, psicologica e spirituale alla transizione che stiamo vivendo, così la scrittura, continuamente deviata, si esprime inizialmente attraverso una calligrafia caotica, illeggibile e, mano a mano, diviene chiara, essenziale e leggibile. L’azione sofferta della scrittura (oltre al concetto di vuoto) si ispira ad una scena di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera” di Kim Ki Duk, quando il protagonista, per espiare una colpa incide fino allo sfinimento una frase del “Sutra del cuore” sul pavimento del tempio.

foto di Francesco Baiocchi

Performance scritta e diretta da me e Maximien Aldebert (Telesphorus), presentata all’interno di Luci nel Parco, progetto a cura di Lorenzo Ciacciavicca e Susannah Ihieme per Centro Creazione Cultura. Riprese video di Francesco Baiocchi.