Il cibo e i poeti, la frugalità a tavola di D’Annunzio

Nelle lussuose feste a villa Pamphilj, durante i banchetti nei ricchi palazzi di piazza di Spagna, nei salotti migliori della capitale, mentre tutti si sollazzavano a bere e mangiare, c’era un giovane che se ne stava in disparte. Nulla potevano i manicaretti esotici, né i liquori più costosi: Gabriele D’annunzio non mangiava né beveva. Mentre principi e ambasciatori si riempivano la bocca, vecchie dame e generali sgomitavano per l’ultimo bigné di gamberi, lui, l’abruzzese, faceva un passo indietro. “Fame e sete sono impulsi primitivi ed essenziali nell’uomo come nella bestia”, scriverà poi in un appunto. Già perché lui, cultore di pazzi eccessi, vizi raffinati e piaceri indicibili, aveva, sin da giovanissimo, maturato una ferma repulsione verso il pasteggio pubblico.
«Mi sembra più bestiale e umiliante riempire il triste sacco, rifocillarmi, che abbandonarmi all’orgia più sfrenata e più ingegnosa» Lui, cantore dei sensi, escluse il gusto dal suo ricco vocabolario. O meglio, certo che di piatti e cene abbondano le sue pagine, ma il suo occhio sagace e la sua penna astuta non si sono mai concentrati sui sapori del buon pasto, sulla gioia del riempirsi lo stomaco, quanto, semmai, sul più fine piacere della tavola imbandita con zelo e raffinatezza. Sulle tovaglie arabesche, sui piatti esotici e i profumi ricercati. Mangiare per D’Annunzio era profondamente antiestetico. Riempirsi la bocca, masticare, asciugarsi il bavero, digerire. D’Annunzio era solito mangiare da solo prima di ogni grande ricevimento, riempirsi la pancia in solitudine per poi astenersi dalle grandi scorpacciate conviviali. Regola alla quale restò ligio per tutta la vita. Ad eccezione della sua vita militare. Lì, sedeva paziente, accanto ai suoi commilitoni, pronto a mangiare anche lui, il rancio. Aveva una vera passione per il dolce, occasione in cui traspare anche il piacere di descrivere con la sua penna l’arte del bello nel suo insieme, anche negli aspetti più ricercati. Ne Il piacere l’importanza gastronomica è soprattutto visiva, del dessert. Ma gli alimenti preferiti dal poeta erano di una semplicità disarmante, la frutta e le uova sode.

NAPOLI

Della frutta era certamente un estimatore, dedicando ad essa un ruolo importante nella propria dieta: appassionato di uva, mele ed arance.

Ma la grande passione di D’Annunzio erano le uova, in frittata ma soprattutto sode.

Il suo piatto preferito: uova sode sublimate con salsa d’acciughe, piatto semplice ma non per niente facile, visto che la cara Albina veniva omaggiata per la capacità di portare a perfetta cottura l’uovo prima di dividerlo in quattro spicchi.

“Cara cara Albina,
da tanti e tanti anni non avevo più mangiato l’uovo sodo tagliato in quattro. Questo tuo è cotto con l’ultima perfezione. E’ sublime. Quando ero bambino chiedevo l’ovo spalmato di una leggera salsa di acciughe. Mi leccavo le dita; e qualche volta mi accadeva di inghiottire la prima falange. Stasera ho ritrovato quella divina estasi. Vendo la mia primogenitura per un uovo perfetto come il tuo, sublimato dalla salsa di acciughe. Scivolo sotto la tavola in uno svenimento che nessuna femmina mi farà mai provare. Albina, sii laudata nei secoli dei secoli. E risplendi in eterno nella Costellazione dell’Ovo e nella Nebulosa dell’Acciuga! Amen”

*Davvero un personaggio, il Vate! Amante dei piaceri ma non del cibo o almeno dell’uso eccessivo e dannoso di una cattiva alimentazione. L’esteta supera il buongustaio ma anche lui aveva le sue debolezze …l’uovo sodo della sua cara Albina!

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