I “Muri” che ci delimitano l’Oltre.

Ci sono Muri fisici e muri interiori, linee di demarcazione, protezione, divisori: i muri della nostra vita sono dentro di noi e intorno a noi. La storia dell’umanità è ricca di muri costruiti e abbattuti col significato di avvicinare e allontanare i popoli. Il muro, dal latino “mūrum” viene solitamente conosciuto come una costruzione in muratura, sassi o altro materiale che può svolgere differenti funzioni. Tuttavia, questo è vero per i muri che comunemente si possono definire “fisici”, altri sono invece quelli che si costruiscono e regnano dentro ognuno di noi. Ci sono poi quei muri che si muovono tra l’interno e l’esterno poiché sono delle barriere costruite internamente per ridurre o gestire paure, difficoltà, sofferenze o disagio, ma che inevitabilmente modificano il comportamento verso l’esterno, agendo anche da fortezza fisica vera e propria.

Il muro è un tema importante nella poetica di Eugenio Montale (1896-1981).
La prima raccolta di poesie di Montale, Ossi di seppia, viene pubblicata dalla casa editrice di Pietro Gobetti nel 1925. Composto da 61 liriche e in base a un disegno concettuale preciso e non in ordine cronologico, il libro si apre con I limoni, testo del 1924 e si chiude con Riviere, componimento del 1920. La raccolta di divide inoltre in quattro sezioni: Movimenti, Ossi di seppia, Mediterraneo e Meriggi e ombre. Il tema della raccolta poetica è quello dell’aridità, da lui chiamata “arsura”: gli ossi di seppia sono infatti quei residui calcarei dei molluschi che rimangono depositati sulla riva, che rimandano a una condizione vitale impoverita. Per questo la sua poesia si bassa su realtà marginali, con un linguaggio secco e spoglio e mai ricercato.
Un altro oggetto molto significativo è il muro, un ostacolo impossibile da valicare perché “scalcinato e con in cima cocci aguzzi di bottiglia”: l’uomo rimane perciò intrappolato in questa realtà materiale, senza una consistenza unitaria, e incapace di raggiungere il senso di integrità. Tutto ciò si traduce in una perdita di identità individuale e in un distacco dal mondo esteriore: un’irrequietezza che diventa un male di vivere che è possibile superare solamente attraverso l’indifferenza e l’impossibilità di provare dei veri sentimenti.Gli Ossi si concludono in modo positivo però: in Riviera infatti Montale alimenta la speranza che l’anima un giorno non sia più divisa e trovi la sua armonia con la realtà.

Se il mare rappresenta la felicità, la terra rappresenta l’opposto: è il luogo dove il poeta si ritrova dopo essere stato esiliato dal mare e dove è costretto a fare i conti con l’esclusione dalla beatitudine naturale pura. Il mare è l’infinito, la terra è il limite. Montale non si lascia sopraffare e fa della terra anche il luogo dove l’uomo può, seppur in modo non tradizionalmente eroico, mostrare il proprio valore, che consiste principalmente nell’accettazione stoica della propria condizione.
Negli Ossi di seppia c’è ancora questo muro grafito a limitare il cielo – un’altra immagine per quell’«oltre» che è impedito al poeta e che rimane al di là come “il palpitare lontano di scaglie di mare”
In questa poesia, il tono dominante è di rassegnazione di fronte ad un mondo in cui l’abitudine ha preso il sopravvento, abitudine che da una parte è una conferma che ci avvolge e ci conforta, ma dall’altra può essere anche una gabbia che ci assilla e ci snerva.
Le mattine future sono ancorate come barche in un’insenatura: il dilemma della vita è tutto qui. Da una parte l’insenatura tranquilla è una consolazione, una conferma, è la bellezza e la sicurezza del quotidiano, dall’altra ancorate ci fa pensare a qualcosa di pesante, difficile da smuovere, una condanna alla consuetudine.

Sul muro grafito
che adombra i sedili rari
l’arco del cielo appare
finito.

Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo; – in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.

Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e l’usata strada.
Nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.   

(da Ossi di seppia, 1925)     

*Una realtà che il poeta descrive in una serie di efficaci e meravigliose metafore. Muri, invalicabili, alcuni con in cima taglienti cocci di bottiglia…quanti muri che ci costruiamo negli anni per proteggerci. Dall’ardente giovinezza piena di curiosità e di entusiasmo, fino all’isolamento nella piccola rada tranquilla dove ci sentiamo sicuri quasi prigionieri come barche ancorate.

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