Dino Campana: tra genio poetico e follia;Gabriella Paci

(Arezzo)

Campana ha fatto e fa tuttora parlare di sé : uomo stravagante e inquieto o uomo che ha subito una profonda ingiustizia ed è diventato pazzo?

Nato il 20 agosto del 1885 a Marradi,piccolo paese toscano da un maestro elementare già a 28 anni consegnò un manoscritto contenente poesie a Ardengo Soffici e a Giovanni Papini,entrambi scrittori emergenti e allora direttori della celebre rivista“Lacerba”. Entrambi erano sostenitori di teorie razziste,antifemministe e antisemitiche. Soffici d’altro canto, aderì al fascismo firmando nel 1925 il”manifesto degli intellettuali fascisti”.

L’anno dopo aver consegnato il manoscritto ai due direttori, poiché andato smarrito,Campana cominciò a riscriverlo dato che ne aveva una sola copia.

Il manoscritto fu ritrovato cinquant’anni dopo a casa di Ardengo Soffici.

La follia

A solo 33 anni Campana viene ricoverato nel manicomio di Castel di Pulci dove rimane fino alla morte.

Dalla sua nascita al 1918 Campana ha vissuto episodi a dir  poco stravaganti che hanno determinato a farlo ricoverare in manicomio.

Dino Campana soffriva di una forma di schizofrenia chiamata ebefrenia. Era soggetto a terribili sbalzi d’umore. Spesso veniva colto da attacchi d’ira furibonda. Aveva momenti di lucidità a cui alternava fasi nelle quali si esprimeva in modo sconnesso. Nel 1906, all’età di ventun anni, venne ricoverato per la prima volta al manicomio di Imola. Secondo alcune fonti qualche volta Campana finì anche in carcere. Ebbe un rapporto tormentato con la madre, la quale gli preferì sempre il fratello Manlio – di pochi anni più giovane.

Ebbe anche una storia d’amore tormentata e violenta con Rina Faccio,conosciuta come Sibilla Aleramo, nota poetessa che ebbe come amanti anche Ardengo Soffici e Giovanni Papini.

Nel 1914 ,agli albori della I guerra mondiale, uscì la prima edizione de “I canti orfici”nati dalle ceneri del primo manoscritto. L’edizione era piena di errori e le copie che Campana tentava di vendere nei caffè, fu un fiasco.

Solo nel 1928 per la casa editrice Vallecchi a quattro anni dalla sua morte, uscì una seconda edizione senza il permesso di Campana ,allora ricoverato in manicomio. Anche questa edizione  era piena di lacune e refusi ma lui era ritenuto incapace di intendere e volere. Affermava di stare bene nella casa di cura e che l’elettroshock gli facesse provare dei benefici.

 Nel 1941 uscirono altre edizioni dei Canti Orfici.

Solo in seguito, soprattutto grazie a Montale e a Luzi, si procedette alla riabilitazione della figura di Dino Campana come poeta.

Se questi sono i tratti essenziali della vita del “folle di Marradi”, appare quasi inevitabile leggere la sua opera andando alla ricerca delle tracce del suo stato di salute mentale. Secondo il filosofo Karl Jaspers  “genio e follia “come è il titolo di un suo scritto ,si saldano in un rapporto di circolarità.

 La poetica

Tutti i poeti usano similitudini, metafore, metonimie, anafore,allitterazioni

Di queste figure retoriche tutti, più o meno, ne  facciamo uso ma  Campana le usa quantomeno in modo bizzarro.

Ecco un esempio delle sue poesie :questa è per Sibilla Aleramo

n un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose, erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P:S: E così dimenticammo le rose

Il canto della tenebra

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno
Pùm! Mamma quell’omo lassù! “

La passione amorosa di Sibilla in una lettera.

Ecco quanto la poetessa scriveva la suo Dino…

SIBILLA ALERAMO, Lettera a Dino Campana, 6 Agosto 1916.

Perché non ho baciato le tue ginocchia? Avrei voluto fermare quell’automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c’è il tuo petto per questa bambina stanca. Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni. Non quella che t’ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t’ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querce, l’acqua, il regno mitico del vento e dell’anima…

Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d’oro. E non ho baciato le tue ginocchia. I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata così lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l’acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me! È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto.

Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi!

foto di Dino Campana

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