LAUDE (29 aprile 1945) di S. Quasimodo – LAUDE (29 aprile 1945) di S. Quasimodo

FIGLIO 
-E perché, madre, sputi su un cadavere 
a testa in giù, legato per i piedi 
alla trave? E non hai schifo degli altri 
che gli pendono a fianco? Ah quella donna, 
le sue calze da macabro can-can 
e gola e bocca di fiori pestati! 
No, madre, fermati: grida alla folla 
di andare via. Non è lamento, è ghigno, 
è gioia: già s’attaccano i tafani 
ai nodi delle vene: hai sparato 
su quel viso, ora: madre, madre, madre!

MADRE 
-Sempre abbiamo sputato sui cadaveri,
figlio: appesi alle grate di finestre,
ad albero di nave, inceneriti
per la Croce, sbranati dai mastini
per un po’ d’erba al limite dei feudi.
E fosse solitudine o tumulto,
occhio per occhio, dente per dente,
dopo duemila anni di eucaristia,
il nostro cuore ha voluto aperto
l’altro cuore che aveva aperto il tuo,
figlio. T’hanno scavato gli occhi, rotto
le mani per un nome da tradire.
Mostrami gli occhi, dammi qui le mani:
sei morto, figlio! Perché tu sei morto
puoi perdonare: figlio, figlio, figlio!

FIGLIO 
-Quest’afa ripugnante, questo fumo
di macerie, le grasse mosche verdi
a grappoli agli uncini: l’ira e il sangue
colano giustamente. Non per te
e non per me, madre: occhi e mani ancora
mi bucheranno domani. Da secoli
la pietà è l’urlo dell’assassinato.

Il precedente articolo “Sul concetto di perdono” si concludeva con alcuni versi della bellissima poesia di Salvatore Quasimodo, “Laude”, che alcuni amici mi hanno chiesto di commentare. 

Questa lirica riporta alla memoria il tragico episodio di Piazzale Loreto col quale si chiudeva un capitolo oscuro della nostra storia: davvero una brutta pagina che, per il suo barbaro e bestiale rituale, ha indignato anche i partigiani. 

Che cos’era successo? Era successo che il 29 aprile 1945 i corpi di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di altri 15 gerarchi fascisti, nella notte, verso le 3:30, furono portati a Milano in Piazzale Loreto e tra le 10:00 e le 11:00 dello stesso giorno sette corpi furono issati dai pompieri e appesi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina che si trovava in un angolo del piazzale. 

I corpi rimasero esposti per diverse ore tra insulti, sputi, oltraggi, lanci di ogni sorta di ortaggi e colpi di arma da fuoco, da parte di una folla inferocita, fino a che, per l’intervento delle autorità militari alleate, non furono trasportati all’obitorio. 

Nella lirica il poeta immagina un colloquio tra il figlio morto e la madre, ritratta mentre insieme alla folla infuriata lancia sputi e parole di disprezzo sul cadavere di Mussolini legato per i piedi e appeso a testa in giù alla “trave” della pensilina.

La madre non sputa sugli altri cadaveri e su quello della Petacci orrendamente sfigurato; sputa solo sul corpo di Mussolini che ritiene il principale responsabile dei danni arrecati al popolo italiano. Ma il figlio non accetta questo barbaro vilipendio dei cadaveri e invita la madre a fermarsi, a gridare “alla folla di andare via”

Ma la madre non dà segni di ravvedimento, non si arrende e giustifica quel suo “anomalo” comportamento in ricordo di un passato di dolore e di sofferenza, ancorché di vile ossequio al Potere, contrassegnato dallo spettacolo di tanti morti ingiustamente giustiziati (di incarcerati e di ammutinati “appesi alle grate di finestre, ad albero di nave”; di eretici “inceneriti”, bruciati vivi sui roghi per ordine della “Santa” Inquisizione; di tanta povera gente sbranata dai mastini per un po’ d’erba strappata dalla terra al limite dei feudi). 

E richiamando il figlio alla brutale realtà della Storia e alla impossibilità di un superamento dell’ancestrale legge del taglione, dopo duemila anni di sacrifici in nome di Cristo, non intende in alcun modo perdonare i suoi torturatori e sente dentro il proprio cuore, incoercibile, il bisogno di “trafiggere” il cuore di coloro che avevano trafitto il cuore del figlio attraverso la tortura (“T’hanno scavato gli occhi, rotto le mani per un nome da tradire”).

La parte finale della lirica si apre con la visione di un paesaggio spettrale, a fronte di una raggiunta (provvisoria ma illusoria) “giustizia” (“l’ira e il sangue colano giustamente”) e nella prospettiva di un futuro incerto, governato dalla violenza e dalla paura (“occhi e mani ancora mi bucheranno domani”), senza pace e ancora segnato dal sacrificio di tanti martiri che da secoli vanno incontro alla morte urlando inutilmente misericordia ai loro assassini.

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