AUTORITRATTO (di un poeta) di Marcello Comitini

AUTORITRATTO (di un poeta)

Busso alla porta con la tenerezza della rondine.

Cerco l’amante che mi desidera

prima che il giorno muoia tra le sue braccia.

Nella stanza vuota la lampada è accesa.

Sul comodino lo specchio solitario splende

del suo viso in lacrime. L’ho abbandonata

quando la scorza del dolore

tratteneva il mio essere. Sin dentro me stesso

la cerco in ogni addio. La sua parola

ritorna nell’onda del mio sangue.

Tra le pareti della stanza accanto

tappezzate da mille petali

e dal profumo inebriante dei narcisi

si riuniscono familiari e amici.

Nessuno risponde. Mi attendevano.

O forse desideravano che li avvertissi?

Io sono un uccello migratore

che non si fa annunciare dalle stagioni.

Mi getto nel volo di un indicibile spazio

spalanco le mie ali da un polo all’altro

dell’immaginazione. Coloro che mi attendono

immobili nei loro giardini di statue

come zampilli da monotone fontane

non possono sapere il giorno del mio arrivo

né se sono arrivato. Ma quando m’incontrano sanno

che nel loro più intimo essere porto

la notte e lo spazio divino

dove le stelle sono la luce che respiriamo.

31/01/2022

In questi versi io mi racconto fingendomi poeta e un po’ poesia. Quando scrivo è come accedere a una stanza, in cui la donna amata attende. È a lei che busso come tornando da una lunga assenza e a lei mi rivolgo senza essere spesso capace di comunicare compiutamente il mio stato d’animo o il mio pensiero. Trovo quindi nella stanza vuota solo briciole lacrimose. La poesia è fuggita.

Accade però che essa torni quando meno la si aspetti, non soltanto al poeta ma a coloro che si accostano ai suoi versi e a chiunque senta l’esigenza di un mondo più luminoso dove anche il dolore e la morte portano il segno della bellezza.

Ci sono due luoghi di questi versi in cui la poesia può essere attesa: il primo è la stanza, ancora profumata di narcisi che è il profumo di chi scrive poesie, dove coloro che conoscono il poeta sanno che prima o poi tornerà, l’altro è il giardino che ciascuno porta in sé ornato di statue come i loro pensieri, e dove aspettano immobili come fontane che zampillano, perché c’è sempre nel cuore di ciascuno un giardino con fontane, che attende un poeta che le canti.

Ma il più folgorante è l’incontro inatteso, quello con un verso o con un’immagine, che all’improvviso trascina il lettore nel cuore della notte per rivelargli la visione dello spazio divino in cui le stelle sono la luce del respiro umano.

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