Il cibo e i poeti, a tavola al tempo del “Gattopardo”

Prima del 1870 e dell’Unità d’Italia in Sicilia regnava il maggiorasco, un diritto ereditario che prevedeva come il patrimonio familiare rimanesse indivisibile e venisse ereditato solo dal primogenito. Per i fratelli minori si prospettavano dunque la povertà, anche se provenivano da famiglie ricche e aristocratiche.
Il pensiero di guadagnarsi dei soldi lavorando, non gli balenava certo per la mente. E dunque ai nobili di secondo grado non rimaneva che la carriera ecclesiastica. Per alleggerire la durezza del loro destino i figli e le figlie di principi, baroni, e conti cercavano di condurre una vita adeguata al loro stile di vita dentro le mura dei monasteri.
Questo in qualche modo spiega come mai la cucina feudale siciliana dell’Ottocento disponga di due stili differenti, che però in molti punti si assomigliano in maniera sorprendente. Da un lato c’è l’ostentazione tecnico culinaria del lusso dei grandi palazzi, dall’altro la generosa cucina dei monasteri, che si concedevano volentieri un monzu, sorta di cuoco a tre stelle dell’epoca:
“I monaci facevano l’arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. Levatasi la mattina, scendevano a dire ciascuno la sua messa, giù nelle chiese, spesso a porte chiuse, per non essere disturbati dai fedeli; poi se ne andavano in camera a prendere qualcosa, in attesa del pranzo a cui lavoravano nelle cucine spaziose come una caverna, non meno di otto cuochi, oltre agli sguatteri. In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse come un melone, le olive imbottite, i crespelli melati, erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e poi gelati, per lo spumone, per la cassata gelata…”. Giuseppe Tomasi di Lampedusa cresciuto con i nonni materni a Santa Maria Belice, aveva grande familiarità con la cucina del castello di Palma di Montechiaro, e perciò la descrizione del banchetto del Gattopardo va letta come una summa storica dell’epoca precedente all’unità d’Italia, dove sono protagoniste le abitudini gastronomiche delle classi nobili siciliane.
Nel Gattopardo, in cui l’opulenza connota la classe nobile e la differenzia dalle altre classi sociali. Dalle parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa emerge che non solo il sapore dei cibi ha la sua importanza, ma anche il loro aspetto e la loro presentazione: basti pensare al «torreggiante timballo di maccheroni» servito a Donnafugata la sera in cui Angelica viene presentata in casa Salina, quando l’involucro di pasta dorata che racchiude un ricchissimo ripieno sembra il trionfante prodotto di venticinque secoli di gastronomia siciliana, il cibo diventa un’esperienza estetica non solo per il gusto.
Giuseppe Tomasi da Lampedusa scrive il bel romanzo Il Gattopardo, opera pubblicata solo nel 1958, un anno dopo la morte.
E’ una storia che racconta i fasti di una nobile famiglia siciliana, una vicenda che diventa un film firmato da Luchino Visconti e interpretato da Claudia Cardinale e Alain Delon. Il romanzo ripercorre le vicende della storia d’amore tra la bella Angelica e Tancredi. L’imponente palazzo coi suoi sette balconi, attiguo alla Chiesa Madre e la villa a Donnafugata sono i luoghi della vicenda. Molte scene del romanzo e del film si raccontano attorno al sontuoso tavolo da pranzo, sotto il pregiato lampadario di Murano. Tutti a tavola, senza esclusione, quattordici commensali, tra figli, precettori e governanti.
Un piatto su tutti, il Timballo di maccheroni.
Un piatto offerto in occasione della cena di fidanzamento di Angelica e Tancredi.

Napoli

Timballo di Maccheroni

“Quando tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto d’argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, tutti manifestarono il loro sollievo in modi diversi. Buone creanze a parte, l’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionbava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scrgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le filettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.”
G. Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”

*Un capolavoro, meraviglioso spaccato della società siciliana al tempo del Risorgimento tra il rimpianto del passato, di una nobiltà rappresentata dal principe Salina che stenta ad adattarsi ai cambiamenti inevitabili portati dalla rivoluzione. Emerge il pensiero dell’autore che vede nell’apatia e nella diffidenza del popolo siciliano il risultato di secoli di dominazione straniera.

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