Il Decadentismo e l’epoca dei “poeti maledetti”

L’espressione poeta maledetto (in francese poète maudit) qualifica in generale un poeta (ma anche un musicista, o artista in genere) di talento che, incompreso, rigetta i valori della società, conduce uno stile di vita provocatorio, pericoloso, asociale o autodistruttivo (in particolare consumando alcol e droghe), redige testi di una difficile lettura e, in generale, muore ancor prima che al suo genio venga riconosciuto il suo giusto valore. Fu Paul Verlaine ad attribuire a se stesso l’appellativo di maledetto, e sebbene, in origine, designasse gli amici di Verlaine,esso avvolge in un alone indefinibile autori di epoche diverse come Cecco Angiolieri, François Villon,così come artisti attivi in campi diversi da quello unicamente poetico, ad esempio il pittore Vincent van Gogh e il cantante Jim Morrison. Figura tragica spinta agli estremi, sprofondata non di rado nella demenza, l’immagine del poète maudit costituisce il vertice insuperabile del pensiero romantico e decadente. Esso domina una concezione della poesia caratteristica della seconda metà del XIX secolo. In Italia, sull’onda del mito romantico del reprobo, definito anche Maledettismo, viene a svilupparsi la Scapigliatura. Nell’ambito del Decadentismo, vi è una specifica linea di sviluppo che va sotto il nome di Simbolismo. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il Simbolismo diventa un orientamento letterario sempre più consapevole e deciso, fino a costituire il fondamento stesso di questo linguaggio. Uno stato d’animo diffuso, un senso di disfacimento, l’idea di un crollo, di un imminente cataclisma epocale, un voluttuoso compiacimento autodistruttivo. Ogni forma visibile è un simbolo di qualcosa di più profondo che sta al di là di essa e si collega con infinite altre dimensioni.

NAPOLI

Il termine “decadente”, usato per la prima volta in Francia nel 1880, è un’espressione originariamente associata al gruppo di poeti considerati gli “eredi” di Charles Baudelaire, i quali sentono l’ebbrezza della rovina e la coscienza del tramonto: Stephane Mallarmé, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud. La poesia pura diventa un’arte pura, alle immagini nitide e distinte si sostituisce l’impreciso, il vago, l’indefinito, che, solo, è capace di evocare sensi ulteriori e misteriosi. I poeti maledetti è il titolo che Paul Verlaine diede alla sua opera uscita nella sua prima edizione nel 1884 e comprendente alcune tra le migliori opere di Tristan Corbière, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé.A Verlaine va riconosciuto senz’altro il grande merito grazie a quest’opera di aver reso celebri autori, che altrimenti sarebbero senz’altro rimaste figure sconosciute.Verlaine stesso spiega che per “poeti maledetti”, intende “poeti assoluti”, “assoluti per l’immaginazione, assoluti nell’espressione”. Con questo aggettivo si denota la tendenza di molti intellettuali a profanare i valori e le convenzioni della società borghese e a scegliere deliberatamente, come gesto di supremo rifiuto, il male e l’abiezione. L’artista diventa colui che sceglie la via dell’autoannientamento per discostarsi dai valori di una società che non lo comprende, si compiace dunque di una vita misera caratterizzata dal vizio della carne, le sregolatezze e dall’abuso di alcool e droghe. Ragione e scienza non sono in grado di fornire la chiave della conoscenza del reale poiché la sua essenza è al di là delle cose, immersa nel mistero e nell’ignoto. Unico tramite cui abbandonarsi e lasciarsi trasportare verso l’ineffabile è l’inconscio. Strumenti privilegiati per cogliere l’essenza segreta della realtà diventano gli stati di alterazione: la follia, il delirio, l’incubo o l’allucinazione. Anche artificialmente provocati attraverso l’uso di alcool, assenzio e oppio, questi stati – che sfuggono al controllo della ragione – aprono a dimensioni e prospettive nuove che permettono di cogliere, sebbene confusamente, il mistero insito nel visibile. Malattia e morte sono, ancora, due altri temi decadenti: la morte come rovesciamento dell’opposta pulsione vitale verso il fascino dell’abisso; la malattia come momento di crisi profonda di un certo momento storico e, insieme, come condizione privilegiata che segna un distacco sprezzante verso «la massa».

Uno dei più grandi esponenti del decadentismo francese e sicuramente Charles Baudelaire .La prima edizione de I fiori del male – la raccolta che ancora oggi è considerata un capolavoro – viene pubblicata nel 1857, e lo scandalo è talmente grande che il poeta deve sottoporsi a un processo per immoralità. La seconda edizione compare con alcune aggiunte nel 1861, e una terza, postuma, esce nel 1868, con al suo interno anche le poesie che l’autore aveva inizialmente escluso dalla raccolta.
Nella raccolta sono presenti quattro poesie intitolate Spleen, termine inglese che indica una forma malinconica e dolorosa di noia, di cui è vittima il poeta. Questo sentimento può prendere forme diverse, legate a differenti luoghi chiusi, quali tombe e prigioni.

In questo componimento, il quarto, la terra, che si trasforma in una caverna, diventa la cella del poeta, che non riesce in nessun modo ad evadere, le immagini sono brutali, angoscianti, concepite come durante un’allucinazione. Un lessico per lo più realista subisce una radicale trasfigurazione, di modo da trasmettere una generale sensazione di oppressione e soffocamento.

«Quando la terra si muta in umida spelonca»

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a una lunga noia
e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte
ci versa una luce nera più triste delle notti;

quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa su fradici soffitti;

quando la pioggia distendendo immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione
e un muto popolo di ragni infami
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

campane a un tratto scattano con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinati.

E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.

*Il Decadentismo, una corrente di pensiero che non portata a livelli estremi è comprensibile anche per i nostri tempi così difficili che rispecchiano un po’ quell’atmosfera di delusione e oscurantismo. Tanti sentono una sorte di fallimento in tutto ciò che promette speranza e ottimismo. Come i “poeti maledetti” spesso ci rifugiamo anche noi nei nostri paradisi artificiali che non sempre sono alcol e droga ma altrettanto nocivi.

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