Poeti e cibo, a tavola nell’antica Roma

Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

NAPOLI

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Cenerai bene da me, o mio Fabullo,
entro pochi giorni, se gli dei ti saranno propizi,
se prenderai con te una buona cena
abbondante, non senza una fanciulla
splendida, e vino, e sale, e tante risate.
Se, dico, prenderai queste cose, o vecchio mio,
cenerai bene: infatti il Catullo tuo
ha un portamonete pieno di ragnatele.
Ma in cambio avrai affetto autentico
e quanto vi è di più tenero e raffinato;
infatti ti darò un unguento che Venere e Cupido
hanno donato alla mia fanciulla.
Quando tu lo odorerai, chiederai agli dei
di farti diventare tutto un naso, o Fabullo.

L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; benché già famoso, infatti, al verso 8 del carme Catullo confessa all’amico Fabullo, che si era autoinvitato a cena, di essere senza il becco di un quattrino, come diremmo noi adesso. All’ospite, quindi, non restava altro da fare che portarsi dietro il cibo, e non solo: avrebbe dovuto provvedere anche all’escort di turno, una “candida fanciulla”, magari procurarsi anche del vino e un po’ di allegria. Pare, infatti, che gli antichi Romani apprezzassero molto l’allegria e il divertimento, oltre che il buon cibo. In cambio di tutto questo ben di dio, però, Catullo era in grado di offrire all’amico un unguento meraviglioso che gli stessi dei dell’amore avevano procurato alla sua fanciulla, un unguento talmente odoroso che alla fine Fabullo avrebbe pregato gli dei di trasformarlo in un … naso. Era usanza, infatti, che ai convitati si offrissero dei profumi preziosi, in forma d’unguento, che di solito erano contenuti in pregiate boccette e, a seconda delle essenze profumate utilizzate, potevano essere davvero molto costosi. I Romani al mattino consumavano una frugale colazione, spesso con gli avanzi della sera, a base di pane e formaggio, olive e miele, preceduta da un bicchiere d’acqua. A mezzogiorno consumavano un leggero pranzo con pane, carne fredda, pesce, legumi, uova, frutta e vino, spesso in piedi, accompagnati dal mulsum, bevanda di vino miscelato a miele. Spesso si mangiava qualcosa dai venditori ambulanti e, con l’uso delle terme, dopo il bagno. Il pasto principale, il vero pasto dei Romani, era la cena, che iniziava fra le 15 e le 16 e, in particolari festeggiamenti, poteva protrarsi fino all’alba del giorno dopo. Nei tempi antichissimi si mangiava una zuppa di legumi, latte, formaggi, frutta fresca e secca, lardo. In tempi più evoluti, comparve il pane e la carne apparve anche sulle tavole dei poveri.

Quando a cena c’erano ospiti, il pasto era un “convivium”, con antipasti (“gustum”), piatti forti (“caput cenae”) e dessert (“mensa secunda”). Si mangiava sdraiati sul fianco, poggiando sul braccio sinistro e attingendo col destro i cibi e il vino. Essendo facile sporcarsi i convitati portavano una veste leggera (synthesis), che spesso veniva cambiata tra una portata e l’altra. Il vino e i piatti erano portati da giovani schiavi di bell’aspetto, con corte tuniche vivacemente colorate.
Nei versi di Catullo ciò che più conta non sono cibo e vasellame, ma il clima di rilassata amicizia, che rende possibile violare l’etichetta, come il poeta ha appena fatto con il suo non convenzionale invito in versi, espressione della raffinata urbanità e della familiarità cordiale che contraddistingue la cerchia di amici. All’opposto, la cena di Trimalchione, il liberto arricchito protagonista del più lungo episodio del Satyricon giunto fino a noi, celebra il trionfo assoluto del cibo: sette portate invece delle tre canoniche; un carosello di piatti che alla straordinaria varietà e abbondanza unisce la maniacale presentazione dei cibi, disposti in veri e propri allestimenti scenici capaci di coinvolgere anche la servitù in performance teatrali; Il cibo come simbolo di ricchezza e potere Il cibo imbandito per affermare una superiorità fondata sulla ricchezza. Uno dei casi più eclatanti è quello del nobile Lucullo, che al ritorno dalla guerra mitridatica (68 a.C.) impiegò le ricchezze accumulate in Oriente per vivere nel fasto più sfrenato, non a caso ancora oggi un pranzo raffinato e sfarzoso è detto «luculliano». Lucullo aveva perfino dotato le sue ville di allevamenti ittici (ospitati in apposite piscinae) e di riserve di volatili, per assicurare un facile e continuo approvvigionamento delle sue cucine.

*Lo sfarzo, la sontuosità dei banchetti, la voglia di godersi l’attimo, amore per il cibo, per la poesia, la musica, le donne…un popolo che si era imposto nel mondo con la sua forza e le sue leggi…Roma caput mundi.

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